Hibakusha

Hibakusha

“Coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo; che hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall’umanità» 

(Kenzaburo Oe, premio Nobel giapponese della letteratura)

Il 6 agosto 1945 alle 8:16 del mattino venne sganciata da un aereo americano la prima bomba atomica ad essere utilizzata in un conflitto, la città distrutta da tale, mai vista, esplosione fu Hiroshima, in Giappone. Si trattò di un ordigno dalla potenza pari a 20.000 tonnellate di esplosivo che provocò circa 130.000 morti e altri 180 000 sfollati che perirono successivamente.

Alcuni di questi, ironia della sorte, si erano rifugiati a Nagasaki. Negli anni successivi, a seguito dell’avvelenamento da radiazioni e di necrosi si contarono decessi per circa il 20% di coloro che erano sopravvissuti all’esplosione iniziale. Un’apocalisse: effetti deleteri, aberranti, continuarono a verificarsi in seguito nel territorio, con aumento di patologie cancerogene e malformazioni neonatali. Un censimento effettuato nel 2002 conta che, gli hibakusha (i colpiti dalle radiazioni del fallout nucleare), nonostante i 57 anni trascorsi, erano 285.000.

La serie di cifre sopraindicate, non può restare uno sterile elenco, ma deve servire a far riflettere e a dare il giusto peso a un gesto che rimane, fortunatamente unico, ma mai sufficientemente condannato e punito. Non mi basta la presa di coscienza della gravità dell’evento commesso dagli Stati Uniti d’America, vorrei che ogni anno ci fosse più clamore intorno al ricordo della follia distruttrice di quel terribile giorno, per “non dimenticare” come si fa, abbondantemente, per altre tragedie del secolo scorso.

Lèo Szilard, lo scienziato che insieme a Einstein ebbe un ruolo importante nel Progetto Manhattan, dichiarò: «Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, avremmo definito lo sgancio di bombe atomiche come un crimine di guerra, avremmo condannato a morte i tedeschi colpevoli di questo crimine a Norimberga e li avremmo impiccati». Gli alleati non erano nuovi a operazioni di bombardamenti a tappeto sulle zone da conquistare, con conseguenti perdite di civili innocenti. In Germania, ad esempio, il brutale raid su Dresda causò nella “tempesta di fuoco” la morte di 35 000 persone e la distruzione di una delle maggiori città d’arte tedesche. I tedeschi contano in 370.000 nell’intera guerra e in tutta la Germania le vittime civili dei bombardamenti alleati.

Anche l’Italia fu bersagliata pesantemente e si noti che le incursioni sulle nostre città furono compiute prevalentemente dopo l’8 settembre 1943 e cioè quando l’Italia era virtualmente “alleata” con gli anglo-americani. Nelle principali città italiane furono colpiti punti strategici, ma nei bombardieri, i Liberator, (con quanta fantasia scelsero il nome per un velivolo che trasportava bombe) con la loro abituale imprecisione causarono la morte di donne e bambini per un totale di 64000 civili italiani. Nel 1945 altre 60 città giapponesi vennero pesantemente bombardate, e tra le più colpite, oltre a Tokyo, fu senza dubbio Kobe, ma lo scempio che fu commesso su Hiroshima prima e Nagasaki, pochi giorni dopo, non ha eguali nella storia. Si legge in un comunicato del 6 agosto 1945 che il presidente Truman dichiarò orgogliosamente: “Con questa bomba noi ora abbiamo raggiunto una gigantesca forza di distruzione che servirà ad aumentare la potenza crescente delle forze armate. Stiamo ora producendo bombe di questo tipo e produrremo in seguito bombe anche più potenti”.

La guerra era cessata oramai da qualche mese in Europa ma gli Stati Uniti, in oriente, erano alle prese con un avversario ostinato che, dato l’acceso patriottismo dei soldati giapponesi, crescente con l’inasprirsi del conflitto, procrastinava la fine delle ostilità, anche se oramai dai risvolti certi. La battaglia di Okinawa durò circa 80 giorni e fu condotta dai Giapponesi con tenacia, disperazione, missioni suicide, che causarono gravi perdite all’esercito americano e un alto numero di vittime. Ciò indusse il presidente Truman a decidere l’attacco con la bomba atomica su Hiroshima, decisione che, si dichiarò, sarebbe potuta servire ad accorciare la Seconda guerra mondiale di parecchi mesi, risparmiando le vite dei soldati (sia alleati sia giapponesi) e dei civili, destinati a perire nelle operazioni di terra e d’aria nella prevista invasione del Giappone.

Questa ovviamente è la teoria portata avanti dagli americani che “quali salvatori dell’umanità si sono assunti il dovere di massacrare tanti civili, per salvarne altri”. Incredibile come in molti libri di storia questa compaia come l’unica motivazione. Che il motivo reale sia stato per vendicare i 3405 morti di Pearl Harbor (alla faccia della rappresaglia di 1 a 10) o si voglia per compiere una dimostrazione di potenza verso quello che si profilava come il nuovo nemico, l’URSS che preparava l’invasione all’arcipelago nipponico, o peggio ancora per testare la potenza dell’ordigno atomico costato miliardi di dollari su una vera città, ciò spiegherebbe il perché di due bombardamenti a Hiroshima e Nagasaki, in cui si usarono le diverse tipologie di bomba prodotte, non cambia il fatto che si è trattato del gesto più vergognoso della storia dell’umanità.

Vergognoso anche per la egoistica scelta finale della città di Hiroshima come obiettivo, perché, a differenza di altri centri come Kioto o Kokura, non aveva al suo interno e nei dintorni campi per prigionieri di guerra. Dopo pochi giorni come dicevo, venne sganciato il secondo ordigno nucleare su Nagasaki dove morirono all’istante 40.000 persone e altrettante nei mesi seguenti. La resa del Giappone fu inevitabile. Alla fine della seconda guerra mondiale, il Giappone era in condizioni disperate. Nel corso del conflitto erano morte circa 2 milioni di persone, un terzo delle quali civili. La disfatta non aveva fiaccato i Giapponesi solo materialmente, ma anche moralmente e aveva completamente screditato il nazionalismo tradizionale.

Dopo la firma della resa, gli americani procedettero alla completa occupazione del Paese, il generale MacArthur assegnò a una commissione di suoi funzionari, esclusivamente americani, il compito di stendere una nuova Costituzione, che entrò in vigore due anni dopo. Il Giappone dovette così subire anche l’umiliazione che fosse la potenza occupante a fissare i principi giuridici che avrebbero regolato in futuro la vita politica nipponica. E questa rinuncia a se stessi, alla loro cultura fu la peggiore delle sconfitte. II testo della nuova legge fondamentale proclamava ufficialmente la «rinuncia alla guerra» e arriveremo al 2006 prima che il Giappone abbia un suo Ministero della Difesa.

Questa auto-limitazione, così umiliante per i giapponesi, con il tempo, fu accettata, nella misura in cui essa si rivelò fondamentale ai fini della crescita economica del paese. Delegando agli Stati Uniti le spese per la propria sicurezza nazionale poterono investire in attività produttive tutto il capitale disponibile. La grande tradizione di concretezza, serietà, dedizione al lavoro, hanno fatto sì che la piccola nazione del Sol Levante, sia risorta con forza e orgoglio nazionale e, accomunando l’occidentalizzazione alla cultura tradizionale è oggi la terza potenza mondiale. Recita l’inno nazionale giapponese: “kimi ga yo che il vostro regno possa durare mille, ottomila generazioni, finché i ciottoli divengano rocce coperte di muschio..”

La ripresa economica iniziò fornendo beni e servizi, data la vicinanza strategica, agli USA (che contrariamente non avevano di certo rinunciato alla guerra) durante il conflitto in Corea. Una ripresa economica favorita da condizioni interne molto diverse da quelle di altri paesi: un elevato tasso di scolarizzazione, bassi salari, scarsa conflittualità sociale, forte tendenza al risparmio. La particolare cultura giapponese, caratterizzata dai valori della lealtà, favorì l’impresa, con sindacati deboli e lavoratori che avanzavano richieste modeste rispetto ai loro colleghi occidentali.

Lo spiccato senso dell’onore porta i Giapponesi, ancora oggi, a togliersi la vita per scandali personali. Il paragone con gli Italiani, in casi analoghi, pare superfluo. Noi, al contrario, in 70 anni di prebende, inciuci, lucri, ruberie, menefreghismi, mafie, e mancanza totale di etica da parte della classe politica dirigente, abbiamo subito un crescente degrado di valori e la perdita totale di credibilità interna ed estera. Oggi a Hiroshima è stato istituito il Memoriale della Pace, che conserva al suo interno i registri con i nomi delle vittime della bomba (quelle immediate e quelle che sono seguite nel corso degli anni), ricco di oggetti, foto, plastici, filmati del prima e del dopo bomba. Un luogo dove tenere resti e reperti drammatici ma anche dove racchiudere tutto quello che riporta a quel inglorioso evento. I Giapponesi con la dignità, la semplicità e la timidezza che li contraddistingue, ogni anno ricordano i loro morti innocenti, la loro più grande sconfitta e lo fanno senza vergogna, con pudore e riservatezza.

Ancora una volta mentre scorro le fotografie della A-bombe Dome, forse oggi, l’ immagine più caratteristica di Hiroshima, mi sale un nodo in gola e penso con enorme disagio a come noi, invece, abbiamo l’onta del tradimento che macchia le nostre coscienze e mentre loro su queste macerie ricordano i loro morti, noi, privi di orgoglio nazionale, abbiamo nel tempo, coperto, dissimulato, negato. In Italia non si rammenta la sconfitta, non si richiamano alla memoria i morti della guerra, ma si festeggia con grande e improprio sventolio di tricolori la Liberazione.

Franca Poli

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Categorie: Hiroshima

Pubblicato da Franca Poli il 4 agosto 2013

Franca Poli

Franca Poli, appassionata di storia recente, consulente del lavoro ma scrittrice e poetessa per divertimento. Scrivo, per passione da quando appena ne fui in grado pensai di vergare a grandi lettere il mio nome sui muri della camera da pranzo. Ecco scrivo da sempre e con lo stesso successo di allora.

Commenti

  1. Sepp

    “Ciò indusse il presidente Truman a decidere l’attacco con la bomba atomica su Hiroshima” cioe’ trovo la scusa per usare il giocattolo che avevano rubato alla Germania, perche’ finche’ la Germanai non capitolo’ non erano in grado di costruire l’atomica. Si arguisce che gli americani e’ da una vita che campano come parassiti sulle fatiche altrui.

  2. Lisa Ficara

    Non voglio scomodare le solite frasi fatte ma, nel ringraziarla per questo suo interessante, pertinente quanto accorato articolo, é sempre vero che i libri di storia li scrivono i vincitori!

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