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“IL TA-PUM DEL CECCHINO”, il caso Guareschi-De Gasperi: un mistero alle origini della repubblica (prima parte)

“IL TA-PUM DEL CECCHINO”, il caso Guareschi-De Gasperi: un mistero  alle origini della repubblica (prima parte)
“Se De Gasperi ha chiesto agli Inglesi un’azione di bombardamento allo scopo di eccitare i romani alla rivolta contro i nazi-fascisti, De Gasperi ha compiuto semplicemente il suo dovere di resistente” (“Il Popolo”, organo della DC, il 25 maggio 1954)
Di Giacinto Reale
Chiunque abbia scelto, fin dai tempi del liceo, di schierarsi nel campo neofascista, ha dovuto, di necessità, coltivare l’abitudine alla lettura “critica” di testi scolastici e universitari, ma anche di saggi di vario genere e natura, pure se non specificatamente riferiti al periodo 1919-1945.
Quindi, lettura attenta del testo scritto e delle note, verifica incrociata dei riferimenti, ricerca – se c’è – di una verità “altra” rispetto a quella proposta. Questa consuetudine con il “riscontro” e con l’approfondimento, questa vocazione ad essere prezzolinianamente “apoti”, è poi diventata così connaturata da incidere pure sui testi “amici”, anch’essi talora non scevri da castronerie o facili approssimazioni. E non è detto che questa abitudine al dubbio sia poi un male…

Simili riflessioni mi vengono di fare mentre scorro le pagine di “Bombardate Roma! Guareschi contro De Gasperi, uno scandalo della storia repubblicana” di Mimmo Franzinelli, da poco in libreria. Il motivo è semplice: l’autore (la cui affidabilità ai miei occhi è molto decaduta dopo la scoperta di numerosi errori nel suo “Squadristi”) sposa la tesi – nella nota storia di cui darò di seguito i dettagli – che le lettere attribuite a De Gasperi fossero false, salvo poi pilatescamente parlare di un Guareschi innocente in buona fede, a sua volta “raggirato” da un’oscura manovra neofascista, nella quale entrano reduci RSI, missini e nostalgici giornalisti “d’inchiesta”, parte di una “rete di interessi politico-finanziari”, per riprendere la sua espressione.
Tesi che, anche per la mia naturale idiosincrasia – che ho avuto modo di dichiarare più volte – verso tutto ciò che sa di “complottismo” mi rende diffidente, già al primo approccio, e mi convince poco da subito. Siccome la vicenda è complessa, anche più di quanto normalmente si crede, cerco di raccontarla per ordine, con l’avviso che si tratta insieme di storia, politica e cronaca, con singolari elementi di attualità, quali il limite (se vi deve essere) alla libertà di stampa, il ruolo della Magistratura nei confronti della politica, e perfino il problema del ”modo” per arrivare alla concessione della grazia presidenziale.
1. I FATTI
Nell’inverno del 1952-53 si affaccia sulla scena milanese un ambiguo personaggio (“culattone e farabutto” lo definirà al momento della rottura un suo ex socio), il triestino Enrico de Toma, ex Sottotenente delle Brigate Nere, fino allora noto alle cronache per aver partecipato a qualche manifestazione neofascista e, soprattutto, aver apostrofato, incontrandolo a Roma per strada, il leader democristiano Alcide De Gasperi con l’appellativo di “cornuto”, prima di essere arrestato.
Egli afferma di essere in possesso di una borsa, consegnatagli da Mussolini in persona, nella quale c’è vario carteggio del Duce con uomini politici stranieri, e anche documenti di interesse “nazionale”.
Tra questi, alcune lettere di De Gasperi, con le quali il futuro Presidente del Consiglio, nel 1944, dal suo rifugio vaticano, sollecitava gli Americani ad effettuare bombardamenti su Roma per suscitare la rivolta dei cittadini (evidentemente fino allora piuttosto tiepidi) contro i nazi-fascisti.
Attraverso Enrico Mattei, deputato DC e deus ex machina dell’ENI, viene agganciato Andreotti, Sottosegretario e uomo di fiducia di De Gasperi, che si reca a Milano e prende visione di una lettera (facendone, prudentemente, una copia dattiloscritta), firmata da de Gasperi, su carta intestata “Segreteria di Stato di Sua Santità”.

La missiva, che è datata 12 gennaio 1944 (attenzione alla data, è importante), consta di una ventina di righe dattiloscritte ed è indirizzata al Ten Colonnello A.D. Bonham Carter, Paninsular (errato, sta per “Peninsular”) Base Section Salerno, in un passo testualmente recita:
“Ci è purtuttavia doloroso, ma necessario, insistere nuovamente affinchè la popolazione romana si decida ad insorgere al nostro fianco, che non devono essere risparmiate azioni di bombardamento nella zona periferica della città, nonchè sugli obiettivi militari segnalati”
Andreotti non è convinto dell’autenticità dello scritto (un particolare della firma non gli torna) e propone alla Segreteria di Stato Vaticana e al (presunto) firmatario di procedere alla sua pubblicazione, denunciandone la falsità e prevenendo così ogni eventuale tentativo di ricattato.
La prima dà il suo consenso, mentre De Gasperi si oppone (1), ed anzi, il SIFAR (che a lui risponde, è bene ricordarlo) continua le trattative con il De Toma per l’acquisto (50 milioni) dell’intero carteggio.
La storia, tra alti e bassi, va avanti fino ad aprile del ‘53 , quando Giuseppe Vedovato, candidato DC alle elezioni e ordinario di Diritto Internazionale, presa, a sua volta, visione della missiva (sempre su input di De Gasperi, è lecito immaginare, il quale continua a dimostrare così uno speciale interesse alla questione), rivela un’anomalia nel numero di protocollo e la contesta a De Toma.
Su tale base, Ferruccio Lanfranchi – probabilmente “imboccato” da palazzo Chigi – accenna alla vicenda sul Corriere della Sera, parlando di una manovra che si sta ordendo, utilizzando anche un falso documento, ai danni del Presidente del Consiglio.
L’intervento del giornalista sembra interrompere ogni trattativa su questo fronte, ma non incide sui contatti – che proseguono – tra il furbo De Toma e l’editore Mondadori, che sgancia un forte anticipo perché interessato ad entrare in possesso del resto del carteggio (lettere a Curchill, a Grandi, Hitler, Badoglio,etc).
La corrispondenza degasperiana segue, invece, un’altra strada: per il tramite di Gino Gallarini, ex federale di Brescia durante la RSI, una lettera viene mostrata, a fine ’53, a Guareschi, direttore del “Candido” che, una ventina di giorni dopo, il 20 gennaio 1954, la pubblica sul suo giornale.
Attenzione, però: non è più quella datata (e protocollata) 12 gennaio 1944, ma un’altra (vedi foto sopra), datata (senza numero di protocollo) 19 gennaio 1944– sempre dattiloscritta, sempre firmata da De Gasperi e sempre diretta a Ten Col Bonham Carter – che altro non è che un “sollecito” per ottenere risposta ad una precedente (datata 12 gennaio: è quella mostrata ad Andreotti) alla quale fa riferimento ripetendone letteralmente il passo saliente (che è quello sopra riportato).

Infatti, il testo inizia così:
“Egregio Signor Colonnello, non avendo ricevuto alcun riscontro alla mia ultima del 12 gennaio ’44, mi permetto di trascriverle interamente il contenuto della precedente, rimasto fino ad oggi senza esito”
e poi riproduce la missiva precedente.
In più, questa volta la lettera – in fotocopia – è corredata da una dichiarazione di autenticità del notaio di Locarno Bruno Stamm che si dichiara conservatore dell’originale in perfetto stato e da una perizia del perito calligrafo del Tribunale di Milano Umberto Focaccia, che dichiara – sulla base dei confronti effettuati – essere autentica la firma di De Gasperi.
La pubblicazione, già di per sé “sensazionale”, è accompagnata da un durissimo commento di Guareschi, in un articolo intitolato “Il ta-pum del cecchino”:
freddo, spietato, privo di ogni scrupolo, feroce se occorre, De Gasperi è, in questo particolare momento, l’uomo più pericoloso che l’Italia si possa trovare alle costole
Sette giorni dopo, il Candido torna alla carica: si tratta, questa volta, di un biglietto autografo, quindi più difficile da falsificare di una semplice firma, datato 26 gennaio, con il quale lo statista trentino comunica a Mattei: “spero di ottenere da Salerno il colpo di grazia”. (2)
La doppia rivelazione produce enorme scalpore in Italia e all’estero e costringe De Gasperi a dare, il 1° febbraio, querela a Guareschi; il processo è, allora, inevitabile.
OSSERVAZIONE: nella storia compaiono, quindi, tre documenti: due lettere dattiloscritte e firmate e un biglietto autografo. Delle due lettere, la prima è datata 12 gennaio (di dubbia autenticità, mostrata ad Andreotti e Vedovato, e poi misteriosamente sparita) e la seconda è datata 19 gennaio (pubblicata sul “Candido”), e ne ripete i termini. Questa, insieme al biglietto sopra detto, è depositata presso un notaio svizzero, periziata dal calligrafo e dichiarata autentica.
Da tale duplicità Franzinelli deduce che, vista scoperta la falsità della prima missiva, De Toma e i suoi complici si siano affrettati a prepararne una seconda, altrettanto falsa, ma più “curata”.
Non lo sfiora nemmeno l’ipotesi, molto più probabile, che, invece, il triestino, originariamente in possesso solo del documento (autentico) datato 19, per rafforzarne il valore (è, come detto, solo un “sollecito” della precedente missiva) si sia industriato a confezionare – piuttosto artigianalmente (ricordiamo i dubbi di Andreotti sulla firma e di Vedovato sul protocollo) – il precedente, esso sì, nel caso, falso. (3)
Comunque, senza anticipare quello che dirò in seguito, di tale lettera del 12 gennaio non si farò parola al processo: essa praticamente esce di scena al momento della comparsa della successiva, in originale e con firma riconosciuta autentica.
NOTE
(1)       Questa scelta gli sarà sempre rimproverata e resterà inspiegabile; come scriverà L’Unità del 24 gennaio 1954, a documenti resi ormai pubblici:
De Gasperi non ha rivelato i nomi dei suoi ricattatori; non ha spiegato perché, se – come ha egli stesso rivelato – i tentativi di ricatto vennero ripetuti dall’ottobre ’52 ad oggi, non ne ha denunciato e fatto arrestare gli autori…..Se la lettera pubblicata da Candido è falsa (e nulla ci induce a dubitare della smentita dell’on De Gasperi), per quali motivi viene mantenuto un inspiegabile silenzio sui retroscena della vicenda ?”
Va da sé che l’insolita prudenza del foglio comunista è dettata dal comprensibile timore che, avvalorando in qualche modo l’autenticità delle lettere, ne discenda forte discredito su tutto il movimento partigiano
(2)       Il biglietto, inoltre, reca sul retro la stampigliatura “Repubblica Sociale Italiana, Documenti e Reperti, C.S. (Carteggio Segreto?), che sembra confermare la tesi della provenienza dall’Archivio mussoliniano

(3)       E’ sostanzialmente simile, anche se più prudente, la tesi sostenuta da Pisanò nel ’59, secondo la quale, data per accertata l’autenticità del biglietto a Mattei, ambedue le lettere dattiloscritte e firmate sarebbero state costruite “a ritroso” per spiegare la prima frase che, altrimenti, resta un po’ sibillina
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Categorie: Guareschi, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 25 Maggio 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. Anonymous

    E pensare che il De Gasperi ha pure una causa di beatificazione in corso. La sua richiesta di bombardare Roma per affrettare la caduta del fascismo è coerente con la storia degli altri partigiani. Chiedere bombardamenti sulle città per affrettare la loro presa del potere. Ci sono riusciti. La conseguenza? Hanno sfasciato l’Italia, rubandogli l’identità e le radici, rendendola serva senza onore.
    Parce Domine.

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