Euroscettici e populisti

Euroscettici e populisti

di Fabio Calabrese

Io ho compiuto da poco sessant’anni, e non credo quindi di dovermi considerare decrepito, non in questa Italia di oggi che ha rieletto alla presidenza della repubblica un giovanotto ottantottenne, tuttavia in certi momenti mi capita di sentirmi un uomo di un’altra epoca.
In particolare, mi rendo conto che quello che è anacronistico, è il mio atteggiamento verso la politica: per me occuparmi (e preoccuparmi) di politica significa interessarmi delle sorti della comunità di cui tutti facciamo parte, un dovere civile e non, come avviene perlopiù oggi, un’occasione di profitti e interessi più o meno leciti.
Il precedente articolo che ho inviato a “Ereticamente” è stato dedicato a un fatto importante nella cronaca delle nostre disgrazie, la rielezione del presidente della repubblica, e adesso non vorrei tornarci su se non per un ultima osservazione: sarà stato prudente affidare la suprema carica dello stato a un giovanotto forse non abbastanza esperto, uno sbarbatello nemmeno novantenne?

Il teatrino della politica spicciola l’ho definito un immondezzaio, e – credetemi – è con ogni probabilità il termine più gentile che avrei potuto adoperare per questo vermicolante intreccio di giochi di potere, personalismi, interessi privati e inconfessabili che sta pesando sempre più su tutti noi e sta portando a fondo questa povera nazione.

Svolto ancora una volta questo increscioso compito, forse è il momento di concederci di tornare a considerare qualcosa di portata più vasta e meno immediata, di ripassare per così dire i fondamentali.
Un punto che io penso che emerga con molta chiarezza dalle cose che ho pubblicato finora su “Ereticamente”, è che mi potrei definire con ogni probabilità un patriota europeo. In quella parte di scritti in cui mi sono occupato in particolare di temi storici e archeologici (i quattro capitoli di “Ex oriente lux” in particolare, ma un po’ tutto lo spazio che ho dedicato a queste tematiche), ho perorato, lo ammetto non senza passionalità, la creatività e l’originalità del nostro continente in contrapposizione al mito di una derivazione della civiltà da oriente e dal Medio Oriente, la cui importanza siamo portati a sopravvalutare – a mio parere – in conseguenza della diffusione di una religione di origine mediorientale alle nostre latitudini.
La questione è POLITICA, e lo è in una misura maggiore di quanto non sembri, non solo perché ritrovare il senso e l’orgoglio della nostra identità di uomini europei, è il primo passo per l’autodifesa di questa identità oggi minacciata dal mondialismo e dal meticciato multietnico conseguente all’immigrazione, ma anche perché è proprio dall’enfatizzazione biblica che i nostri dominatori a stelle e strisce, il “nuovo Israele” d’oltre oceano, traggono la loro malriposta arroganza, e sarebbe importante essere consapevoli per prima cosa che noi figli d’Europa valiamo immensamente più di loro.
In altri miei scritti, e anche questo è molto chiaro, ho assunto apertamente quell’atteggiamento che viene oggi definito “euro-scettico” bollando in maniera pesante le istituzioni cosiddette europee come una macina al collo per noi e per gli altri popoli d’Europa, causa diretta della pesantissima crisi economica che stiamo vivendo oggi attraverso l’imposizione di politiche di bilancio e fiscali vessatorie, quelle stesse di cui da noi Mario Monti è finora stato il più eccellente interprete.
Dov’è la contraddizione, se c’è?
La contraddizione non si trova nei miei scritti ma nell’Europa o in ciò che oggi passa per tale perché occorre averlo ben chiaro: LA UE NON E’ L’EUROPA, non rappresenta affatto i popoli del nostro continente, non ne tutela gli interessi, non si preoccupa del loro futuro, al contrario, è un organismo la cui finalità è quella di togliere agli Europei ogni futuro.
Le istituzioni che compongono la cosiddetta “Unione Europea” sono di fatto inconsistenti ad eccezione della BCE, al punto che al posto di UE potremmo dire per l’appunto BCE e le cose non cambierebbero di una virgola nella sostanza. A sua volta, attraverso un meccanismo di scatole cinesi, la BCE la cui titolarità è condivisa da sedicenti banche centrali nazionali con quote sempre più rilevanti di capitale privato, la cosiddetta Banca Centrale Europea che attraverso la creazione dell’euro si è impadronita della sovranità monetaria e quindi dell’effettiva sovranità degli stati europei (non c’è niente da fare: “pecunia mundum administrat” dicevano certi nostri antenati più svegli di noi) è un organismo PRIVATO nelle mani del grande capitale finanziario internazionale che, grazie a una serie di diktat economici si sta impadronendo della ricchezza prodotta dal lavoro dei popoli europei, ci sta progressivamente DISSANGUANDO E STRANGOLANDO.
Proprio se vogliamo avere un futuro come italiani e come europei, dovremmo contrastare queste cosiddette istituzioni “europee” con ogni mezzo e cercare di recuperare innanzi tutto la sovranità monetaria uscendo dalla trappola euro, ma questa bugiarda democrazia fatta apposta per calpestare il popolo presunto “sovrano”, di mezzi per difenderci ce ne lascia ben pochi.
Non si può d’altra parte sottacere la piena sintonia fra questa oppressione economica verso i popoli del Vecchio Continente e l’oppressione politica e militare di cui essi sono oggetto da parte degli USA. Il depauperamento economico dell’Europa è solo una parte di un piano teso ad annientarla, l’altra parte riguarda la sostituzione dei popoli europei con un’ibrida accozzaglia multietnica a immagine e somiglianza degli “States” (dove oggi gli americani di stirpe bianca e di origine europea sono sul punto di diventare una minoranza) di cui l’Europa dovrebbe diventare una sorta di immensa periferia, nella logica dell’eliminazione di tutte quelle differenze storiche, culturali, antropologiche, politiche che potrebbero ostacolare la trasformazione del nostro mondo in un unico mercato planetario.
A questo riguardo, diciamolo ancora una volta in breve e con molta chiarezza nella speranza di sgombrare il campo dagli equivoci che ancora esistono nei nostri ambienti. Ai tempi della Guerra Fredda, quando esisteva l’Unione Sovietica, essere “atlantici”, “filo-occidentali” pareva una scelta quasi obbligata, e non ha senso stare ora a polemizzare postumi con leader storici che non sono più fra noi, come Giorgio Almirante e Pino Rauti, ma essere filo-americani OGGI, a più di vent’anni dalla scomparsa dell’Unione Sovietica ha ancora meno senso, e dimostra solo la vischiosità mentale di certe persone incapaci di capire che i tempi cambiano.
Si sente parlare spesso di mondialismo e globalizzazione e i due termini sono spesso usati in modo intercambiabile come sinonimi, ma in realtà le cose non sono esattamente così. Per globalizzazione si intende il fatto che ormai il nostro pianeta, a causa dello sviluppo dei mezzi di comunicazione, costituisce un sistema interdipendente in tutte le sue parti (anche se non pienamente integrato) dove nessuno può più permettersi il lusso di vivere in aree protette, ma è in diretta competizione con tutti gli altri.
Poiché sul mercato globale tocca comunque starci, il problema è se starci in una posizione di forza o di debolezza. Noi oggi abbiamo sotto gli occhi due esempi opposti, quello dei Paesi nord-europei che avendo investito nelle produzioni ad alta tecnologia, possono guardare al futuro con relativa tranquillità almeno sotto quest’aspetto, e quello dell’Italia che avendo investito nella bassa tecnologia, nel manifatturiero, nella piccola industria, nell’artigianato, non è in grado oggi di resistere alla concorrenza del Terzo Mondo dove i costi della manodopera sono bassissimi.
Se andiamo a vedere le cause dello svantaggio che ci troviamo oggi a patire, possiamo individuare abbastanza facilmente le responsabilità: lo sfascio della scuola prodotto dalla sinistra a partire dal ’68 che ci ha privati di quelle eccellenze intellettuali a partire dalle quali sarebbe dovuta venire l’innovazione, l’avversione per ogni forma di cultura “tecnocratica” come si diceva in anni non lontani, il famoso referendum sul nucleare che facendo lievitare i costi dell’energia, ci ha costretti a importare energia elettrica prodotta dai nostri vicini con centrali nucleari piazzate sui nostri confini, e ci possiamo mettere pure lo sfascio di un’azienda tecnologicamente di punta a livello internazionale come era la Olivetti di Ivrea operato (ma che strano!) da Carlo De Benedetti, il grande sponsor della sinistra. Se un giorno si cercherà di fare il conto dei danni che la sinistra ha arrecato all’Italia, stimarli sarà molto difficile, ma sopravvalutarli impossibile.
Oltre tutto, si tenga presente che essere contrari alla globalizzazione, voler mantenere delle aree economicamente separate, ma essere favorevoli al mondialismo, cioè alla società multietnica, non risponde a nessuna logica, è il massimo dell’assurdità; sarà per questo che la sinistra “no global” è subito diventata il ricettacolo del teppismo più violento e inconsulto, la cui dialettica e propositività arriva al massimo a sfasciare vetrine e incendiare cassonetti.
Il mondialismo è un’altra cosa; perché si arrivi alla società multietnica non bastano i progressi dei mezzi di comunicazione, occorre che si creino forti disparità economiche fra le diverse aree del pianeta in modo da indurre grandi masse umane a migrare da un continente all’altro, ed è proprio questo, certamente voluto e pianificato, che oggi abbiamo sotto i nostri occhi, l’assalto delle masse “colorate” del Terzo Mondo contro il mondo prospero (non per dono del Cielo, ma grazie alla creatività e al lavoro dei suoi cittadini) “bianco”, europeo, lo stesso che Oswald Spengler aveva intuito ottant’anni fa si sarebbe potuto verificare se l’Europa avesse, come è successo, perso il controllo del proprio destino.
“Mondialismo” ha anche un’altra accezione, quella di vera e propria ideologia di quanti auspicano la scomparsa di popoli, etnie e culture nel mescolamento e imbastardimento mondiale, i “campioni” di questa ideologia sono in genere “sinistri” e cattolici. Forse costoro non si rendono conto che, essendo i popoli europei in declino demografico, essendo stati COSTRETTI al declino demografico, ed essendo i loro amichetti “colorati” buoni soprattutto a figliare, quel che costoro auspicano e aspettano con gioia, è la sparizione della loro gente.
Dai “compagni” “global” o “no global” che siano, che hanno cercato di propalare per “il paradiso dei lavoratori” le più atroci tirannidi della storia e a cui, a vent’anni di distanza la dissoluzione per implosione dell’Unione Sovietica, del crollo del sistema comunista sotto il suo stesso peso, vittima della propria incapacità di produrre altro che oppressione e miseria, non ha insegnato nulla, siamo abituati ad aspettarci di tutto tranne un pensiero intelligente, ma riguardo ai cristiani è probabilmente il caso di dire due parole di più. Io non credo che la spiccata vocazione terzomondista che oggi dimostra la Chiesa cattolica dipenda SOLO dal fatto che ormai essa è costretta sempre di più a reclutare gli appartenenti al clero nel Terzo Mondo, fra genti culturalmente deprivate, c’è di mezzo un atavico spirito antieuropeo rimasto per secoli e secoli sottotraccia e riemerso con quel ritorno alle origini che fu il Concilio Vaticano Secondo.
Le conseguenze del mondialismo o terzomondismo le abbiamo sotto gli occhi, e sono estremamente gravi:
Queste persone accordano a immigrati e rom, individui perlopiù parassitari, il cui campo di attività economica va dall’accattonaggio alla micro-criminalita, allo spaccio di stupefacenti, alla prostituzione, tutta una serie di privilegi che vanno dall’accesso agli alloggi popolari, al pagamento delle bollette da parte dei comuni, all’accesso privilegiato agli asili nido, e questo quando i nostri lavoratori perdono il lavoro e non trovano casa, quando i nostri pensionati dopo una vita di lavoro sono costretti a frugare nei bidoni delle immondizie.
Se si osa dire qualcosa, protestare contro questo scempio, si viene subito tacciati di razzismo ma, mettiamocelo bene in testa una volta per tutte: I RAZZISTI SONO LORO, i mondialisti, i terzomondisti che discriminano la popolazione italiana nativa.
Io dovrei fare ancora una volta il nome di una campionessa di diritti umani, cioè di una campionessa di violazione dei diritti umani, di discriminazione ai danni della popolazione italiana nativa, la grande amica di immigrati e rom, la presidente della Camera Laura Boldrini.
Ora, a proposito di questa signora(?) vorrei essere franco e schietto: nel mio precedente articolo mi è toccato nominarla due volte, come esempio di una persona che non deve la sua carriera politica a meriti personali ma al fatto di essere la figlia di uno dei più feroci capi partigiani, il non certo compianto Arrigo Boldrini, e come esempio di quei “compagni” radical-chic più a loro agio con l’inglese che con l’italiano (ma come sono coerenti queste famiglie di comunisti di piombo!). Questo potrebbe facilmente generare l’impressione che io ce l’abbia in maniera particolare con costei, il che non è. Ce l’ho con questa persona tanto quanto ce l’ho con la classe politica di cui fa parte e che degnamente rappresenta. Io non dirò, non voglio dire che questi dirigenti (sedicenti ex) comunisti abbiano lo stesso valore dello sterco, perché lo sterco almeno è utile per le concimazioni. 
Mario Monti, sedicente presidente del Consiglio e in realtà proconsole in Italia della BCE è un uomo che in altre epoche (meno civili? E’ questione di punti di vista) sarebbe stato impalato a furor di popolo per le persone che la sua politica ha ridotto sul lastrico e spinto al suicidio, ma un microscopico merito glielo riconosciamo, quello di aver riportato di attualità la parola “populismo”, una parola che offre lo spunto per un’interessante analisi che ci fa capire cosa ci sia realmente dietro quell’altra parola-totem che tutti si prosternano ad adorare: “democrazia”.
“Populista” nel lessico montiano è sinonimo di euroscettico, anti-europeista, cioè di coloro che si oppongono alla spoliazione dei popoli europei da parte degli usurai della BCE di cui lo stesso Monti è uno zelante servitore. E’, come vedremo, una terminologia non inappropriata.
I primi a essere chiamati populisti furono gli esponenti di un movimento russo della fine del XIX secolo che si proponevano di riformare l’impero zarista e prendevano le parti dei contadini (che costituivano l’immensa maggioranza del popolo russo) proponendosi di dare loro, oltre che libertà e diritti, la realizzazione del sogno atavico della proprietà della terra. I bolscevichi li combatterono ferocemente e dopo la rivoluzione d’ottobre, i contadini si trovarono, in luogo del feudalesimo, il sistema dei kolkhoz,  vedendo il loro antico sogno di essere proprietari della terra che coltivavano, rimandato a chissà quando.
A pensarci bene, il simbolo comunista della falce e martello nasconde un’ipocrisia mostruosa, perché i contadini, la gente delle campagne simbolizzata dalla falce, il comunismo li ha sempre combattuti, privati di diritti, emarginati, perseguitati. Stalin perseguitò la classe contadina al punto tale da far crollare quello che fino al 1917 era stato il granaio d’Europa al disotto del limite dell’autosufficienza alimentare.
Nel corso del XX secolo il termine è stato usato per designare vari movimenti sudamericani di socialismo non marxista, poco curante della democrazia formale e spesso con contenuti fortemente nazionalisti. Certamente in questo filone populista rientra il movimento giustizialista argentino di Juan Domingo Peron, parallelo ma non identico ai fascismi europei, e vi rientra anche il movimento venezuelano di Hugo Chavez.
La crisi economica o per meglio dire il saccheggio delle risorse degli Europei da parte degli usurai della BCE ha finito per re-importare questo termine in Europa per intendere in senso dispregiativo da parte dei commessi di questo regime sovranazionale coloro che, in spregio alle regole della democrazia, osano schierarsi dalla parte del popolo depredato e sofferente, ad esempio come populista è stato designato il movimento ellenico “Alba dorata”.
Con ogni probabilità, c’era bisogno di questo termine. A volte il linguaggio politico sembra seguire le regole di un’apparente casualità. Anni fa, un noto conduttore di programmi televisivi fu attaccato da un critico che definì una sua trasmissione nazional-popolare, intendendo con ciò quel genere di trasmissioni che incontrano il gradimento del pubblico ma fanno storcere il naso alla critica paludata.
“Vorrà dire”, rispose il conduttore piccato nel corso di una diretta televisiva, “Che d’ora in poi farò solo trasmissioni regionali e impopolari”.
Comunque sia, questa espressione, “nazional-popolare” deve aver colpito la fantasia, è piaciuta ai nostri ambienti che l’hanno variamente utilizzata in un senso che è sostanzialmente lo stesso di quel che dopo le esternazioni montiane si definisce populismo.
Perché il populismo dovrebbe essere un pericolo per la democrazia? “Democrazia” non significa per l’appunto secondo l’etimologia greca della parola, “potere popolare”? I conti non tornano, c’è qualcuno che bara.
A barare sono appunto la democrazia e i democratici, perché se noi pensiamo che questo movimento, questa ideologia che forse sarebbe meglio chiamare “democraticismo” (così come parliamo di marxismo, liberismo, comunismo, ecc…) rappresenti davvero il potere e la sovranità popolare, siamo decisamente fuori strada. 
Questa constatazione ci permette di gettare uno sguardo in controluce su tre secoli di storia europea, nel corso dei quali una vasta cospirazione legata soprattutto alle associazioni segrete, in primis la massoneria, ha operato per strappare il potere alle antiche élite aristocratiche, non per creare il potere popolare ma per sostituirsi ad esse, servendosi del malcontento e delle rivolte popolari, ma considerando il popolo unicamente un’utile massa di manovra e pronta a reprimerlo brutalmente quando si facesse inutile o pericoloso. Anche il nostro risorgimento è passato attraverso queste forche caudine (vi rimanderei alla lettura del mio saggio “Il grande equivoco” pubblicato sul n. 70 de “L’uomo libero”) e difatti tutte le volte che il popolo non andava nella direzione voluta dalla cospirazione democratica-liberal-massonica, scattava la repressione più feroce: ne sono la repressione dell’insurrezione contadina di Bronte e soprattutto la spietata repressione della rivolta delle plebi meridionali pochi anni dopo l’unità italiana sbrigativamente etichettata come brigantaggio.
“Democrazia”, liberalismo e massoneria hanno avuto un peso determinante nel travolgere l’Europa nella tragedia delle due guerre mondiali, soprattutto in conseguenza del fatto che la Grande Guerra non portò loro quell’affermazione planetaria che costoro avevano sperato, ma all’emergere, per loro del tutto imprevisto, dei movimenti fascisti che hanno rappresentato la resistenza dell’Europa al destino di decadenza che le si voleva imporre.
Oggi i discendenti di costoro hanno costruito “la loro” Europa per finire di dissanguare i popoli europei. 
Io credo che non abbiamo alternative se non quella di resistere in ogni modo e con ogni mezzo. Euroscettici e populisti, di certo porteremo queste etichette senza vergogna.
     
    
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Categorie: Attualità, Banche, Economia, Euro, Europa, Immigrazione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 aprile 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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