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Opus maxime rhetoricum, settima parte

Opus maxime rhetoricum, settima parte

Di Fabio Calabrese

Questa parte della nostra storia sarei tentato di violare tutte le regole e iniziare a raccontarla dalla fine invece che dall’inizio.
Eravamo nel 1989 e tutte le reti televisive stavano trasmettendo in diretta l’abbattimento del muro di Berlino. Fra tutte le reti che trasmettevano l’evento, scelsi di seguirlo su RAI 3, e per un motivo preciso, perché ascoltare i cronisti della più “rossa” della nostra tutt’altro che imparziale televisione di stato far finta di rallegrasi dell’evento mentre ogni loro tono di voce tradiva rabbia e disperazione, sentirli soffrire, era un piacere e una soddisfazione ulteriore che andava ad aggiungersi alla grandezza epocale dell’evento che lasciava presagire il tanto auspicato collasso del mostro comunista. Ogni tanto, cosa volete, nella vita bisogna pur essere cattivi.

Bisogna dire che in questa incresciosa situazione “i compagni” ci si erano messi da soli, come il Sauron del Signore degli anelli, gabbati dalla loro stessa astuzia e dalla loro inveterata ipocrisia. Quando Michail Gorbacev era diventato leader dell’Unione Sovietica e aveva tentato di democratizzare il sistema ereditato dai “padri nobili” Lenin, Stalin, Krushev e Breznev, aveva pensato bene di togliere il sostegno ai regimi comunisti dell’Europa orientale che non erano altro che proconsolati sovietici invisi alla popolazione che, come se n’era presentata l’occasione, si stava liberando di essi a calci nel fondoschiena. I “compagni” di casa nostra si erano prontamente adeguati trasformandosi di botto in gorbaceviani convinti, prendendosi il solito vantaggio propagandistico di etichettare come “destra” i comunisti vecchia maniera che si opponevano al tentativo di riforma, e maledicendo senza scrupoli tutto quel che avevano fin allora osannato, mostrando fin da allora la stessa ipocrisia che li porterà più tardi alla trasformazione di facciata in “democratici di sinistra” e oggi in “democratici” tout court. Si erano messi in trappola da soli, meritavano in pieno l’amarezza che stavano vivendo e dovevano dissimulare, e ben peggio. Nei confronti di certa gente non è giusto avere né comprensione né bontà. 
Feci molto bene, anche perché un paio di anni più tardi toccò a me vivere una delusione in un certo modo simmetrica. Come è noto, alla dissoluzione dell’impero sovietico nell’Est europeo seguirono il tentativo di colpo di stato di Janaev che tentò la restaurazione dell’URSS pre-gorbaceviana, il fallimento dello stesso, e infine la defenestrazione dello stesso Gorbacev da parte di Boris Eltsin e lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Gorbacev aveva tentato un esperimento a suo modo generoso: far convivere comunismo con rispetto dei diritti umani e, almeno in una certa misura, con libertà: la sentenza della storia era chiara e inequivocabile: il comunismo non è compatibile con libertà e rispetto dei diritti umani.
In quel periodo mi capitò di ascoltare un intervento di Pino Rauti che all’epoca aveva temporaneamente strappato la segreteria del MSI a Gianfranco Fini, che mi lasciò basito e profondamente deluso. Rauti disse allora che il comunismo era morto e con esso anche l’anticomunismo, sottintendendo sconsolatamente che con ciò il MSI aveva perso la sua funzione.
Ma come? Affermazioni del genere me le sarei aspettate da Gianfranco Fini o da Giorgio Almirante se fosse stato ancora in vita, ma non da Rauti. Costui non era rientrato nel MSI dopo essere stato il leader di Ordine Nuovo, e Ordine Nuovo non si era a suo tempo proposto come programma politico quello di tradurre in azione concreta gli Orientamenti di Julius Evola? Possibile che ora egli vedesse la nostra esistenza soltanto sul registro del negativo come se non avessimo e non avessimo mai avuto nulla di positivo da proporre? E anche rimanendo sul registro della negatività, era solo al comunismo che ci eravamo contrapposti e ci dovevamo contrapporre? Non c’erano altri aspetti della modernità: politici, culturali, spirituali, di Weltanschauung radicalmente opposti a ciò che consideriamo tradizione?
C’è un discorso che occorre fare, considerando le cose con franchezza e onestà, sia in termini politici sia in termini storici: l’appiattimento dei nostri ambienti su posizioni di puro e semplice anticomunismo, “occidentali”, atlantiste.
Maurizio Barozzi, curatore del sito della FNCRSI, e persona della cui competenza e correttezza a questo proposito, non ho motivo di dubitare, assicura che non soltanto il MSI sarebbe stato assai presto infiltrato da elementi filo-NATO, ma addirittura fondato sotto gli auspici e con l’attiva partecipazione di elementi collegati o riconducibili al Patto Atlantico al preciso scopo di attirare e snaturare in quella direzione sia i militanti, sia l’opinione pubblica che si era riconosciuta negli ideali della parte uscita perdente nel secondo conflitto mondiale.
Io credo che questa idea e questa analisi, senza voler togliere nulla ai tantissimi camerati che hanno militato nel MSI in buona fede e all’oscuro dei giochi compiuti nelle “segrete stanze”, corrispondono sostanzialmente alla realtà, ma bisogna anche ammettere che all’epoca esistevano ben pochi o nessuno spazio di manovra per agire in una maniera diversa: era ovvio che la lotta al comunismo assumesse un ruolo assolutamente prioritario: la barbarie dei comunisti jugoslavi aveva colpito in maniera atroce le popolazioni italiane della sponda orientale dell’Adriatico, e minacciava di espandersi ancora inglobando Trieste; i comunisti di casa nostra avevano macellato con altrettanta ferocia i nostri camerati della RSI su cui erano riusciti a mettere le mani, soprattutto dopo che essi avevano deposto le armi, e un clima di guerra civile strisciante continuò a protrarsi fino a tutti gli anni ’80, quanto meno fino alla caduta del muro di Berlino, e ancora oggi, costoro, almeno quelli che hanno ancora la facciatosta di dichiararsi apertamente comunisti sono meno minacciosi che in passato soltanto perché si sono molto diradati, ma il loro odio nei nostri confronti è assolutamente intatto, anzi possiamo dire che è l’unico “argomento” che rimane loro dopo il fallimento miserevole della loro utopia.
Sull’altro piatto della bilancia andava e va comunque messo il fatto che l’americanismo a cui i camerati erano ridotti al ruolo di truppa di rincalzo pressati dall’esigenza anticomunista, rappresentava e rappresenta qualcosa di altrettanto lontano dalla nostra Weltanschauung del comunismo stesso. Gli Stati Uniti sono la “casa madre” degli aspetti più deteriori della modernità, il regno della democrazia ipocrita basata sul denaro, del potere del grande capitale e del dominio bruto della pura quantità, e del mescolamento razziale, lo sgabello su cui si regge la vergogna sionista, tenevano e tengono l’Europa e l’Italia in una condizione di umiliante asservimento malamente mascherato da alleanza, e peggio ancora non si può sottovalutare il ruolo che hanno avuto e che hanno gli stereotipi mediatici americani nello svilire, inquinare e cancellare la cultura europea in tutte le sue manifestazioni.
Questo è un punto che deve essere assolutamente chiaro e non negoziabile: UN CAMERATA NON PUO’ ESSERE FILO-AMERICANO, E CHI E’ FILO-AMERICANO NON PUO’ ESSERE UN CAMERATA.
Tuttavia negli anni della Guerra Fredda finivamo per trovarci di fatto schierati con quello che fra i due nemici ci appariva meno ostile per una pura e semplice questione di sopravvivenza fisica. Oggi io trovo che sia tutto sommato inutile polemizzare sul conto di uomini come Giorgio Almirante e Pino Rauti senza tenere conto del fatto che erano uomini di un’epoca che non è più la nostra, perché un punto che forse non è ancora ben chiaro a tutti, è che un conto era trovarsi schierati su posizioni oggettivamente atlantiste allora, tutto un altro conto essere atlantisti e filo-americani oggi che la Guerra Fredda e l’Unione Sovietica sono cessate da quasi un quarto di secolo.

Poiché in apertura ho parlato di Julius Evola, sarà bene riprendere l’argomento, perché su questo pensatore, forse il più significativo della nostra area nell’età postbellica, continuano a girare molti fraintendimenti. Soprattutto col senno di poi, gli è stata rinfacciata una famosa frase secondo la quale l’americanizzazione dell’Europa sarebbe stata un male minore rispetto all’universale vittoria del bolscevismo, ma questo non è pensiero evoliano, è – siamo onesti – sentire comune di tutti noi durante l’epoca della Guerra Fredda. Non avevamo la sfera di cristallo e la caduta dell’Unione Sovietica non era allora ragionevolmente ipotizzabile. Questa frase, unita a un certo uso scorretto del termine “destra”, (ad esempio, uno dei suoi libri s’intitola Il fascismo dal punto di vista della destra o in edizioni recenti scorciato in visto da destra, poiché sembra che anche nei nostri ambienti siano penetrate la paura e l’incapacità di decifrare frasi e titoli troppo lunghi, poiché il pensiero si sta rudimentalizzando e americanizzando), le due cose hanno permesso a qualcuno di fabbricare come bersaglio polemico un’immagine artefatta di Evola atlantista e conservatore che non corrisponde minimamente alla realtà. Usato da Evola, “destra” non aveva certo alcun significato parlamentare, conservatore e liberal, era un mal scelto sinonimo di tradizione.
Il concetto di tradizione, a sua volta non è che non presenti ambiguità: nell’accezione di questo termine usata dagli esponenti del tradizionalismo integrale, René Guenon e lo stesso Evola, indicherebbe una spiritualità primordiale antecedente alle religioni storiche e da cui esse sarebbero derivate. Per i tradizionalisti cattolici, essa ha un senso completamente diverso e incompatibile con il primo, di un commento fatto dalla Chiesa alla vulgata delle scritture canoniche, un concetto molto simile a quella che è la sunna per i mussulmani. Il fatto che questa differenza non sia mai stata chiarita, non si sia voluta chiarire, ha fatto si che alcuni passassero ad esempio da evoliani a cattolici convinti di passare da una all’altra di due forme di pensiero molto simili, mentre in realtà quella che compivano era una radicale abiura.
Io credo che non si possa essere d’accordo né con chi, per un motivo o per l’altro, vorrebbe buttare Evola alle ortiche, né con chi si prosterna adorante davanti ai suoi scritti. Julius Evola è e rimane un pensatore fondamentale della nostra area, un Maestro diciamolo pure, ma non è nemmeno il caso di prostrarsi davanti a ogni sua parola come fosse una rivelazione divina.
Con la Guerra Fredda si era instaurato l’equilibrio del terrore, il confronto fra due potenze planetarie ciascuna della due dotate di armamenti nucleari in grado di annientare l’altra e il resto del pianeta, ma non di proteggersi da un’analoga rappresaglia lanciata in extremis, era il principio della MAD, Mutual Assured Destruction, “distruzione reciproca assicurata” e a posteriori si può certamente trovare ironico che mad in inglese significhi anche “pazzo”, ma in realtà la situazione non era né così simmetrica né così stabile come sembrava. C’è da dire che se per gli Stati Uniti essa poteva anche rimanere “congelata” per l’eternità, per l’Unione Sovietica le cose non stavano, non potevano stare in questo modo, e il progetto dell’espansione mondiale del comunismo doveva trovare altre vie che non fossero l’attacco militare diretto contro l’Europa occidentale e gli USA; questo per due fondamentali motivi: primo, l’impulso ideologico alla rivoluzione mondiale insito nella stessa dottrina marxista-leninista, secondo: l’esigenza di giustificare agli occhi dei propri sudditi con il miraggio dalla rivoluzione a venire e considerata più o meno imminente, i sacrifici imposti da un sistema che in realtà non riusciva a produrre altro che oppressione e miseria. 
La decolonizzazione offrì da questo punto di vista notevoli opportunità. Già prima di Pearl Harbor in cambio delle forniture di materiale stabilite dalla legge Affitti e Prestiti, Franklin Delano Roosevelt aveva ottenuto da Winston Churchill l’impegno al progressivo smantellamento dell’impero coloniale britannico, il più vasto del pianeta. Nel dopoguerra gli altri stati europei possessori di colonie, a cominciare dalla Francia, si erano dovuti adeguare.
La dissoluzione degli imperi coloniali europei offrì alla penetrazione comunista una serie di splendide opportunità. I tirannelli del Terzo Mondo che quasi ovunque si impadronirono del potere, avevano facilmente agio a presentare come “socialisti” i loro regimi che erano perlopiù delle autocrazie personali, mentre l’odio contro il mondo occidentale “capitalista” ma soprattutto europeo e “bianco” serviva come valvola di sfogo per il malcontento della popolazione tenuta nell’indigenza e nell’oppressione. Sono qui le radici sia del “socialismo terzomondista”, sia del “risveglio” del fondamentalismo islamico.
C’è un discorso che occorre fare a questo riguardo, una questione che sembra non si abbia mai avuto il coraggio di impostare con sufficiente chiarezza o a proposito del quale si raccontano smaccate falsità. E’ ovvio che l’enorme e variegato mondo non-europeo sia composto da realtà estremamente differenti. Certamente si verificavano situazioni molto diverse là dove la dominazione coloniale veniva a sovrapporsi ad antiche civiltà di livello elevato ma ormai isterilite, come quella indiana, e là dove, come nel caso dell’Africa subsahariana il colonialismo significava letteralmente il passaggio dalla preistoria all’età moderna.
Oggi c’è la tendenza a parlare un gran male del colonialismo, a dirne tutto il male possibile, si vuole incrementare al massimo un senso di colpa che si vuole istillare a tutti coloro che hanno avuto la ventura di nascere di stirpe caucasica, perché nel contempo si vuole prevenire e indebolire qualsiasi possibile resistenza a un destino già scritto, che qualcuno ha già decretato, di sparizione in seguito all’invasione/immigrazione e al conseguente meticciato, ma la verità è che il colonialismo con ogni probabilità ha dato all’Africa molto di più di quello che le ha tolto, portandola dalla preistoria all’età moderna e se non altro imponendo un lunghissimo stop all’emorragia delle guerre tribali nelle quali gli Africani sperperavano e sperperano gran parte delle loro energie, e che con la decolonizzazione sono riprese, con l’unica differenza rispetto al passato pre-coloniale che i kalashnikov e i blindati hanno sostituito le lance e le zagaglie.
Gli Europei nel momento in cui hanno dato l’indipendenza alle loro ex colonie, le hanno lasciate nelle migliori condizioni possibile, farsi dalla struttura giuridica dei nuovi stati, con costituzioni modellate su quanto di meglio l’Europa aveva prodotto in due millenni di sviluppo del diritto, con strade, industrie, infrastrutture, urbanesimo, organizzazione razionale della produzione agricola, e non vale nemmeno il discorso del ritardo culturale, le élite dei Paesi ex coloniali avevano perlopiù studiato nelle migliori università europee, a Oxford o alla Sorbona. 
Quello che ha riportato inevitabilmente indietro i Paesi ex coloniali nelle braccia del sottosviluppo è, fuori di ogni dubbio, il fattore antropologico. Si pensi soltanto al fatto che l’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale ridotta a un mare di rovine (ridotta in macerie dai bombardamenti ANGLOAMERICANI, ma questo particolare si evita perlopiù di evidenziarlo) ha sanato rapidamente le proprie ferite mentre, sempre a titolo di confronto, se si scorporano le statistiche relative a: incidenza della criminalità, incidenza di malattie a trasmissione sessuale, nascite fuori dal matrimonio, aborti di minorenni, abbandono scolastico, attesa di vita, della minoranza afroamericana da quelle generali della popolazione degli USA, si ottengono dati che sono perfettamente sovrapponibili a quelli di una nazione africana.
Per la volontà di colpevolizzare e criminalizzare l’Europa e l’uomo bianco, si ignorano le cause puramente endogene del sottosviluppo, che vanno dalla gestione irresponsabile dell’economia e della cosa pubblica, alla cattiva organizzazione a tutti i livelli, alle continue guerre civili che sono in realtà guerre tribali, e anche l’indebitamento di questi Paesi dipende in buona parte dal fatto che i finanziamenti forniti loro sono stati perlopiù sprecati in modo irrazionale, per l’acquisto di armamenti o per i capricci delle loro élite che perlopiù se ne infischiano delle condizioni di vita della popolazione.
Noi dobbiamo essere consapevoli del fatto che quello che oggi ci arriva in casa con l’immigrazione è un materiale umano di qualità infima, la cui presenza in casa nostra avrà l’effetto di abbassare anche i nostri standard di vita al livello di quelli del Terzo Mondo.
In casa nostra la sinistra, la Chiesa e il grande capitale, con una sorprendente e solo apparentemente innaturale alleanza, cercano in tutti i modi di nasconderci questa evidente realtà e di favorire l’immigrazione. Per la sinistra e per la Chiesa cattolica si tratta di una questione ideologica: far prevalere contro ogni evidenza il dogma dell’uguaglianza degli uomini, ma per il grande capitale internazionale si tratta di un interesse molto più concreto: la legge della domanda e dell’offerta: il lavoro dal punto di vista economico è una merce come le altre, e l’importazione di una grande quantità di braccia da lavoro di infima qualità, di un materiale umano scadente, non può fare altro che deprezzare il lavoro europeo, e consentire di far regredire in poco tempo due secoli di conquiste sociali. Non è sorprendente per nulla che a questo gioco si presti facilmente una sinistra che a partire dal 1968 ha sostanzialmente TRADITO le classi lavoratrici.
Tutto questo lo approfondiremo più avanti, sia quando affronteremo il discorso della vera realtà, del vero significato del ’68, sia quando considereremo la situazione attuale a partire dalla dissoluzione dell’impero sovietico.
Tutto questo l’aveva già previsto mezzo secolo fa il rivoluzionario algerino Houari Boumedienne, che vaticinò che l’arma con cui il Terzo Mondo avrebbe distrutto l’Europa, sarebbero stati i ventri sempre fecondi delle donne africane e magrebine. Raramente una profezia è stata più lungimirante.
La situazione allora verificatasi permise a uno dei più lugubri personaggi dello zoo comunista di rientrare prepotentemente nel grande gioco della politica internazionale. Josip Broz, in arte maresciallo Tito, il boia, l’infoibatore, il massacratore di italiani. Poiché nel 1948 aveva litigato con l’amico Stalin e la Jugoslavia non era entrata nel patto di Varsavia, ora aveva il pretesto per mettersi alla testa del cosiddetto “movimento dei non allineati”, cioè i Paesi, in gran parte del Terzo Mondo, che formalmente non appartenevano né alla NATO né al Patto di Varsavia e che sulla carta avrebbero dovuto costituire una sorta di forza d’interposizione fra i due blocchi, ma che di fatto costituivano una truppa di rincalzo nell’aggressione comunista contro il mondo occidentale.
Questo era il clima che dominava nel periodo tra gli anni ’60 e gli ’80 e a quell’epoca aveva ampia circolazione quella che era chiamata la teoria del domino, cioè la convinzione che il comunismo si sarebbe impadronito di un Paese alla volta nelle diverse aree del pianeta fino ad arrivare al dominio mondiale. Questa situazione e la convinzione che il mondo occidentale fosse in sostanza una fortezza assediata, devono essere considerate quando parliamo dei leader della nostra area di quell’epoca, quando l’occidentalismo e l’atlantismo apparivano una scelta obbligata, piacesse o no, oltre al fatto che i danni dell’americanizzazione dell’Europa sono stati cumulativi e visibili soprattutto a lungo termine.
I primi anni ’60 sono anche quelli del Concilio Vaticano secondo. Come diceva padre Dante, nei secoli la grande specialità della Chiesa cattolica è stata quella di “puttaneggiar coi regi”. Durante la seconda guerra mondiale, la Chiesa era stata abilissima nel tenere il piede in due staffe, pronta a saltare sul carro del vincitore, poi a Pio XII era successo Giovanni XXIII, Angelo Roncalli, il “papa buono” che in realtà durante il conflitto era stato uno dei prelati più accanitamente antifascisti. Il concilio aveva in realtà lo scopo di venire a patti e preparare la Chiesa alla vittoria del comunismo, ritenuta – non soltanto da loro – l’esito prevedibile e forse imminente della Guerra Fredda.
Grazie al Cielo, grazie a qualche dio che verosimilmente non è quello apparso a Mosè sul Sinai, stavolta “lo Spirito Santo” aveva preso una solenne cantonata, ma poiché a differenza del bene, il male va raramente sprecato, quelle stesse trasformazioni che dovevano rendere la Chiesa pronta all’abbraccio con il comunismo, la rendono oggi pienamente disponibile alla sudditanza al potere mondialista. In pratica, il bolscevismo dell’antichità, nel corso dei secoli si era man mano incrostato di elementi tradizionali desunti dalle antiche religioni, al punto da poter apparire fin oltre la metà del XX secolo come “la tradizione” a chi non fosse fra gli spiriti più accorti, e ora si era liberato di questo involucro per esso spurio benché se ne sia fatto scudo per lunghissimo tempo.
Oltre all’accerchiamento e alla penetrazione ideologica, l’Unione Sovietica e i suoi sodali non hanno disdegnato l’attacco militare diretto contro il mondo non comunista, purché avvenisse in aree sufficientemente periferiche da non provocare la rappresaglia nucleare e/o fosse possibile mascherarlo da “spontanea” insurrezione locale. Questa formula fu sperimentata all’indomani del conflitto mondiale in Europa, in Grecia dove alla fine del conflitto s’innescò una guerra civile che per fortuna del popolo ellenico, s’interruppe quando, in seguito allo screzio fra Stalin e Tito non fu più possibile far pervenire “aiuti” ai cosiddetti insorti greci, e tanto per dimostrare quanto essa fosse stata spontanea.
In estremo Oriente, invece, all’epoca del repentino attacco sovietico al Giappone e del saccheggio della Manciuria, l’Armata Rossa era penetrata anche in Corea fin allora dominio giapponese, e sebbene essa dovesse essere sgomberata in base alla spartizione planetaria sancita dagli accordi di Yalta, i sovietici “si dimenticarono” di farlo e stabilirono nella parte settentrionale della penisola un governo fantoccio che oggi è uno dei pochi regimi comunisti superstiti, e non il meno demenziale o il meno pericoloso. Negli anni ’50 dalla Corea del nord un tentativo d’invasione dell’intera penisola portò a un conflitto che, dopo essere arrivato al punto di rischiare di trasformarsi in uno scontro armato generalizzato fra Occidente e mondo comunista, magari arrivando all’impiego delle armi nucleari, si fermò all’incirca sulle posizioni di partenza, lasciando la Corea permanentemente divisa.
Certamente l’aggressione contro il Vietnam meridionale fu condotta con maggiore cautela, mascherata da movimento insurrezionale, si inventò un inesistente movimento di ribellione, il vietcong, che in realtà non esisteva affatto. Che fosse tutta una bufala, lo si vide il giorno della caduta di Saigon, capitale del Vietnam del sud, quel giorno stesso il movimento vietcong scomparve come neve al sole, e ad entrare a Saigon furono i blindati dell’esercito nord-vietnamita. I campioni della presunta élite intellettuale di sinistra occidentale, che si erano sciolti in peana di esaltazione dei vietcong, naturalmente erano caduti in pieno nella trappola e come al solito, compresi molti fra i presunti maggiori pensatori del mondo non comunista, avevano dimostrato una volta di più, di essere dei babbei facilmente raggirabili.
Forse l’effetto maggiore del conflitto vietnamita per quanto riguarda il mondo occidentale, è stato quello di essere l’innesco della cosiddetta contestazione del ’68, nata in Europa per puro spirito d’imitazione delle proteste dei giovani americani che, infiacchiti figli della società del benessere e contagiati dalla propaganda di sinistra, rifiutavano di andare a combattere per il proprio Paese.
Io avevo intenzione di concludere questo articolo in maniera circolare ritornando al punto da cui sono partito, la caduta del muro di Berlino, ma vedo che la strada è ancora lunga, nel mezzo ci sono la contestazione del ’68, la strategia della tensione, gli anni di piombo, l’epoca del terrorismo, un capitolo che non può essere saltato né sunteggiato sbrigativamente.
C’è una lettera scritta a un amico del filosofo tedesco del XVIII secolo Immanuel Kant in cui si lamenta del fatto che nella filosofia empirista allora prevalente si tende a confondere fra l’oggetto quale è indipendentemente dalla nostra percezione (noumeno) e la rappresentazione di esso che ce ne danno i nostri sensi (fenomeno), e annuncia di voler scrivere due o tre paginette a questo riguardo. Quelle due o tre paginette si sono poi trasformate nella Critica della Ragion Pura, uno dei testi più monumentali e complessi di tutta la storia della filosofia. Io non vorrei essermi imbarcato in un lavoro dello stesso genere, almeno come ampiezza, ma in ogni caso non si può andare troppo di fretta, è importante chiarire il senso degli avvenimenti storici recenti, soprattutto a beneficio dei più giovani, che il più delle volte su questi eventi non si trovano a disposizione altro che un’informazione manipolata, perciò, questo lavoro proseguirà con l’ampiezza e i tempi che saranno necessari.
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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 giugno 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Grazie dello splendido articolo.

  2. Anonymous

    MI stupiscono le parole di Evola riportate qui,che lo fanno sembrare vicino a posizioni atlantiste,ma forse sono state fraintese.
    Date un’occhiata al capitolo della “Rivolta contro il mondo moderno”chiamato”Il ciclo si chiude”…Il paragrafo riguardante l’America,vede Evola attaccare non meno violentemente gli Stati Uniti,rispetto alla Russia.Ma in particolare,segnalo questo passaggio:”Se questo ne fosse il luogo,sarebbe facile andar oltre nella constatazione di analoghi punti di corrispondenza,i quali permettono dunque di vedere in Russia e America due facce di una stessa cosa,due movimenti,che,in corrispondenza coi due più grandi centri di potenza del mondo,convergono nelle loro distruzioni”.Poi dice che la Russia si è formata così grazie a una dittatura,ma gli U.S.A.,invece sono una”realizzazione spontanea(quindi ancora più preoccupante)di una umanità che accetta di essere e vuole essere ciò che è…e giunge da sè agli stessi punti…”.E dietro all’una come all’altra “civiltà”,Evola vede i prodromi dell’avvento della “Bestia senza Nome”…Infine scrive:”Ciò malgrado,vi è chi ancora si trastulla con l’idea che la democrazia americana sia l’antidoto contro il comunismo sovietico,l’alternativa del cosiddetto mondo libero”,seguono altri durissimi attacchi agli Stati Uniti e al modo in cui hanno colonizzato l’Europa(culturalmente soprattutto).Insomma gli si può dir tutto tranne che di esser filo americano.Anche se sono curioso di capire in che contesto il filosofo abbia detto le parole di cui parla l’articolo.
    Per ultimo,volevo chiedere al professor Calabrese,che oltre ad essere un ottimo scrittore di racconti e romanzi fantastici ,è anche un esperto di letteratura,se in futuro sarà possibile vedere in questo sito qualche articolo riguardante alcuni scrittori ignorati dalla quasi totalità dell’editora nostrana,per aver appoggiato la parte sconfitta nella seconda guerra mondiale.
    Mi riferisco,ad esempio, a scrittori come Rebatet,Ewers,Strobl,Borries Von Munchausen,Blunck,etc.
    Primula Nera

  3. Anonymous

    In effetti, Primula, hai perfettamente ragione. Julius Evola non è certamente sospettabile di atlantismo, eppure c’è stato qualcuno che, non so se per stupidità o malafede, che ha “riletto” tutto il suo pensiero in base a quella mezza ammissione che si trova, mi pare, in “L’arco e la clava”. Ai mediocri e velenosi, la grandezza di Evola da fastidio. Per quanto riguarda il fatto di presentare sulle pagine di “Ereticamente” qualcuno degli autori fantastici che citi, non lo escludo davvero. Ho già pubblicato un articolo su Tolkien (molto critico del suo cristianesimo, per la verità) e uno su Robert Howard e H. P. Lovecraft. Grazie per la stima.
    Fabio Calabrese

  4. Grazie, Fabio Calabrese, per questo articolo – che fa chiarezza. Chiarezza, punto. Per me leggerlo, apprezzarlo, condividerlo è stato importante, e per certi versi consolatorio…

    Francesco Manetti

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