Opus maxime rhetoricum, prima parte

Opus maxime rhetoricum, prima parte
Di Fabio Calabrese
Cicerone diceva: “Historia est opus maxime rethoricum”, cioè scrivere la storia è soprattutto (maxime) “opus rethoricum”, che potremmo modernamente tradurre “un lavoro di propaganda”. Qualcun altro ha detto che la storia non è una scienza, è una vendetta, l’eterna vendetta dei vincitori contro i vinti, anche se credo che ben difficilmente in altre epoche si siano raggiunti il livore e la falsità che si sono toccati da parte dei vincitori dopo la seconda guerra mondiale.

Volendo riprendere e ampliare il nostro discorso dopo aver esplorato, credo con non poca profondità, la questione delle origini, ho pensato a due direzioni in cui esso può essere sviluppato. Noi abbiamo visto come la democrazia per far passare la tesi dell’uguaglianza degli uomini, della mancanza d’importanza dei fattori genetici e razziali, per condizionarci psicologicamente all’accettazione di una società ibrida e multietnica, ci abbia raccontato sulle nostre origini una storia o delle storie del tutto false. Per quanto riguarda i tempi recenti, invece, ci sono tutte le falsificazioni per criminalizzare gli ultimi difensori dell’Europa nell’ultimo immane conflitto planetario, di cui i coraggiosi storici revisionisti ci hanno raccontato tutta la falsità. Nel mezzo, nel lasso di tempo non brevissimo che separa la preistoria dalla seconda guerra mondiale, non c’è proprio nulla da eccepire, ci hanno davvero raccontato le cose come stanno?

L’altra direzione sulla quale mi è sembrato utile appuntare le nostre ricerche è questa: io vi ho raccontato della deludente esperienza che ho avuto coi signori del CICAP. Ora, a parte paranormale e ufologia, gli argomenti a cui questi paladini o mosche cocchiere dell’ortodossia scientifica ufficiale “politicamente corretta” oppongono il loro rifiuto pregiudiziale sono le civiltà misteriose e il cosiddetto complottismo. Se noi andiamo a esaminare quelle che sono chiamate le “teorie del complotto”, vediamo che i casi particolari, dall’attentato dell’11 settembre alle vere cause delle due guerre mondiali, rientrano in un interrogativo più generale. Tutta la modernità potrebbe essere letta come la conseguenza di un complotto. Quanto meno sarebbe necessario spiegare come mai le rivolte, le rivoluzioni, le rivendicazioni, le riforme democratiche e sedicenti popolari abbiano finito per sostituire al potere delle antiche aristocrazie non una reale partecipazione popolare o un allargamento reale della base del potere, ma il dominio di una élite ancora più esclusiva, inaccessibile e lontana dal resto della società, l’oligarchia del denaro.

Mi sono accorto però che la distanza fra i due argomenti in realtà è soltanto cronologica e che quindi la cosa migliore è probabilmente quella di esaminare, dopo quelle delle nostre remote origini, le falsificazioni che oscurano la nostra conoscenza della storia antica e medievale, per passare alle mistificazioni della storia contemporanea (che non sono affatto iniziate con la seconda guerra mondiale).

La percezione deformata che noi abbiamo dell’antichità dipende ovviamente da quella che abbiamo delle origini della o delle civiltà, ed entrambe risalgono all’introduzione, ma sarebbe meglio dire imposizione, nella nostra cultura di quel libro di favole spacciato per un testo sacro, che è la bibbia. Bisogna sapere che non solo Adamo e Noè non sono affatto personaggi storici ma al più letterari, ma che non lo sono neppure Abramo, Mosè, Davide e Salomone. Quanto al Nuovo Testamento, non escludiamo che una minima base storica l’abbia avuta, visto che è nata la religione che conosciamo come cristiana, ma la vicenda è stata raccontata a secoli di distanza da persone che non ne sapevano quasi nulla, ma si sono inventate quel che più a loro piaceva.

In Perché non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici, Piergiorgio Odifreddi ha evidenziato un semplice fatto: all’epoca di Cristo, c’era un mondo civile, una società altamente organizzata, e storici che ci hanno trasmesso puntuali resoconti degli eventi di quel tempo. Ora, può essere che nessuno di costoro si sia degnato di informarci che nella Palestina di quel tempo c’era un prodigioso taumaturgo in grado di trasformare l’acqua in vino, moltiplicare pani e pesci, guarire ogni genere di malattie e deformità e persino di resuscitare i morti?

(In effetti ci sarebbe una “testimonianza” un passo interpolato nelle opere di Flavio Giuseppe, il famoso Testimonium flavianum, ma si tratta di un falso smaccato, di cui conosciamo persino l’autore – confesso – Eusebio di Cesarea, di tre secoli posteriore). Forse non ci hanno trasmesso nulla perché non c’era nulla da vedere, ed è tutta un’invenzione degli autori neotestamentari.

La cosa sorprendente, però, è la risposta che gli ha dato Maurizio Blondet recensendo il libro sul suo sito: “Per fortuna” Odifreddi non si è accorto che anche per l’Antico Testamento c’è “un problema” analogo. Stando a quanto esso ci racconta, l’Israele di re Salomone doveva essere almeno una media potenza della regione mediorientale. Allora, non è quanto meno strano che dei suoi vicini nessuno si sia accorto di nulla? Non si trova alcuna menzione al regno ebraico negli scritti babilonesi, assiri, ittiti, fenici e forse un solo ambiguo riferimento di dubbia interpretazione in una stele egizia che potrebbe anche riferirsi a tutt’altro.

Maurizio Blondet in un altro articolo apparso sul suo sito EffeDiEffe ha ammesso onestamente di trovare imbarazzanti quei passi dell’Antico Testamento da cui traspare lo sciovinismo etnico-religioso degli antichi israeliti, che ci dipingono un Dio che comanda loro lo sterminio delle preesistenti popolazioni palestinesi, quel che definisce “un residuo dell’età del Ferro”. Io penso che sia proprio questo aspetto brutale del “libro sacro” a spiegare il persistente fascino che esso esercita sugli Yankee, un “popolo” o meglio un’accozzaglia di trogloditi nonostante l’imponente apparato tecnologico di cui dispongono per disgrazia dell’umanità.

Non dobbiamo pensare che sui due lati dell’oceano Atlantico si trovino la stessa civiltà, la stessa cultura, né tanto meno la stessa concezione della storia.

Riporto un breve estratto di un articolo di cui ho già parlato altre volte, L’anticristo circasso, un’eccellente analisi della “cultura” americana, fatta da Miguel Martinez e presente sul suo sito www.kelebekler.com:
“Innanzitutto, è importante ricordare che gli USA hanno avuto molto a che fare con la Bibbia, ma poco con Platone, Tommaso d’Aquino, al-Ghazali o Voltaire.
(…).
Un terzo fattore è l’uso politico della Bibbia. In altri paesi, è un luogo comune dire che che gli Stati Uniti sono un “paese nuovo privo di storia.” In realtà la storia c’è, solo che è largamente biblica. Se altrove si guarda indietro verso i Celti e gli Etruschi, gli statunitensi guardano indietro verso gli antichi Israeliti; le guerre di Davide sono anche le loro guerre”.

E viceversa, punto molto importante da ricordare, le loro guerre sono anche guerre bibliche, nel senso che costoro applicano a se stessi il disgustoso sistema di giustificazioni che la bibbia fornisce al genocidio dei popoli palestinesi, in relazione al delitto capitale su cui si fonda la loro pseudo-nazione, lo sterminio dei nativi americani: ritengono che questi ultimi siano stati dati loro “in pasto” da Dio, come gli antichi Madianiti, Amorrei e via dicendo, agli Ebrei dei tempi biblici.

Un concetto importante da tenere presente, è che in democrazia, a politica si manifesta attraverso le azioni e i convincimenti di masse di milioni di persone, quella che si chiama opinione pubblica. Questo non significa ovviamente che la democrazia stessa non sia altro che una risibile utopia, perché l’opinione pubblica, ben lungi dall’esprimere una qualsiasi “volontà sovrana” può facilmente essere manipolata e guidata a pensare e agire come a chi ha il potere fa comodo. In altre parole, quello che conta non è ciò che pensa un pugno di specialisti acculturati e preparati, ma la percezione delle cose che s’inculca, sia pure senza un briciolo di fondamento obiettivo, nella massa della popolazione.

La grossa “fabbrica del consenso” a uso interno degli Stati Uniti ma anche esterno, planetario, è ovviamente Hollywood. Noi razionalmente sappiamo che una pellicola è soltanto un film, fiction, invenzione e appunto, come suggerisce l’etimologia, finzione, ma i nostri riflessi inconsci sono molto più antichi dei fratelli Lumiere. A livello inconscio, “ciò che si vede” “è vero” per definizione, e una visione del mondo basata sulla ragione piuttosto che su riflessi emotivi, è una prerogativa di un numero estremamente ridotto di esseri umani. Per fare un esempio facilmente comprensibile, una pellicola di pura invenzione come La lista di Schindler ha un peso nel condizionare l’opinione pubblica mondiale enormemente superiore agli studi seri e documentati di Robert Faurisson, Ernst Zundel, Carlo Mattogno.

La stessa cosa avviene per la percezione dell’antichità. Vediamo come Hollywood ha dipinto, o per meglio dire calunniato i nostri antenati romani: osceni filmacci di pura denigrazione che passano per capolavori della cinematografia mondiale come Quo vadis, Ben Hur, La tunica e quanti altri vi vengono in mente: i Romani sono sempre presentati come lussuriosi gaudenti e sadici, intenti a perseguitare in ogni modo quei “poveri” ebrei e “poveri” cristiani. Sembra che a nessuno venga in mente il dubbio di come mai gente di tal fatta avrebbe potuto dar vita a un impero esteso a quasi tutto il mondo allora conosciuto, e non trascuriamo neppure il “piccolo” particolare che sono i nostri antenatia essere esposti all’insulto e alla calunnia.

Poiché per disgrazia dell’umanità gli Stati Uniti sono oggi la prima potenza mondiale, un confronto fra l’impero romano e l’impero yankee riesce molto istruttivo. Roma ha raggiunto la definitiva vittoria sui regni ellenistici e la creazione di un impero circum-mediterraneo nel 31 avanti Cristo con la battaglia di Azio. A far data da allora, l’imperium romanum è durato circa cinque secoli. Gli Stati Uniti hanno raggiunto la loro attuale egemonia planetaria nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica. Quando, e naturalmente se, fra cinque secoli, avranno dimostrato di saper esercitare un dominio altrettanto duraturo, riconosceremo loro il diritto di denigrare i nostri padri. E’ un peccato che nessuno di noi vedrà quest’epoca a venire, ma è difficile sfuggire alla sensazione che l’egemonia planetaria americana non sarà altrettanto longeva, è in crisi già adesso, è in gran parte basata sul fatto che le transazioni internazionali avvengono in dollari, è dunque puramente speculativa e parassitaria.

Roma ha datociviltà, organizzazione, cultura ai popoli del Mediterraneo e dell’Europa, da un sistema civile ben ordinato in base a leggi, a una cultura superiore, a un eccellente sistema viario. Gli USA sembrano capaci solo di prenderedagli altri popoli, di dare solo le oscenità di celluloide hollywoodiane.

Un altro elemento che salta subito agli occhi, è che i Romani capivano o almeno si sforzavano di capire la mentalità degli altri popoli con cui avevano a che fare e mostravano ampia disponibilità verso la loro cultura, la loro religione, le loro usanze una volta che questi ne avevano accettato la supremazia politica.

Gli USA no, gli Yankee sono talmente convinti della loro presunzione di superiorità sugli altri popoli, da cercare di estendere a livello planetario l’american way of life, al punto da aver commesso e di continuare a commettere una serie di clamorosi errori di valutazione da cui non sembrano imparare nulla, e ricadono nella stessa trappola in momenti successivi. 

Vediamo ad esempio la gigantesca e sanguinosa farsa delle cosiddette “primavere arabe”, un generale fallimento dalla Tunisia allo Yemen, passando per la Libia e l’Egitto. Gli USA hanno soffiato sul fuoco dei movimenti di ribellione senza minimamente avere sentore del fatto ovvio e banale che quella che chiamiamo democrazia non è applicabili ai Paesi islamici, e che i tentativi di instaurarla portano ogni volta solo a fomentare i fondamentalismi, per tenere a freno i quali, poi non resta che ricorrere ai golpe militari. La sovranità popolare è ovviamente un’utopia, ma quelle che noi chiamiamo democrazie nel mondo “occidentale” (non discutiamo ora di questo insoddisfacente concetto) riescono bene o male a sopravvivere mediante l’attuazione sia pure imperfetta di due principi: potere decisionale della maggioranza e rispetto delle minoranze con alcuni diritti che almeno sulla carta dovrebbero essere garantiti. Questo nel mondo islamico è impossibile, perché l’islam VIETA il rispetto delle minoranze, impone la violenza come mezzo per la conversione degli “infedeli” riluttanti.

Già gli interventi militari USA (affiancati purtroppo da “alleati” fra cui noi, in realtà servitori ed ascari) in Irak e in Afghanistan sono serviti solo a destabilizzare le due regioni, aumentare il livello dello scontro fra le diverse fazioni locali oltre che con le forze occupanti, ma prima ancora, un analogo tentativo di democratizzazione, seguito dalla vittoria dei fondamentalisti e infine da un golpe militare, lo stesso copione che abbiamo visto in Egitto, era stato rappresentato in Algeria.

Adesso ci riprovano con la Siria. Fortunatamente, il regime di Bashar Assad si è rivelato più difficile da rovesciare, più radicato nella popolazione di quel che pensavano. Ma se riuscissero nel loro intento, cosa otterrebbero? Solo la vittoria di un altro fondamentalismo radicale, ostile a loro e a tutto ciò che non è islamico, ma gli Yankee continuano, nella politica internazionale a ripetere in maniera meccanica gli stessi errori.

Incapaci di comprendere l’islam, sono altrettanto ciechi per quanto riguarda l’Europa. Pensavano veramente nella crisi della ex Jugoslavia che potesse ad esempio nascere una Bosnia vitale senza maggioranza nazionale, spartita quasi equamente fra Croati, Mussulmani e Serbi, o che gli albanesi dell’UCK avrebbero esercitato nei confronti dei Serbi del Kossovo altra politica che la più feroce pulizia etnica? 

Oggi nella crisi ucraina commettono gli stessi errori, si rifiutano di capire che i membri della minoranza russofona dell’Ucraina non si considerano ucraini, ma russi. Non capiscono, o non vogliono capire che per gli Europei non è l’appartenenza statale, il timbro sul passaporto a determinare la nazionalità, ma al contrario, l’appartenenza statale dovrebbe corrispondere a un’identità etnico-nazionale che esiste di per sé. O meglio ancora, poiché la loro è una società etnicamente ibrida, tutto il mondo deve esserlo.

L’incapacità di capire ciò che è diverso da loro e la volontà di imporre con la violenza agli altri popoli ciò che è loro estraneo. Per questo, nessun paragone con Roma è possibile, quello degli USA sarà sempre un imperialismo e non diventerà mai una politica imperiale.

Un’altra questione sulla quale sarà bene avere le idee chiare e che può fornirci indicazioni preziose per i tempo presente, è quella dell’ellenismo. I regni ellenistici, è noto, nacquero dallo smembramento dell’impero creato da Alessandro Magno con l’annessione alla Macedonia del gigantesco impero persiano che a sua volta aveva annesso numerosi popoli e culture  dell’area mediorientale, dall’Egitto al Caspio, all’Indo, e furono caratterizzati dall’affermarsi su quelle popolazioni di élite greco-macedoni portatrici di cultura ellenica. Secondo diversi volonterosi interpreti moderni, essi rappresenterebbero un esempio di antica società multietnica e multiculturale riuscita. Ciò non solo non corrisponde alla realtà dei fatti, ma gli insegnamenti che se ne possono trarre sono esattamente opposti a quelli che i moderni storici “politicamente corretti” vorrebbero.

Notiamo per prima cosa che il paragone con la situazione attuale, con l’invasione mondialista che l’Europa sta oggi subendo, è del tutto improprio. Per prima cosa, non vi furono grosse migrazioni o spostamenti di popolazioni, solo l’insediamento in tutto il bacino del Mediterraneo orientale di ristrette élite dominanti di origine greca. Queste vi portarono la lingua, la cultura, la scienza, la filosofia elleniche, che conobbero il loro massimo sviluppo a Pergamo, Antiochia, Alessandria dove fu fondata la celebre biblioteca, e dove l’eredità trapiantata dalla madrepatria ebbe il più rigoglioso sviluppo, ma tutto ciò non coinvolse verosimilmente mai la grande massa delle popolazioni che a ciò rimase estranea. Se si esaminano bene le cose, si vede che una cultura anche superiore ma “straniera” difficilmente fa breccia, e l’identità etnica rimane la realtà di gran lunga più forte.

Non solo, ma col tempo, man mano che gente proveniente dai popoli sottomessi risalivano i ranghi della politica e della cultura, l’ellenismo si orientalizza in maniera sempre più marcata, la razionalità ellenica lascia il posto al misticismo orientale che arriva a infettare tutta l’Europa mediterranea, e prosegue la sua marcia trionfale quando al dominatore ellenistico viene a sostituirsi quello romano. Di questa rivincita orientale, il cristianesimo è parte e protagonista di primo piano.

Oswald Spengler ha parlato di una cultura arabo-magica rimasta parzialmente occultata dalla civiltà classica, che guadagna lentamente terreno dalla decadenza di questa, che infine giunge a piena maturità ed esce allo scoperto con l’islam; l’islam che è fratello di sangue del cristianesimo, germogliando entrambi dalla comune radice ebraica.

Naturalmente, è chiaro che pretendere che i nostri odierni storici e intellettuali abbiano letto Spengler o addirittura che l’abbiano capito, è davvero chiedere troppo.

Un’altra questione sulla quale sarebbe bene avere le idee chiare è questa: Si considera l’impero romano deceduto nel 476 dopo Cristo con la deposizione di Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano d’occidente, ma in realtà esso aveva già cominciato a morire più di un secolo prima con l’avvento di Costantino. Questi fece ben più che legalizzare il cristianesimo. Con lo spostamento definitivo della sede imperiale in oriente, a Bisanzio che non a caso divenne Costantinopoli, iniziò a costruire una realtà nuova, diversa, non romana: un impero basato sul culto cristiano e modellato sulle tirannidi sacrali di cui i regni ellenistici avevano riproposto il modello, ma che era una realtà molto più antica, nata all’ombra delle piramidi e delle ziggurat. Nella costruzione di questa nuova realtà bizantina, l’occidente era solo una fonte di risorse da saccheggiare, perché ben difficilmente gli occidentali, di sangue latino, gallico, iberico, EUROPEI in una parola, avrebbero accettato una forma politica così contraria al senso radicato dell’autonomia, della libertà, della dignità personale dell’homo europeus.

Nei confronti dell’occidente, per edificare Costantinopoli, Costantino inaugurò la più feroce politica fiscale che si fosse mai vista, distruggendone l’economia, in questo senso fu un vero precursore della BCE.

Ai Germani non rimase altro che togliere di mezzo più avanti un cadavere, una spoglia vuota.
Un impero romano e cristiano, di fatto si può dire che non sia mai esistito. Romanità e cristianesimo rimangono due polarità inconciliabili.

Chiaramente, il nostro discorso non finisce qui, ci occuperemo delle verità scomode della storia medievale e moderna che le interpretazioni ufficiali cercano di nasconderci. Revisionismo, certamente, ma a questa parola sarebbe necessario dare un senso molto più ampio di quello corrente: tutta la storia, dalle più remote origini fino al tempo presente, necessita di essere sottoposta a revisione.
     
 

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Categorie: Cristianesimo, Religione, Usa

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 aprile 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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