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“Niente di nuovo all’Alcazar, mio generale!” (seconda parte)

“Niente di nuovo all’Alcazar, mio generale!” (seconda parte)
 “Si en la pelea veis caer mi caballo y mi estandarte, levantad este que a mi” (“Se nel combattimento vedrete cadere il mio cavallo e la mia bandiera, rialzate prima questa, e poi me”) motto inciso sul piedistallo della statua di Carlo V, nel cortile dell’Alcazar
di Giacinto Reale

STORIE E STORIELLE
Ciò che pesa di più agli assediati è l’isolamento nel quale si trovano: non sanno nemmeno che Franco è sbarcato sul continente e marcia verso l’interno, ma si aspettano l’unico aiuto dal generale Mola, che dal Nord sta muovendo sulla Capitale.
A ciò si aggiunga che essi sono in grado, con una rudimentale radio, costruita alla bell’e meglio, di ascoltare esclusivamente le stazioni di radio Madrid, che, già dal 25 luglio, annunciano prima la loro resa imminente e poi addirittura la caduta dell’Alcazar.
Impossibile controbattere l’evidente menzogna; con i mezzi a disposizione non possono trasmettere alcun messaggio, ed è proprio per questo che le false informazioni propagate dai “rossi” hanno un effetto sconvolgente. Gli assediati non tardano ad immaginare che le colonne nazionali indirizzate su Toledo per liberarli, di fronte alla notizia della resa, cambino orientamento di marcia e puntino direttamente su Madrid, dove le sorti del conflitto si decidono. Di fronte a questa eventualità, a loro che non possono comunicare, non resta che provare a mandare qualcuno oltre le linee, per ristabilire la verità.

Si offre il capitano Luis Alba Novas, insegnante di ginnastica, buon nuotatore e conoscitore dei luoghi; vestito con un camisaccio e dotato dei documenti di uno degli ostaggi, esce di notte, furtivamente dal castello, traversa il Tago e si avvia verso il Nord. A Durujon, però, viene fermato, riconosciuto e giustiziato sul posto.
Gli assediati non lo sanno, anche se dopo qualche giorno di silenzio cominciano a disperare sull’esito della missione. Succede allora che sempre più numerosi si affidino ai “segni del destino”, con una buona dose di spagnolissimo fatalismo: quando un colpo di cannone centra in pieno la statua in bronzo di Carlo V, posta al centro del piazzale principale e questa cade, restando però in piedi, senza il minimo danno, gli auspici di buon augurio si sprecano.
Lo stesso succede con la “miracolosa” guarigione di molti malati cronici allo stomaco che, trovano sollievo ai loro malanni dopo essersi sottoposti, come tutti gli occupanti, alla distribuzione di sottonitrato di bismuto, che il prof Andres Marin, responsabile sanitario dell’Alcazar, ha confezionato in numero di settemila dosi per prevenire infezioni intestinali dovute alla pessima qualità di cibo e acqua. “Se Dio voleva che morissero qui, non li avrebbe prima fatti guarire dei loro mali” è il commento che corre di bocca in bocca, e alla fine molti si convincono che deve essere proprio così.
E poi c’è l’ingegno dell’uomo che dà una mano alla volontà divina: una motocicletta alla quale è stata smontata la ruota posteriore diventa macina per il grano, e un forno da campagna improvvisato fornisce del pane, sia pure con una panificazione che dura ben 12 ore.
Il morale è basso, certamente, e allora occorre creare delle occasioni di distrazione: civili con precedenti di filodrammatica provano ad improvvisare spettacolini teatrali o musicali, che durano, però, finchè non ci pensa una pioggia di granate nemiche a svuotare il teatro all’aria aperta; occorre inventare qualcos’altro.
È così che al Capitano Vittorio Martinez Simanca viene l’idea di un giornaletto da tirare al ciclostile e distribuire al personale. Il successo va oltre le più rosee previsioni: “El Alcazar” (questo il nome, scelto senza troppi sforzi di fantasia) comincia le pubblicazioni domenica 26 luglio, esce ogni giorno, e va subito a ruba.
A tutti interessano le notizie “dal di fuori”, tratte dall’ascolto di radio Madrid, quelle “dal di dentro”, che riferiscono i particolari della vita, anche “minuta” all’interno della fortezza assediata, ma, soprattutto, le “rubrichette”, che spesso altro non sono che battute di spirito, giochi di parole, facili ironie, per tirare su il morale. Ecco alcuni esempi:
“E’ tassativamente proibito raccogliere le granate prima dell’esplosione, perchè sarebbe un vero abuso non lasciarle compiere la loro missione”
“Il disco solare è apparso oggi meno rosso del consueto. La civetteria gli ha fatto abbandonare un colore ormai passato di moda”
“Affittasi abitazione comoda, prezzi modici, garantita dai bombardamenti: i sotterranei dell’Alcazar. Approfittate dell’occasione, prima che cominci il ballo”
Modesti tentativi per far apparire meno dura la vita degli assediati, che si svolge soprattutto nei sotterranei, con scarsa luce, con cibo ridotto e acqua razionata.
Tutt’altra cosa quella dei loro avversari, che assume toni insieme di commedia e tragedia:

  • la commedia: il terreno circostante l’Alcazar diventa meta di vere e proprie gite domenicali da parte dei madrileni: tutti vogliono venire a vedere come va l’assedio, nutrendo la segreta speranza di essere lì quando la rocca cadrà. Cibo, liquori ed ogni altro genere di confort non mancano. Ai turisti non resta quindi che aspettare: signorine “allegrotte” e austere pasionarie, borghesi panciuti e segaligni commissari del popolo, muniti di cannocchiali, si appostano tra ruderi e macerie, fanno colazione, fumano qualche sigaro, bevono una buona bottiglia, e alla sera tornano alla capitale, delusi. Sarà per domenica prossima.
  • la tragedia: il fallimento dei ripetuti assalti crea la psicosi della “quinta colonna” anche a Toledo: in un sol colpo, a piazza Zocodover sono fucilati 40 cittadini, sospettati di essere spie dei “nazionali”, mentre perquisizioni, interrogatori ed arresti si succedono a ritmo incalzante.

Dopo gli infruttuosi assalti iniziali, la situazione sembra stabilizzarsi: le mura reggono agevolmente i bombardamenti, e i difensori rispondono egregiamente ad ogni tentativo di attacco: prendere l’Alcazar con la forza comincia a sembrare impresa impossibile.
I Comandanti delle milizie rosse si affidano sempre più alla speranza di un cedimento psicologico che porti alla bandiera bianca, o, anche all’ipotesi –che sembra realistica con il passare dei giorni- di una resa “per fame e sete”: non resta che aspettare, dunque, inutile sprecare vite umane.
Per quanto possa sembrare incredibile, questa storia dura per un mesetto circa, intervallata dalla sorpresa di un aereo SM 81 dell’Aviazione Legionaria (ossia italiano), che il 22 sorvola la rocca e lancia degli involti che cadono nella “terra di nessuno”
Recuperati, mostrano di contenere, al loro interno, copie di volantini sui quali è scritto:
“L’Esercito saluta i prodi difensori dell’Alcazar. Stiamo marciando in vostro aiuto, le nostre colonne avanzano rompendo ogni resistenza. Viva gli eroici difensori dell’Alcazar! Arriba Espana!, il Comandante dell’Armata d’Africa, Generale Francisco Franco” (9)
L’altra novità è che alle 22,30 dell’8 settembre, il Comandante Don Vincente Rojo, che è stato professore nella stessa Accademia, collega di Moscardò e di altri degli Ufficiali asserragliati, ed ora è passato dalla parte del Governo repubblicano, chiede di essere ricevuto, perché latore di un messaggio importante.
Si combina una tregua per la mattina dopo, e così l’incontro tra i due vecchi colleghi che sono schierati su fronti opposti può aver luogo.
PIETRO MICCA A TOLEDO

In realtà, Rojo non ha niente di nuovo da dire; si tratta di un estremo tentativo di ottenere la resa, sulla base di promesse (nessuna esecuzione, libertà per i bambini di età inferiore a 16 anni e per le donne, “giusto” giudizio dei Tribunali militari per gli altri) che egli stesso, messo alle strette, dichiara di non poter garantire “assolutamente” sul suo onore di Ufficiale, ponendo così, di fatto, fine all’incontro.
Moscardò, prima di accomiatarlo, fa, però una richiesta: consentire l’ingresso a un sacerdote che venga a confessare e comunicare chi lo desidera e dire messa.
Inaspettatamente la richiesta viene accolta, perché, nelle intenzioni del Governo di Madrid, dovrebbe dimostrare al mondo la buona volontà degli assedianti di fronte alla manifestata intenzione di resa degli assediati.
Il canonico Enrique Vasquez Camarasa, celebrato predicatore della Capitale, si presenta al portone l’11 settembre, viene riconosciuto da alcuni Ufficiali che in passato hanno assistito alle sue prediche, e, vestito con i paramenti che trova in Accademia (egli è in borghese, come si usa nella Repubblica), può procedere.
Tra i più attenti alla funzione, la leggenda vuole ci sia un giovane, soprannominato “l’Angelo dell’Alcazar”, il quale, prima di premere il grilletto del suo fucile, è solito gridare: “Uccidi senza odio”.
In realtà, Camarasa fa anche un estremo tentativo per ottenere la resa, o, quanto meno, l’esodo di donne e bambini, ma senza alcun risultato. Egli è stato sollecitato a questo dal Comando “rosso”, che si appresta a giocare un’ultima carta, i cui effetti potrebbero essere devastanti: far esplodere tonnellate di esplosivo sotto le mura.
Da giorni sono stati convocati a Toledo gruppi scelti di minatori delle Asturie, particolarmente esperti nella perforazione della roccia e nei lavori sottoterra; la pressione dell’opinione pubblica più estremista, che non sa spiegarsi come mai la rocca non sia stata ancora presa è tropo forte, anche per il Governo. Come ha scritto il giornale madrileno “Claridad”, riferendosi agli assediati: “Se non accettano le proposte, se la loro ferocia è più forte di tutte le considerazioni umane, venga impiegata la forza necessaria per vincerli e per sotterrarli fra le rovine dell’edificio. Si può disporre di mezzi più che sufficienti per distruggerlo”
Il rumore delle perforatrici non è passato, però, inosservato agli occupanti, fin dal 16 agosto; il Tenente del Genio Luis Barber, aiutato da un borghese che ha lavorato in miniera, si mette all’opera (con i pochi mezzi a disposizione: viene usato anche uno stetoscopio!) e, con buona approssimazione, riferisce di due mine con unico ingresso, nella parte sud-ovest del castello
Al Capitano Vela viene assegnato il compito più delicato: di notte, strisciando come serpi, plotoni di volontari al suo comando si infiltrano all’esterno, alla ricerca del punto di ingresso dei lavori, per provocare un’esplosione che blocchi tutto.
Non hanno troppa fortuna, e la cosa si risà presto, per cui la notizia della prossima esplosione di una mina comincia a provocare panico tra gli assediati: la possibilità di restare sepolti sotto le macerie, senza possibilità di difendersi, facendo quasi la fine del topo. appare la più probabile. È per questo che Moscardò dispone il trasferimento di tutti in zone lontane dal punto di presumibile esplosione; c’è da dire che la sua decisione appare quanto mai opportuna, perché, alla fine ci saranno appena 13 morti, 48 feriti e 11 contusi. (10)
Quando, all’alba del 18 settembre l’esplosione di sette tonnellate di dinamite avviene, Toledo è una città spettrale: la popolazione è stata evacuata e messa in sicurezza a 10 km di distanza, tra le case ci sono solo i Reparti cui è affidato l’assalto dopo l’esplosione, già in linea di attacco, e con loro, una massa di fotografi, giornalisti e cine operatori (perfino della Paramount) che i “rossi” hanno convocato per assistere alla vittoria finale.
Qualcuno abbocca, anche a prescindere dalla naturale simpatia che la grande stampa manifesta per il governo repubblicano. Il “Manchester Guardian” del 19 settembre, per esempio, parla di “primo successo morale e materiale della guerra”, ma è una pia illusione. Quando le migliaia di uomini, appoggiati dai carri armati, giungono a pochi metri dalle rovine, si scatena un fuoco d’inferno, che fa decine di morti.
La battaglia dura parecchie ore, finchè, alle 13,30 i Comandi “rossi” decidono di desistere. Ad alleviare lo sconforto, ci pensa lo stesso Capo del Governo, Largo Caballero, che arriva a Toledo per ispezionare le truppe. Lo attende una nuova cattiva notizia: anche il tentativo di dare fuoco all’Alcazar ed ai suoi occupanti è fallito.
E’ successo, infatti, che, in un estremo tentativo, sono giunte da Madrid due grandi autocisterne cariche di benzina, con l’obiettivo di “innaffiare” le rovine (con i loro difensori avanzati) e dare poi fuoco a tutto. Ottimo progetto, se non fosse che per indirizzare il gettito dei tubi di cui sono dotate le autocisterne bisogna “farsi sotto”, almeno fino a che la portata del lancio del combustibile non sia sufficiente.
Operazione rischiosissima e destinata al fallimento, chè il fuoco ininterrotto degli uomini appostati tra le macerie e alcune loro sortite disperate, che si risolvono in furiosi corpo a corpo con quanti sono intorno alle autocisterne, anche a colpi di coltello e a mani nude, vanificano anche questo tentativo.
“Con il fumo che sale dalle rovine, l’odore della polvere da sparo e della benzina, questo episodio straordinario, uno dei più incredibili di tutto l’assedio di Toledo, non ci rivela forse il suo significato più autentico? Questa è la guerra moderna, dove la chimica ha la sua parte e gli uomini inventano infaticabilmente nuovi mezzi per uccidersi. Ma questa è anche la guerra della Spagna eterna, la Spagna della Reconquista e di Rodrigo, dove la battaglia è prima di tutto un combattimento individuale e dove il disprezzo della morte e l’onore sono al primo posto
Le armi possono cambiare, gli uomini possono disporre di mezzi nuovi, l’episodio della lancia (il tubo col quale doveva essere indirizzato il getto di benzina ndr), in questo poema epico che è la difesa dell’Alcazar, ci insegna che l’eroe sa sempre deviare gli imprevisti dell’attacco e del destino, e che prima di tutto egli si batte col suo coraggio e col suo corpo” (11)
“NIENTE DI NUOVO ALL’ALCAZAR”: BUONA LA SECONDA!

Ad ulteriormente galvanizzare lo spirito degli assediati, arriva (finalmente!) una buona notizia: Radio Madrid (l’unica che riescono a captare) annuncia il bombardamento di Maqueda, a soli 40 km dalla città, che era caduta in mano ai “nazionali”.
E, per di più, domenica 27 settembre le vedette sulle torri più alte ancora rimaste in piedi notano chiaramente che una delle batterie che circondano l’Alcazar salta in aria, evidentemente centrata da un colpo di cannone proveniente dallo schieramento del Generale Franco.
Sembra ormai questione di ore, e invece non è ancora finita: alle 5,30 dello stesso giorno brilla la seconda mina, sul versante est, vicino alla torre nord, per un totale di cinque tonnellate di dinamite, e subito dopo parte l’assalto delle milizie “rosse”, l’ultimo, che sarà respinto, ancora una volta.
In totale, contro l’Alcazar, in tutta la durata dell’assedio, oltre alle due esplosioni mina (una terza fallisce per il mancato funzionamento della miccia) hanno sparato 16 cannoni di diverso calibro, fatti arrivare appositamente da Madrid, per complessivi 12.000 colpi; ci sono tati otto assalti di fanteria e trenta attacchi aerei, con un totale di 500 bombe lanciate
Alle 12, le avanguardie a cavallo del “Tercio” entrano in città; alle 19 il Tenente la Huerta, con una sezione di “Regolari del Tetuan” avanza tra le macerie della spianata Nord:
“Chi vive? “ grida una sentinella
“Soldati di Spagna, Regolari del Tetuan” è la risposta
Stavolta è veramente finita (12). Lunedì 28 il Comandante delle truppe che hanno occupato Toledo, il generale Varela è ricevuto all’Alcazar. A lui si presenta Moscardò con la frase di rito di un qualunque Ufficiale di picchetto dopo una nottata tranquilla:
“Niente di nuovo all’Alcazar, mio Generale!”
La mattina seguente, la ritualità militare impone la ripetizione della scena, perché questa volta c’è il Generale Franco, che è il Comandante in capo delle forze “nazionali”, e con lui cronisti, fotografi, cineoperatori di tutto il mondo.
Ad essi si rivolge quello che tre giorni dopo sarà nominato Capo del Governo e Capo dello Stato spagnolo, nonché Generalissimo delle Forze Armate di terra, di mare e dell’aria:
“Adesso la guerra è vinta. La liberazione dell’Alcazar è stata la vittoria più importante della mia vita”
Tutti lo ascoltano estasiati; a nessuno spiace quel “bis”, dopo 70 giorni di assedio: soldati, donne, bambini, feriti, si accalcano intorno alle Autorità, mentre in città vengono affissi i manifesti della vittoria, firmati da Moscardò ed indirizzati alla popolazione:
“….Chiedo e desidero che tutto finisca con fraternità patriottica. Da voi dipende di costituirvi custodi delle famiglie e della popolazione. Ma se, al contrario, i vostri atti saranno rivolti al delitto contro le persone e le cose, saremo inesorabili nella nostra giustizia
Riflettete su questo, svolgendo opera di convinzione con i malintenzionati, e contate sulla generosità dei nostri soldati che, unendosi a voi, chiedono se non pace, lavoro, giustizia e una Spagna completamente spagnola”
“Senza visioni il popolo muore “ dicono le Sacre Scritture. Non esiste fede che possa fare a meno di immagini, ed è vano pretendere di privarci di eroi e miti. Solo il bolscevismo russo ha capito il valore delle immagini. Dagli ammutinati della Corazzata Potemkin ai marinai di Kronstad,tutta una serie di simboli viene offerta alle masse per magnificare la sua opera e diffondere la sua mistica.
Agli eroi di questa umanità primitiva che rende omaggio solo alla rivolta e legittima soltanto il sacrificio esaltato dall’istinto, è tempo di opporre altri eroi, uomini che sanno per che cosa muoiono e conoscono il valore di ciò che difendono. Lasciamo che il bolscevismo celebri i suoi fasti. Tuttavia, pur rispettando il coraggio e il disprezzo della morte ovunque si manifestino, non dobbiamo dimenticare che è la causa che fa il martire. Perciò non tutti i sacrifici hanno diritto agli stessi onori, e noi preferiremo sempre quelli illuminati da una ragione alta e pura.
Anche noi, uomini dell’Occidente abbiamo ormai i nostri “marinai di Kronstad”: sono gli eroi dell’Alcazar” (13)
(fine)
NOTE
(1)    È così che gli assediati scoprono che, oltre a Mola in marcia dal Nord, dal Sud è in arrivo Franco. Ciò che essi non sanno è che il Comandante delle truppe d’Africa ha deciso di puntare tutto su Toledo, conscio del suo valore simbolico agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e non solo. A costo di rallentare la marcia su Madrid (e, in effetti, così sarà, con conseguente prolungamento di tutta la guerra civile), Franco, infatti, ordina al Generale Valera di dirigersi prioritariamente sull’Alcazar e liberarlo
(2)        Tra i tanti problemi dell’assedio ci sarà anche quello del seppellimento dei cadaveri: all’inizio saranno sepolti all’esterno, in seguito nel terreno del maneggio, e infine, quando questo verrà evacuato, nella zona della piscina, dove i corpi verranno posti in piedi nelle cabine. Alla domanda: “Perché non li avete bruciati?” i superstiti risponderanno semplicemente: “Perché siamo cristiani”
(3)        Henri Massis- Robert Brassilach, op cit, pag 64
(4)        Il Capitano Vela, uno dei protagonisti dell’assedio, recluta alcuni degli uomini che sono stati con lui, e con essi forma una compagnia chiamata “Bandera del Alcazar”, che sarà letteralmente decimata nella battaglia di Madrid del dicembre ’36, quando anch’egli troverà la morte, nei durissimi scontri della Casa del Campo, il parco alla periferia della città
(5)        Henri Massis- Robert Brassilach, op cit, pag 76. Va precisato che il libro viene scritto “a tambur battente” (un “istant book” dell’epoca potremmo dire) ed esce meno di un mese dopo i fatti; la velocità fa, però, un brutto scherzo agli Autori: infatti, in realtà, a Kronstad la rivolta dei marinai era contro il regime bolscevico, e il loro sterminio fu voluto direttamente da Trotsky

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Categorie: Alcazar, Spagna, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 29 Giugno 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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