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RACCONTO SQUADRISTA: due parole, prima di cominciare

RACCONTO SQUADRISTA: due parole, prima di cominciare
di Giacinto Reale
Torno da un giro in libreria, facendo, tra me e me, una riflessione: oggi, a chi voglia evadere da letture di Saggistica e non imboccare il tunnel di “cento sfumature” o di romanzi “intimisti” nei quali il rovello del protagonista è se riuscirà o no ad infilarsi sotto la gonna dell’amata, resta veramente ben poca scelta.

C’è un ricco filone di narrativa poliziesca italiana, che, però, offre preoccupanti sintomi di ripetitività, per l’accatastarsi di volumi “a tema” (quelli più di moda sono l’esoterico e lo storico medioevalista-rinascimentale) o per l’estrema prolificità – richiesta dal mercato – di singoli autori, sempre con lo stesso personaggio (vigatino o milanese, per esempio), che stimola la fidelizzazione, ma va a scapito della qualità.

La narrativa “d’avventura” o “di guerra”, per parte sua, è ormai completamente succube di modelli americani, così come quella di ambientazione storica contemporanea risente del modello culturale imperante, per cui i “cattivi” stanno tutti e solo da una parte, e sono destinati inevitabilmente alla sconfitta.

Eppure, non è sempre stato così: per esempio, i combattenti dalla “parte sbagliata” durante la RSI sono stati protagonisti di libri che si leggevano d’un fiato, e con piacere. L’elenco sarebbe troppo lungo, e ne salterei certamente qualcuno, ma non posso non accennare almeno a Rimanelli, Franzolin, Soavi, De Boccard. Mazzantini, Castellacci, Vivarelli.

Autori disomogenei nell’approccio al tema, ma nei quali la componente memorialistica e la personale esperienza fanno premio – in maggiore o minore misura – su ideologismi preconcetti.

La situazione si fa drammatica per chi, come me, nutrendo una passione per le cose del fascismo della vigilia, cerchi un romanzo la cui azione a quei tempi si svolga. Se escludiamo certa narrativa e memorialistica d’epoca, ormai introvabile anche nei circuiti antiquari e, comunque, spesso non scevra da intenti “educativi” oggi francamente insopportabili (“Il piccolo squadrista” di Cuesta, per esempio), mi pare resti solo un Alessi di qualche anno fa e l’impareggiabile racconto autobiografico di Piazzesi, la cui pubblicazione – non dimentichiamolo – fu voluta da De Felice.

Insomma, l’avrete capito, visto che da tanto che non riuscivo a trovare un bel romanzo “come piace a me”, non mi rimaneva che scrivermelo da solo, magari cominciando con un “racconto-lungo”, così tanto per provare.

È da questa premessa che nasce “RACCONTO SQUADRISTA” che troverete qui su Ereticamente a breve: una ventina di fogli A4 che narrano la storia di un ragazzo, nato nel 1900, che fu squadrista quando c’era da rischiare, e sarà poi – ma di questo, magari, parlerò in un “seguito” – fascista “critico” quando ci sarà da avere vantaggi, brigatista nero quando resterà solo di morire.

Racconto che risente della mia particolare passione – come ho già detto – per le cose della vigilia fascista; infatti, per ora, di questa tratterò, chè orbaci e stivali non mi sono mai piaciuti, e atmosfere, personaggi e vicende della RSI avrei dovuto meglio approfondirle, per evitare errori.
Eppure, forse inconsciamente influenzato da suggestioni letterarie e cinematografiche, proprio dalla fine RSI il racconto prende le mosse:
“30 aprile 1945, da qualche parte, tra Bologna e Ferrara
Eccomi qui. Disteso sul bordo di questo rigagnolo d’acqua che porta all’Idice, a poca distanza da casa mia, nei luoghi stessi dove da bambino ho giocato tante volte. Ho detto “disteso”, ma ho sbagliato: buttato via, come una cosa vecchia ed inutile, mentre la terra umida mi riempie la bocca, e i vermi già cominciano a camminarmi su tutto il corpo, nonostante abbia ancora indosso un paio di vecchi calzoni senza cintura ed una logora camicia a quadri, ormai fradicia d’acqua. Questo mi dispiace, di non indossare la mia camicia nera, quella della XXIII Brigata Nera “Eugenio Facchini”, che, se pure non è quella della mia vecchia Squadra d’Azione del ‘21, la “Ardita”, ha per me lo stesso, identico valore affettivo.”

Siamo a Bologna e dintorni, quindi, e parliamo di quello che secondo molti fu il fascio più importante d’Italia (inutile rammentare la nota polemica tra Grandi e Mussolini, alla metà del ’21 e i “pensieri di Peretola”). Nel racconto compariranno Arpinati, Balbo, Bonacorsi e altri personaggi che lì furono protagonisti, mentre sullo sfondo si muove una umanità che fu comune a tutte le realtà locali “squadriste”.

Il protagonista, comunque, è di un paese vicino al capoluogo; lì costituisce con altri tre un piccolo fascio già alla fine del ’19, lì torna appena può, lì ha il suo migliore amico e compagno di avventure, lì è protagonista di un episodio drammatico, che avrà un risvolto imprevisto:
Si sentirono parecchie detonazioni, la luce della candela si spense, e, improvviso ed imprevisto, il pianto di un bambino, accompagnato dal grido di Montanari: “Smettetela, ci sono una donna e un bambino qui”.
Subito dopo la candela si riaccese, e ci apparve il Tacabriga, disarmato e con un bambino di qualche mese in braccio; a terra giaceva una donna vestita di nero.
“Fai luce – ordinò Sante – cerchiamo di capire cosa diavolo è successo qui”. Dopo qualche minuto un lume rischiarò la stanza, e ci fu tutto chiaro: Montanari, da incosciente, si era asserragliato in quella camera con la moglie e il bambino; quando era scoppiato il conflitto a fuoco, una delle pallottole doveva aver colpito la donna. Restava solo da capire chi era stato.”

È, però, il fascio di Bologna al centro della storia, dalla giornata del 21 novembre del ’20, con l’eccidio di palazzo d’Accursio ai tragici fatti di Modena, qualche settimana dopo, dall’occupazione contro il Prefetto Mori del maggio ’22 alle giornate della Marcia, che proprio tranquille non furono.

Se questo è l’inquadramento storico, nel racconto ci sono singoli episodi che, se pur di fantasia, ripetono l’andamento di fatti veri accaduti in quegli anni o di situazioni non rare, delle quali ho trovato traccia in letture più specialistiche:
“Certo che mi ricordavo. Come dimenticarlo? ci eravamo appena seduti, quando la nostra attenzione era stata attratta da un gruppetto che si passava di mano in mano un giornaletto comunista di Torino, abbastanza noto, “L’Ordine nuovo”. Dopo pochi minuti, Fabio e Folco, i due indivisibili Arditi che erano stati tra le mie prime conoscenze al fascio, e che avevano notato il giornaletto che girava, cominciarono a cantare provocatoriamente i loro stornelli, pieni di “comunisti mettettevi a correre…se voi le avete prese, noi ve le abbiamo date”, e via così, seguiti a ruota da tutti noi.
Visto, però, che quelli non se ne davano per intesi, Fabio si avvicinò al loro tavolo, prese il giornale e lo strappò in mille pezzi. Ne nacque una zuffa violentissima, anche se brevissima: dopo due minuti i “compagni” avevano sgombrato il campo e noi, tranquilli, come se niente fosse, stavamo proseguendo la nostra cena, a base di salsiccia e crescentine fritte, con abbondanti bicchieri di Albana.”

E che racconto sarebbe se non ci fosse una storia d’amore, appena accennata (non è nel mio target), ma non insignificante…

Per finire, c’è anche un accenno “giallo”, per i lettori – e sono tanti – che, come me, uniscono la passione per le cose di storia (di “certa” storia in particolare) a quella per le indagini su delitti impossibili o dimenticati nel tempo. E la cosa ha una sua logica, se si pensa che chi vuol cercare di ristabilire verità “scomode” , indagini vere e proprie deve fare, seguire piste appena accennate, approfondire personaggi apparentemente secondari, consultare documenti che riservano sorprese.

Non dico di più, per non raccontare tutto. Rileggendo, mi sono convinto che la parte che mi è venuta meglio è questa:
“Rientrato a casa di zio Pietro, aprii il cassetto del comò che era in camera mia e ne tirai fuori la camicia nera che avevo sempre indossato in azione in quegli anni. La piegai con cura, così com’era, sbiadita e con qualche strappo, e la riposi tra due fogli di carta velina che poi impacchettai con ogni attenzione.
L’indomani ne avrei comprata una nuova, magari più elegante. Quella no, però, sarebbe rimasta lì, era troppo carica di ricordi. Rappresentava, col suo pannaccio scadente, la mia personale “primavera di bellezza”.

Last but not least: un ringraziamento speciale va a Franca Poli, anche lei collaboratrice di Ereticamente; senza il suo aiuto, l’ambientazione bolognese (luoghi, espressioni, “colore”) sarebbe stata meno credibile e forse impossibile per un pugliese doc come me. Grazie, Franca!

PS: il racconto, come ho detto, si ferma qualche giorno dopo il 28 ottobre del ‘22. Ma forse ci sarà un seguito. C’è ancora tanto da narrare: la delusione squadrista, le vicissitudini di Arpinati, la nascita della RSI a Bologna, la battaglia di Porta Lame, il 25 aprile a Milano, etc etc
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Categorie: Fascismo, Squadrismo, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 27 Aprile 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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