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Piacere, Amerigo Dumini, 11 omicidi…(prima parte)

Piacere, Amerigo Dumini, 11 omicidi…(prima parte)

Gengis Khan, Nerone, il Feroce Saladino, Geronimo, Rasputin, tutti i cattivi che turbavano i miei sogni fanciulleschi sono stati riabilitati dalla Storia, e si è scoperto che poi “così cattivi non sono mai” come diceva la canzone…
Sono rimaste solo le mefistofeliche figure di secondo piano, comparse della Storia: Amerigo Dumini, per esempio…

di Giacinto Reale

Qui non si vuole tentare una biografia di Amerigo Dumini (1), che, anche chi poco sa di cose di Storia, identifica con certezza nell’ “assassino di Matteotti”, quanto piuttosto abbozzare un discorso di carattere più generale su come non sempre la realtà – soprattutto quando si parla di vicende e uomini del fascismo – sia come appare.
Un invito, in definitiva, a coltivare quell’arte del dubbio alla quale si ispirano la maggioranza dei miei contributi su “Ereticamente”. Tutto ciò partendo da uno schizzo del percorso di vita di Amerigo Dumini, la cui esistenza, peraltro, dopo il periodo adolescenziale, conosce due momenti distinti, diversi e separati, con nel mezzo,  a fare da spartiacque, la vicenda Matteotti.
C’è un “prima” che lo vede   giovane militare d’Artiglieria, Ardito, mutilato e pluridecorato, Sergente Maggiore smobilitato a Firenze, fondatore del primo Fascio di Combattimento, protagonista della gran parte  degli episodi della guerra civile  toscana, uomo di fiducia dell’entourage mussoliniano dopo la Marcia, con incarichi di investigazione e “intimidazione” in Italia all’estero.
Ed è proprio di questo periodo squadrista che qui soprattutto parlerò, sia per esigenze di spazio, che per coerenza alle mie personali curiosità.
C’è un “dopo”, che, successivamente ad  un’ alternanza di non brevi periodi di detenzione o confino, vedrà Dumini colono – sia pure “privilegiato” – in Africa, miracolosamente scampato ad una fucilazione inglese, fuggiasco in Italia, marginale nella RSI e, infine, detenuto nelle galere repubblicane.  (2)
Questo per sommi capi, perché dubbi e incertezze permangono: a cominciare dal nome che, contrariamente a quello che tutti fanno, andrebbe pronunciato con l’accento sulla “u”, “alla maniera toscana” e, anche, dal suo aspetto fisico, secondo alcuni: “un pezzo d’uomo dal volto sfregiato” (3)  o, in altra versione, dalla “figura tozza, solida, un po’ curva”. (4)
Nato negli Stati Uniti, nel 1894, da padre fiorentino pittore di buon successo e madre insegnante, appartenente ad una benestante famiglia londinese, si trasferisce con i suoi nel capoluogo toscano, dove il padre gestisce, col fratello, una galleria d’arte, “intorno agli anni dieci” (5), per arruolarsi volontario nel 1913, rinunciando per questo alla cittadinanza americana.
Allo scoppio della guerra, è da subito al fronte, e, nel 1916 chiede di passare nei ranghi del “Battaglione della Morte”, antesignano dei Reparti Arditi, fondato dal Maggiore Cristoforo Baseggio; prima della fine del conflitto, fa in tempo a  guadagnarsi una medaglia d’argento, una croce di guerra, e la mutilazione della mano sinistra che rimarrà anchilosata.
L’impatto con la realtà del Paese è per lui – come per tanti altri reduci, soprattutto Ufficiali e decorati – amaro; nel marzo del ’19 viene aggredito per strada, a causa dei nastrini che ostenta al petto:
“Alla metà di marzo di quell’anno tanto lontano, ero ancora ricoverato, per i postumi della ferita alla mano sinistra, all’Ospedale Militare di Viale dei Mille, e un giorno me ne venivo, piano piano, durante la libera uscita, verso casa mia. Avevo un braccio fasciato, e camminavo zoppicando. In piazza del Duomo fui assalito da una turba di violenti, calpestato, sputacchiato: mi strapparono i nastrini e me li volevano far mangiare, al grido di “Abbasso il capitalismo sfruttatore”. Me ne rimasi a terra finché la turba esaurì la sua furia, poi fui raccolto e portato all’Ospedale. Il mio primo incontro con la politica non era stato davvero molto fortunato. Fino allora non avevo mai pensato ad entrare in un Partito”. (6)
È così che l’irruento Sergente Maggiore smobilitato è “costretto” a interessarsi di politica: lo fa aderendo ad un paio delle Associazioni reducistiche che anche a Firenze si vanno formando, e poi, soprattutto, contribuendo alla costituzione del fascio cittadino (il primo, chè più d’uno saranno i tentativi prima di arrivare a quello “definitivo”).
Il compito che gli viene affidato è, da subito, quello di organizzatore delle striminzite squadre destinate – solo nelle intenzioni, almeno fino alla fine del ’20 – ad affrontare maree sovversive ebbre del verbo rivoluzionario che arriva da Mosca.
Un compito che gli è congeniale, per il suo passato arditesco, il suo temperamento impulsivo, le sue capacità organizzative e l’indubbio carisma che sugli altri esercita.
Perché  va subito chiarito che con Dumini non siamo di fronte ad un teppista da strada o ad un sicario di malavita: “nel dicembre 1925, gli stessi giudici istruttori del processo Matteotti avvertivano che non si poteva catalogarlo quale “semplice gregario stolto e ignaro, operante per cieco fanatismo”, né come “pistolero” al quale fosse possibile commissionare occasionalmente un delitto”. (7)
Non si tratta, insomma, di   una copia di Albino Volpi, falegname, ex “caimano del Piave”, tanto coraggioso quanto rozzo nella sua incultura; Dumini, fin dall’inizio, tiene conferenze, scrive (il 4 novembre del ’20 esce il primo numero del suo giornale “di guerriglia ardita”, chiamato “Sassaiola fiorentina”) ed affascina personalità apparentemente distantissime dalla sua. (8)
Soffici, Agnoletti e Rosai (che gli è compagno di avventure squadriste) collaborano al suo giornale, Nello Quilici, che sarà  raffinato direttore de “Il Corriere Padano”. gli farà da testimone nel duello con Alberto Giannini, Malaparte (l’altro testimone) gli è amico, attivo con lui in Francia nelle investigazioni sull’assassinio  di alcuni  fascisti ad opera dei fuoriusciti, e deporrà a suo favore al processo per l’assassinio Matteotti. (9)
Per non dire dei politici: nella Firenze del primo dopoguerra suscita più di un malevolo pettegolezzo la sua amicizia con il deputato socialista Filiberto Smorti; negli anni successivi, fino all’omicidio Matteotti, quando ci sarà una corsa a prendere le distanze, molti esponenti fascisti gli manifesteranno amicizia, a cominciare da Mussolini stesso, che il 17 gennaio del ’24 gli invierà una foto con dedica lusinghiera, che verrà pubblicata sulla “Sassaiola”.
Insomma, se Banchelli che gli è amico (10)scriverà, ricordando i tempi della vigilia, che “picchiava come un matto” (e sa un po’ di esagerazione, considerando che è pur sempre un invalido, con la mano sinistra anchilosata (11)), certo è che nell’ottobre del ’22 è al Popolo d’Italia con un incarico delicato e di fiducia: scrivere le “rettifiche” alle false notizie propagate dalla stampa avversa, dopo aver sentito Mussolini o Giuriati.
E sarà proprio Mussolini che, la sera del 27 ottobre, nel comporre il gruppo di fedelissimi che si recheranno alle sedi dei giornali milanesi per informarli della “Marcia” iniziata, raccomanderà a Cesare Rossi: “Vai con Dumini, che sa come presentarsi; tu e lui mostratevi amici. Sai che domani è la giornata decisiva, e bisogna che anche gli altri giornali si adeguino”. (12)
Non un bravaccio da osteria, quindi, ma un uomo che sa parlare, sa relazionarsi con gli altri:“esuberante, rumoroso, scanzonato…dall’eloquio facile e beffardo” come scriverà lo stesso Rossi.
A conferma della sua capacità di scrittura c’è il fatto che i suoi libri autobiografici sono scorrevoli e piacevoli (anche se i maligni sostengono che di “Diciassette colpi” sia Longanesi l’effettivo autore), così come ben scritte sono le  varie “relazioni” autografe che  – sia pure in stralcio – vengono qua e là riportate nei volumi che di lui parlano.
Per chiudere questa prima parte, resta da affrontare il discorso di quello strano modo di presentarsi che la storia (leggenda?) ha tramandato: “Amerigo Dumini, undici omicidi”.
In effetti, una prova “certa” che questa fosse la formula, non  si trova da nessuna parte; anche a voler dare per scontato che, talora, occasionalmente l’abbia adoperata, (13) essa altro non è che una manifestazione di quei particolarissimi tempi e di quei particolarissimi uomini, che hanno un gusto innato per l’esagerazione, eredità di guerra.
Di Ottone Rosai, Ardito, si racconta sia tornato da un’azione oltre le linee, da solo, con una mitragliatrice e 55 prigionieri messi in fila per uno, Marinetti e Vecchi si vantano di avere, in due, messo in fuga, a cazzotti,  un corteo clericale di migliaia di persone, ogni città o paese ha il suo Rodomonte (e molti pagheranno alla Liberazione, il prezzo di racconti inventati).
Sicuro è che nessuno è mai stato in grado di fare quegli undici nomi. Questo emerge anche al termine delle vicissitudini giudiziarie che affliggeranno nel dopoguerra il nostro, quali si ricavano dalla documentazione allegata  a “Diciassette colpi”:

  • la Corte d’Appello di Firenze con sentenza  datata 21 novembre  ’46 (tempi non facili per i fascisti, quindi), in un procedimento nel quale Dumini con altri era imputato di aver organizzato: “squadre fasciste che compivano atti di violenza e devastazioni” testualmente delibera: “…nei confronti del Dumini trova applicazione l’art 152 capoverso del Codice di procedura Penale e lo stesso deve essere prosciolto con formula ampia, non risultando comunque dagli atti che egli abbia preso parte all’organizzazione di squadre fasciste”; 
  • la Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Firenze, con lettera datata 5 marzo 1948 e indirizzata alla Casa Penale di Soriano del Cimino, prega comunicare: “…al detenuto Dumini Amerigo che, con sentenza 30 dicembre 1947 della locale sezione istruttoria egli viene prosciolto dai reati di correità in omicidio e mancato omicidio per non aver concorso nel fatto, ed è stato rinviato al giudice del Tribunale di Arezzo per il reato di sequestro di persona (reato per il quale verrà applicata l’amnistia, nonostante l’opposizione del Dumini ndr)”.
L’unico procedimento conclusosi con condanna è quello relativo al delitto Matteotti, sulla cui “intenzionalità” dirò, in chiusura, due parole.
Appare opportuno, a questo punto, tentare una ricostruzione di alcuni dei “fatti” principali che videro Dumini protagonista nel quadriennio 1919-22, anche perché essi presentano caratteri  riscontrabili anche altrove e modi d’essere comuni a molti altri protagonisti dell’avventura squadrista
Nella foto: una delle rare immagini di Amerigo Dumini
NOTE
(1)         Su Dumini esiste una corposa biografia: Giuseppe Mayda “Il pugnale di Mussolini, storia di Amerigo Dumini, sicario di Mussolini”, Bologna 2004;  si tratta però di un lavoro che va letto con molta attenzione e può servire solo come “traccia”, perché molto “prevenuto” e colmo di imprecisioni ed errori.
Tra i più clamorosi:  l’affermazione secondo cui, nel corso dei noti incidenti del 21 novembre del ’20, a Bologna, “le squadre fasciste fecero irruzione a palazzo D’Accursio” e da lì “bombardarono” la folla in Piazza Maggiore (in realtà i fascisti riuscirono a stento ad entrare in piazza); l’inclusione di  Dumini tra gli aggressori di Amendola il 27 luglio del ’25, (in realtà a quella data egli era in carcere); la datazione – e mi fermo qui – al settembre del ’20 del taglio della barba di Serrati (in realtà avvenuto il 15 aprile dello stesso anno)
(2)         Dumini scrisse due libri: “Diciassette colpi”, Milano 1958 (storia della sua vita, anche se in massima parte riferito al periodo africano)  e “Galera  Sos”, Milano 1957 (meno importante, dedicato alle vicissitudini carcerarie)
(3)         Maurizio Serra, “Malaparte, vita e leggende”, Venezia 2012, pag 97
(4)         Mayda, op cit, pag 66
(5)         Tra le molte leggende fiorite intorno al personaggio, singolare la voce accreditata dall’American Weekly nel 1936, secondo la quale Dumini avrebbe trascorso la giovinezza tra i gangsters di Chicago (Mayda, op cit, pag 60)
(6)         Dumini, “diciassette colpi”, cit pag  17
(7)         Mayda, op cit pag 21
(8)         E’ singolare, per esempio,  che avvocato di Dumini, in alcuni processi a suo carico nel dopoguerra, sarà Casimiro Wronowski, cognato di Matteotti e tutore dei figli
(9)         Poco convincente la spiegazione di Maurizio Serra, (op cit, pag 98) che attribuisce a Malaparte (estimatore anche di Brandimarte) una propensione psicologica – che sarebbe propria di molti uomini di cultura – ad  “incanaglirsi a buon mercato” 
(10)    I due sono insieme protagonisti, nel 1919, di un tormentato viaggio in Albania per recuperare la salma del fratello di Dumini, Albert, Ufficiale dei Bersaglieri, lì caduto
(11)    Questa fama di “picchiatore” sembra  contraddetta da coloro – e tra essi i Magistrati del Processo del ’25 – che accusano Dumini di essere il materiale accoltellatore di Matteotti, proprio perché confutano la sua versione di essere stato al volante dell’auto,   con la motivazione che, in quanto mutilato, non poteva guidare, e per tanto tempo, una vettura
(12)    Così riportato in: Gianfranco Venè, “Cronaca e storia della Marcia su Roma”, Venezia 1987, pag 329
(13)    In effetti, pare che fosse  Sandro Carosi, il violentissimo farmacista e capo squadrista di Vecchiano, a  presentarsi così: “Tenente Carosi, undici omicidi, venti ferimenti”,  solo perché – lo dice l’ insospettabile Franzinelli – “vanaglorioso e desideroso di fare colpo sugli estranei…con una frase ad effetto”
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Categorie: Amerigo Dumini, Fascismo, Squadrismo, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 9 aprile 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. “E’ singolare, per esempio, che avvocato di Dumini, in alcuni processi a suo carico nel dopoguerra, sarà Casimiro Wronowski, cognato di Matteotti e tutore dei figli” è possibile sapere la fonte di questa notizia, che mi pare di non secondaria importanza? grazie

  2. Anonymous

    A completamento della biografia di Dumini , va anche ricordato che era un massone, salvo poi ravvedersi. Tuttavia è interessante leggere la sua autobiografia, dalla quale si apprende, che su incarico del segretario del PNF fu mandato sotto mentite spoglie, a Parigi, ove si infiltrò tra i fuoriusciti, lavorando anche al quotidiano comunista l’Humanitè. Lo scopo della missione era quello di chiarire il ruolo di Matteotti come “deus ex machina” nella soppressione di numerosi fascisti in Francia. A tale proposito Matteotti si recò clandestinamente in Inghilterra, dove ambienti antifascisti britannici, lo fecero entrare in possesso, di alcuni documenti relativi gli intrallazzi di alcuni fascisti con le compagnie petrolifere angloamericane. Documenti che ne decretarono la sua morte.Purtroppo nel libro autobiografico non tutto viene sviscerato dal Dumini; un vero peccato, perchè la verità sul delitto Matteotti, si è pervenuti non tanto grazie al Dumini, ma ad altri onesti ricercatori storici, super partes, che ebbero l’onestà intellettuale di scrivere che Mussolini era estraneo al delitto, maturato in torbidi ambienti affaristici,che videro coinvolti alcuni ras fascisti, tra cui è utile ricordarlo Aldo Finzi sottosegretario agli Interni, fucilato nel marzo 1944 alle Fosse Ardeatine a seguito della note vicissitudini di via Rasella.

  3. giacinto reale

    grazie per il contributo…..sono personalmente sempre un po’ scettico sulle dietrologie, e continuo a ritenere che l’omicidio fu involontario e il rapimento dovuto alla volontà di impartire una lezione al leader socialista (dopo quella, durissima, di Castelguglielmo) ogni altra tesi sul movente (Standard Oil, casinò, affarismo d’altro tipo), cozza con la preterintenzionalità, alla quale non mi sento di rinunciare

  4. Anonymous

    Due delle tesi difensive invocate da Dumini per la preterintenzionalità del delitto, furono che la fossa scavata per il seppellimento di Matteotti,fu fatta con il crick dell’auto usata per il sequestro (strumento non idoneo certamente per scavare)e la presunta emottisi di cui soffriva il deputato socialista, che dopo aver ricevuto dei poderosi cazzotti alla cassa toracica, ne causarono la morte.Però ribadisco che nella vita intemerata del Dumini, ci sono dei lati oscuri, mai del tutto chiariti, vale a dire la sua comprovata appartenenza alla massoneria, il suo ruolo ufficiale di agente segreto del Viminale, i suoi rapporti con l’ebreo Aldo Finzi sottosegretario del Ministero degli Interni, vice capo della polizia,intrallazzato con ambienti torbidi internazionali affaristici, legati ai casinò (giochi d’azzardo) e alle compagnie petrolifiche angloamericane.Ambienti affaristici a cui Dumini, non era del tutto estraneo,visto che negli anni venti si era recato in Yugoslavia per trattare l’acquisto di materiale bellico residuato di guerra. Mussolini durante la RSI,scrisse che la morte di Matteotti, era dovuta ad ambienti affaristici torbidi. Forse nei documenti che Mussolini portava con sè e scomparsi a Dongo, c’era anche un dossier dedicato al delitto Matteotti.Concludo ricordando che la vedova e i figli di Matteotti,dopo la morte del deputato, furono sovvenzionati con i fondi dell’OVRA, poiché tramite alcuni fiduciari della polizia a Parigi, si apprese che i fuoriusciti stavano organizzando l’espatrio della famiglia Matteotti…tutto ciò nell’ottica che era meglio prevenire che reprimere.

  5. giacinto reale

    per Filippo Venturini: la notizia è nei due volumi autobiografici del Dumini,

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