Ce n’era a sufficienza da rimanerne affascinati, ci sarebbe voluto parecchio tempo per accorgersi che questa Weltanschauung presenta quanto meno una grossa falla; dopo aver vagato nei meandri delle ipotesi sul “pensiero primordiale”, la tentazione di appoggiarsi infine a una “tradizione positiva” che nelle circostanze storiche nelle quali viviamo non può essere altro che quella delle religioni abramitiche.
di Fabio Calabrese
Se mi capitasse di farmi
un ex libris o magari, che so, uno stemma araldico o di altro tipo, qualunque
cosa su cui si possa collocare un bel motto latino, penso che vi apporrei
quello che considero il motto che sintetizza un po' tutto il mio atteggiamento
intellettuale: NULLIUS IN VERBA, cioè: (non giuro) sulle parole di nessuno. Il
che significa essere intimamente persuaso delle ragioni che sostengono le
opinioni che si professano, aver cercato di penetrarle quanto più profondamente
possibile, non credere nulla solo perché ci viene affermato da un maestro che
ci appare autorevole. Questo implica anche non considerare rilevante quanti
siano a sostenere una determinata opinione, e non avere paura di assumere
posizioni che si sanno essere anche fortemente minoritarie se si è convinti
della loro giustezza.
Ora voi immaginate, un
giovane che negli anni ’70 approda ai movimenti politici “di estrema destra”
spinto da un generico patriottismo e anticomunismo, e qui viene a contatto con
il pensiero tradizionalista di Evola e Guenon, una visione del mondo ben
altrimenti articolata che sembra avere le risposte praticamente a tutto.
Ce n’era a sufficienza da rimanerne affascinati, ci sarebbe voluto parecchio tempo per accorgersi che questa Weltanschauung presenta quanto meno una grossa falla; dopo aver vagato nei meandri delle ipotesi sul “pensiero primordiale”, la tentazione di appoggiarsi infine a una “tradizione positiva” che nelle circostanze storiche nelle quali viviamo non può essere altro che quella delle religioni abramitiche.
Ce n’era a sufficienza da rimanerne affascinati, ci sarebbe voluto parecchio tempo per accorgersi che questa Weltanschauung presenta quanto meno una grossa falla; dopo aver vagato nei meandri delle ipotesi sul “pensiero primordiale”, la tentazione di appoggiarsi infine a una “tradizione positiva” che nelle circostanze storiche nelle quali viviamo non può essere altro che quella delle religioni abramitiche.
In un suo articolo di
qualche anno fa che però a me è capitato di leggere recentemente, Adolfo
Morganti riferiva di un convegno su Julius Evola cui aveva partecipato
scoprendo che quasi tutti i partecipanti erano – come lui – tradizionalisti
cattolici ex evoliani.
Tralascio qui l’esempio
che trovo particolarmente penoso di René Guenon, questo maestro del pensiero
tradizionale approdato addirittura all’islam, e ancora adesso il guenonismo
sembra essere una delle poche vie che hanno portato degli europei ad
abbracciare la religione del Profeta.
Ribadisco una volta di più
la mia convinzione, ciò che è evidente a chiunque di noi non si sia fabbricato
dei robusti paraocchi ideologici: l'islam non è soltanto una religione rozza,
fanatica, violenta, misogina, brutalmente anti-intellettuale, adatta a genti
culturalmente deprivate, ha anche un evidente marchio etnico non-europeo, e un
europeo che possa considerare la conversione all'islam un'ipotesi accettabile,
o accettabile l'idea della convivenza con consistenti comunità islamiche allogene
sul nostro suolo, o è in profonda contraddizione con se stesso, o ha in sé
qualcosa di decisamente non-europeo.
Certo, alcune realtà
islamiche possono incontrare la nostra simpatia per l'opposizione
all'american-sionismo: l'Iran e il popolo palestinese in lotta per la propria
sopravvivenza contro la mostruosità sionista in primo luogo, ma questo non deve
spingerci fino al punto da considerare accettabile un'islamizzazione
dell'Europa, lasciarci psicologicamente disarmati nei confronti dell'immigrazione,
così come la minaccia islamica non deve spingerci a gettarci nelle braccia dei
nostri oppressori american-sionisti alla maniera della defunta e non certo
rimpianta Oriana Fallaci. Ci troviamo fra due fuochi e non abbiamo altra scelta
che o nascondere la testa nella sabbia o accettare battaglia su due fronti.
Senza arrivare
all'aberrazione cui è pervenuto il guenonismo, forse avrei potuto percorrere la
stessa china di Morganti, di Gulisano, di Polia se fossi stato dotato di un
minor spirito critico, se non avessi avuto la convinzione che non dovevo
pensare in ogni caso con la testa di Julius Evola, di René Guenon, di Elemire
Zolla, di qualsivoglia maestro della tradizione o di chicchessia, ma con la
mia.
Io non so quale percorso
intellettuale abbiano seguito Morganti, Gulisano, Polia e quant’altri, ma per
quanto mi riguarda le idee semplici, ritengo, sono quelle che hanno la maggiore
probabilità di essere vere: l’origine ebraica del cristianesimo rappresentava e
rappresenta a mio parere una pregiudiziale insormontabile contro l’accettazione
di qualsiasi forma, specie o variante di dottrina che si richiami in qualche
modo al Discorso della Montagna. Questi signori catto-tradizionalisti con tutte
le loro elucubrazioni non possono essere altro che in errore.
La nostra visione del
mondo è un plesso di idee che forse è più facile vivere che descrivere: la
qualità contro la quantità, la selezione contro l'informe, l'identità storica
ed etnica contro il mondialismo. Si può avanzare il dubbio che il modulo tradizionalista
sia il più adatto a rendere conto di tutto ciò. In fin dei conti, il fascismo
non l'ha inventato Julius Evola, se non ricordo male, ma un certo Mussolini.
Una persona a cui penso
dobbiamo non poca gratitudine per l'impegno profuso da anni nel mettere a
disposizione di quanti appartengono alla nostra Area testi e documenti che
forniscono importanti spunti di riflessione, è Luigi Leonini. Ultimamente
Leonini ha fatto circolare uno scritto molto interessante, “Il senso ultimo
della nostra battaglia” di Diego Binelli, nome che peraltro non ricordo di aver
finora mai incontrato, ma ciò non toglie che si tratta di un “pezzo” di
notevole interesse, molto utile per fare chiarezza, anche se suppongo che non
si tratti di uno scritto recentissimo: la data più recente citata nella
bibliografia è infatti del 1999, ma non credo che la cosa conti poi molto.
L'articolo si presenta
come una sorta di recensione del libro “Come gli Ebrei cambiarono il mondo”
dell'americano Thomas Cahill. Quest'ultimo è, prevedibilmente, un incensatore
dell'ebraismo e, come rileva – a mio parere molto acutamente – Binelli, noi
possiamo servirci dei nostri avversari come dei maestri al contrario:
l'indicazione dei “Gifts”, dei “doni” che l'ebraismo ha fatto alla “cultura
occidentale” ci serve precisamente a rilevare ciò di cui ci dobbiamo liberare
nell'ottica di una rinascita, di una ri-europeizzazione della nostra cultura al
di là del mefitico influsso semitico-mediorientale.
Binelli infatti ci ricorda
che:
“Ad essere scritta nel nostro
codice genetico è la nostra natura di indoeuropei, e che la concezione
occidentale è una sovrapposizione culturale, quindi rimovibile così come ci è
stata appiccicata”.
Più che giusto, a patto
però di non dimenticare che la natura biologica di una popolazione non è
un'immutabile idea platonica ma un fatto storico concreto, e che oggi è proprio
la nostra natura di (indo)europei a essere messa sotto attacco attraverso il
declino demografico programmato, l'immigrazione, il meticciato, e che sbarrare
la strada all'immigrazione, espellere fuori dai nostri confini il sangue
estraneo, invertire le politiche di desertificazione sociale che provocano la
denatalità, dovrebbe essere la prima, la primissima delle nostre emergenze.
La verità molto semplice
contro la quale i tradizionalisti cattolici non possono altro che andare a
sbattere, il muro su cui sono destinati a spiaccicarsi, è il fatto che il
flusso di idee ebraiche che ha creato la cultura “occidentale”, ha infettato
l'Europa attraverso il cristianesimo e la cristianizzazione forzata, imposta
come sappiamo con il terrore e la violenza, del nostro continente.
I “doni” dell'ebraismo
quelli che hanno plasmato la bastarda “cultura occidentale” (basata interamente
nelle sue idee di fondo su di un vecchio libro orientale) allontanando l'Europa
dalle sue radici, l'hanno trascinata attraverso bagni di sangue costati milioni
di morti, le hanno fatto perdere la sua centralità mondiale sottomettendola
agli imperi americano e sovietico, e preparano oggi la sua definitiva decadenza
etnica, la sparizione dell' “homo europeus”, si riducono a due basilari
elementi di fondo: il monoteismo e la concezione lineare del tempo.
Qui Binelli sottolinea un
fatto sorprendente: senza accorgersene, Cahill evidenzia proprio quegli
elementi ricorrenti nella critica “nostra”, “fascista”, ossia la derivazione
delle idee “occidentali”, “moderne”, “rivoluzionarie”, disgregatrici della
tradizione europea: liberal-capitalismo, marxismo, democrazia, da quell'eresia
ebraica che si è inopinatamente trasformata in religione universale:
"Non possiamo neanche
immaginare i grandi movimenti di liberazione della storia moderna senza fare
riferimento alla Bibbia...Oltre a questi movimenti, che hanno frequentemente
preso il Libro dell’Esodo come loro programma, ci sono altre forze che hanno
modellato il nostro mondo, come il capitalismo e il comunismo e la democrazia.
Il capitalismo e il comunismo sono entrambi figli bastardi della Bibbia, poiché
entrambe sono fedi progressive, modellate sulla fede biblica, che chiedono ai
loro seguaci di conservare sempre nel loro cuore un credo nel futuro e di
tenere davanti agli occhi la visione di un domani migliore, sia che quel domani
contenga un maggiore prodotto interno lordo o il paradiso degli operai”.
Questa “visione di un domani migliore”,
naturalmente è un'illusione, un'illusione per la quale i popoli, soprattutto ma
non solo europei, hanno pagato un prezzo altissimo di sangue, e a denti stretti
quasi lo ammette lo stesso Cahill:
“Ma dato che il capitalismo e il comunismo sono
entrambe fedi progressive senza Dio, ognuna rappresenta una forma di follia:
una fantasia senza garanzia".
"La democrazia sgorga direttamente dalla
visione israelitica degli individui, soggetti di valore perché immagini di Dio,
ognuno con un unico e personale destino. Non avrebbe mai potuto essere lampante
che tutti gli uomini sono stati creati uguali senza l’intervento degli
Ebrei".
Qui Binelli introduce una distinzione sulla quale
non si può che convenire e su cui è importante riflettere:
“Mentre non è attribuibile all’ebraismo la
paternità del concetto di libertà (attribuibile invece all’anima nordica), è
possibile farlo per la concezione di eguaglianza di tutte le anime di fronte al
dio unico”.
Sarà per questo motivo, perché è in definitiva un
concetto estraneo alla mentalità ebraica su cui è basato “l'Occidente”
giudeo-cristiano, ma la libertà è qualcosa che tende a sparire e trova nei
movimenti democratici “moderno-occidentali” il suo principale nemico. E' ben
visibile che il comunismo non è stato, non è dove è ancora al potere,
null'altro che una tirannide sacrale di tipo mediorientale, con il potere
saldamente ed esclusivamente in mano della casta sacerdotale degli adoratori
del “dio immanente della storia” e la sua incompatibilità con l'idea stessa di
libertà non ha certo bisogno di essere dimostrata, ma per quanto riguarda la
democrazia, lo sviluppo è visibilmente simile: soprattutto dopo la caduta del
comunismo sovietico, nelle democrazie si sono moltiplicati i reati d'opinione e
i divieti alla libertà di pensiero; nello stesso tempo la “crisi economica” che
travaglia tutto il “mondo occidentale” e che con ogni probabilità non dipende
dai meccanismi ciechi e impersonali dell'economia ma è stata accuratamente
pianificata, immiserisce i popoli, aumenta la distanza fra le classi sociali e
la rigidità delle barriere fra una classe e l'altra rendendo le ex “società
aperte” delle democrazie occidentali ogni giorno più simili alle piramidali
società “socialiste” del defunto impero sovietico.
Come giustamente rileva Binelli:
“Per
quanto riguarda la "libertà" nelle "democrazie" moderne, in
realtà il tanto sbandierato "pluralismo" occidentale non è che un
permettere alle diverse varianti del giudeo-cristianesimo di occupare la
totalità della scena, lasciando accuratamente fuori ogni vero avversario di
questa veduta, e quindi escludendo un autentico pluralismo”.
Esiste, è ovvio, un preciso legame fra la nostra
lotta politica e il rifiuto della visione del mondo giudaico-cristiana e quindi
la riscoperta delle nostre radici pagane. L'ho detto e ripetuto più di una
volta: non si può essere fascisti e cristiani senza essere in totale
contraddizione.
Binelli rileva che è:
“Ben diversa la reazione nei confronti dei morti
(veri o presunti) del nazionalsocialismo, poiché quest’ideologia viene sentita
– e a ragione – come un qualcosa di profondamente altro dal
giudeocristianesimo, la prima forma politica non giudaico-cristiana dopo due
millenni”.
Forse qui il giudizio è un tantino troppo duro:
anche negli altri movimenti fascisti sono emerse tendenze che cercavano di
ricollegare l'Europa alle sue vere radici, quelle che stanno al di fuori del
cristianesimo, tendenze di rinascenza pagana, certo in maniera meno pura,
frammista a compromessi ed equivoci rispetto al nazionalsocialismo, ma non
certo al punto da dover gettare tutto alle ortiche. Consideriamo una realtà
come il “Gruppo di Ur” o un intellettuale come Julius Evola. Di fronte al
proliferare odierno di pseudo-intellettuali che dopo essersi proclamati suoi
discepoli, sono corsi a genuflettersi nella prima chiesa: Morganti, Polia,
Gulisano, la sua reazione sarebbe stata probabilmente più di derisione che
d'irritazione.
Per dire la verità, e senza voler togliere nulla
all'analisi di Binelli, c'è un terzo elemento della mentalità ebraica che è
diventato costitutivo della “cultura occidentale” ed evidenzia ancora di più
l'anomalia rappresentata dall'ebraismo rispetto alla pressoché totalità del
mondo antico, un elemento i cui costi non abbiamo ancora finito di pagare, e
con ogni probabilità pagheremo ancora a lungo in ragione della sua intima
connessione con l'aberrazione “progressista”, la concezione della non-sacralità
della natura.
L'uomo antico pre-cristiano aveva un rispetto
“religioso” per il mondo naturale, ben consapevole dei legami che lo univano ad
esso, ben consapevole di farne parte, esso era il teatro, “l'habitat”
dell'azione di molte divinità maggiori o minori, o la natura era una divinità
essa stessa. L'infezione mentale giudaico-cristiana ha profondamente obnubilato
questa consapevolezza. Nella bibbia “Dio” da all'uomo il dominio su tutte le
creature e la libertà di sfruttarle come crede per il proprio tornaconto. Forse
il disprezzo per il mondo naturale dell'antico libro sacro è il risultato di
una mentalità formatasi nell'ambiente desertico che vede la natura come uno
spazio vuoto e ostile.
Fino a quando non sono stati disponibili i mezzi
tecnologici moderni, questo atteggiamento non è riuscito a produrre grossi
danni ma, nella nostra epoca, saldandosi con la mitologia progressista incapace
di accorgersi che “il progresso” così come si è sviluppato a partire dagli anni
'60 del XX secolo è stato soprattutto il progresso nell'avvelenare e nel distruggere
le basi della vita su questo pianeta, abbia prodotto danni devastanti molto
difficili o impossibili – come nel caso dell'estinzione di una specie – da
rimediare.
Non è un caso che in Germania negli anni '30 poco
prima dell'avvento del nazionalsocialismo si diffondettero movimenti ecologisti
ante litteram come i Wandervogel, “uccelli migratori”. Ancora oggi, tolti gli
industriali inquinatori, non esiste gruppo più ostile o indifferente alle
tematiche ecologiste e animaliste degli ecclesiastici: costoro sospettano –
assolutamente a ragione, secondo me – dietro l'amore per la natura una forma di
paganesimo.
Al disprezzo per la natura fuori di noi si associa
il disprezzo per la natura nell'uomo: l'avversione per la sessualità e la
misoginia sono innegabilmente tratti costitutivi del cristianesimo, ma non
costituiscono un'esclusiva di esso: basti pensare a come l'islam tratta le
donne.
Un costituente di base di
tutte le ideologie democratiche, sia che appartengano alla famiglia
liberal-capitalista o a quella marxista, è l'idea di progresso; si tratta di un
concetto genuinamente ebraico e totalmente falso. Esso deriva dal messianismo
ebraico, il concetto di una rivalsa, di una liberazione, del raggiungimento o
del riottenimento di uno status edenico in base al realizzarsi di una promessa
divina con una violenta rottura dell'ordine esistente o per mezzo di un'ascesa
lenta e graduale. Storicamente ha a che fare con lo spirito di rivalsa di un
popolo che non ha mai prevalso sugli altri se non grazie all'abilità di
sfruttare in modo perverso i meccanismi economici, che ha recitato di volta in
volta la parte del nomade, dell'emarginato, del parassita, mai quella del
creatore o del signore.
Esaminandola in termini
obiettivi, una volta sfrondata dall'alone mistico che essa assume nella mente
di coloro che sono suggestionati dalle diverse varietà dell'ideologia
democratica, si stenterebbe a dire se l'idea del progresso sia un'idea più
folle o più stupida. In questo momento, questo sciagurato pianeta è popolato di
una folla strabocchevole di sette miliardi di esseri umani, la maggior parte
dei quali vive nel cosiddetto Terzo Mondo, nelle aree povere. Immaginare di
portare questa enorme massa umana a livelli di vita paragonabili a quelli dei
paesi occidentali, è come proporsi di fare un salto in alto di dieci metri. La
questione è molto semplice: le risorse di un pianeta limitato non possono
sostenere uno sviluppo illimitato.
Secondo le previsioni
degli esperti, poiché i trend della popolazione hanno un andamento lento e
prevedibile, “il picco” della popolazione dovrebbe essere raggiunto intorno
alla metà del secolo, fra una quarantina d'anni per poi cominciare a declinare:
si dovrebbero raggiungere i nove miliardi, che è una stima sensibilmente
inferiore a quella che si faceva una trentina di anni fa. Ora provate a
immaginare cosa significherà l'aggiunta di altri due miliardi di persone, di
altre due Cine a un pianeta già sovrappopolato e sfruttato oltre il
sopportabile, dove non ci sono già oggi energia, cibo, acqua pulita a
sufficienza per tutti.
Questo concetto, semplice
e ovvio, che non è possibile concepire uno sviluppo illimitato all'interno di
un sistema limitato quale è il nostro pianeta, fu avanzato in un celebre
saggio, “I limiti dello sviluppo” già nel 1970, più di quarant'anni fa da un
gruppo di ricercatori italiani riuniti nel Club di Roma. Nonostante costoro non
facessero altro che richiamare l'attenzione su di un'ovvietà, furono
ferocemente attaccati e zittiti da tutta la sinistra in quel momento in una particolare
fase di alta marea (si era appena a due anni dal fatidico e disastroso '68).
L'utopia non accettava il richiamo della realtà, si pensava di aver ragione
strillando più forte.
Quando persone per altri
versi intelligenti o almeno di intelligenza normale aderiscono a una visione
così contraria ai fatti, non si può chiamare in causa altro che il potere
suggestivo della “fede”, e in effetti dietro l'anelito utopico-rivoluzionario
del marxismo che ne è la versione aggiornata e “moderna”, c'è il messianismo
ebraico. Il marxismo è la quarta religione abramitica dopo giudaismo,
cristianesimo e islam. Tuttavia è visibile che da questo punto di vista la
differenza fra marxismo e liberal-capitalismo è minima o inesistente: il
capitalismo ha altrettanto bisogno di sventolare davanti agli occhi dei suoi
proseliti l'illusione di un domani sempre migliore, del progresso, mentre
diffonde la miseria, approfondisce la distanza fra le classi sociali e
saccheggia scriteriatamente le risorse del pianeta, il mito del progresso che è
uguale alla carota appesa davanti all'asino, che si allontana tanto più quanto
quest'ultimo cerca di avvicinarsi.
In antitesi al mito del
progresso, il tradizionalismo fa appello alla concezione ciclica della storia:
questa concezione Evola e Guenon la desumono direttamente dall'antico pensiero
indiano: la storia del mondo sarebbe divisa in quattro ere, noi oggi ci
troveremmo a vivere la fase terminale dell'ultima di esse, quella di livello
spiritualmente più basso, il KALI YUGA. C'è qualcosa di sospettamente
consolatorio in questa concezione: una volta raggiunto il punto più basso,
quello di contatto con il terreno, la ruota non può che risalire: al di là del
punto terminale del Kali Yuga la rinascita sarebbe garantita. Di solito, quando
si parla di tradizionalisti, se ne sottolinea il passatismo, il fatto di vedere
nel mondo attuale null'altro che decadenza; io invece li definirei OTTIMISTI A
SCOPPIO RITARDATO.
Il mondo che vediamo è
composto di fenomeni reversibili e di fenomeni irreversibili: questa è
esperienza comune, quotidiana: se brucio un pezzo di legno, non c'è poi modo di
riportarlo allo stadio precedente, se verso del caffè nel latte, le molecole
del caffè e del latte non possono poi venire separate. Posso uccidere qualcuno
che è vivo, ma non posso riportare in vita un morto. A mio parere, nessuno è
mai resuscitato. La storia di Lazzaro e anche quella della resurrezione di Gesù
raccontate nei vangeli sono solo favole. La tendenza universale è quella
dell'accumulo del disordine e della degradazione dell'energia utilizzabile, è
quella che in fisica si chiama entropia: il petrolio che bruciamo oggi per
riscaldarci o far muovere le nostre automobili, non ci ritornerà più sotto
forma di energia utilizzabile ma semmai sotto forma di inquinamento che
minaccia la salute dei nostri polmoni.
La degradazione entropica
costituisce un argomento formidabile contro la concezione ciclica della storia;
ad esempio, come pensiamo che potrebbe ripresentarsi, diciamo fra qualche
migliaio di anni una civiltà tecnologica simile all'attuale, cioè basata sui
combustibili fossili, quando oggi nel
giro di qualche decennio stiamo dissipando quelle riserve che la natura ha
impiegato miliardi di anni ad accumulare?
Qui occorre fare ricorso a
un po' di buona, vecchia e oggi desueta logica aristotelica: il mito del
progresso richiede una concezione lineare ASCENDENTE della storia, ma la sua
falsità non implica la veridicità della concezione ciclica. La falsità della
premessa minore non ci dice nulla circa la premessa maggiore.
Si possono – ritengo –
avanzare seri dubbi sul fatto che il modulo tradizionalista sia lo strumento
più idoneo per rendere quel complesso di idee che riconosciamo come nostre e mi
riferisco – sia chiaro – alla sua versione originale sviluppata da Evola e
Guenon, non certo a quella degenerata e bastarda di Morganti, Polia, Gulisano o
– gli dei non vogliano – don Curzio Nitoglia. La tendenza di molti esponenti
tradizionalisti o sedicenti tali a sprofondare (credo sia il termine giusto) in una religione
abramitica è una forte obiezione contro di esso; le difficoltà sollevate dalla
concezione ciclica della storia sono un'altra forte obiezione.
Forse semplicemente la
direzione della storia non è prevedibile. Per citare una frase di Hegel che poi
Marx ha stravolto come gli conveniva, “La storia cammina sulle gambe degli
uomini” e dove si dirigeranno queste gambe, non è scritto a priori. Quello che
è certo, è che qualunque cosa ci
aspettiamo dal futuro, il rispetto di noi stessi, la nostra dignità di uomini,
ci impongono di restare al nostro posto e continuare la nostra battaglia. Le
speranze di successo sono una questione soggettiva, ma il nostro impegno deve
rimanere un dato di fatto.
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a cura di Ereticamente
A) Nella seconda parte del Suo splendido “EX ORIENTE LUX, MA SARA’ VERO?” Lei definisce il Cristianesimo “Colonizzazione spirituale”. Vuole spiegarcelo meglio? ?xml:namespace>
In effetti, non è molto complesso o arduo da capire: l'Europa è stata colonizzata, invasa dal cristianesimo che le è stato imposto perlopiù con la violenza: hanno cominciato gli imperatori “romani” rinnegati, Costantino e Teodosio, hanno proseguito Carlo Magno e i cavalieri Teutonici, poi ancora i crociati francesi che distrussero la Provenza per annientare il movimento cataro. I “sermoni” con cui l'Europa è stata convertita al cristianesimo sono consistiti principalmente in stragi, saccheggi, deportazioni.
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Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Caro Franco hai rimosso il commento ma ti posso garantire che il nostro è un lavoro concreto. Non è assolutamente autocelebrazione o autocompiacimento intellettuale...i nostri messaggi i nostri scritti sono zolle di piante pronte per terreni fertili...
Il 'ritorno del rimosso':
Tutto bene. Tutto a posto. Le idee e la dottrina è sofisticata e di elevata qualità. Ma è come se tutto si svolgesse nella parte alta della persona, nella sua anima segregata, nel cervello. Van bene i wandervogel, va bene tutto, anche il ruralismo.
Ma come mai non riusciamo a realizzare nulla (nullius o totius in verba) che non siano poi parole alla fine in questo mondo sensibile e manifesto, nulla (se si escludono convegni, studi, pubblicazioni ed altre manifestazioni dello 'spirito') che ricordi anche lontanamente i presupposti dottrinali di partena, o i maestri o padri ispiratori?
Alla fine della vita vorremmo vedere qualcosa di concreto da lasciare ai nostri figli oltre al misconosciuto sangue.
I 'messaggi' e gli 'scritti' fanno parte e sono 'verba'. Non mi permetto di discutere della sua buona fede. Tuttavia mi pare che i tempi urgano sempre più per soluzioni pratiche e visibilmenti utili. Le parole da sempre arma sofistica della democrazia-demagogia, orano non bastano più. La mannaia usurocratica non ha più tempo da concedere, pare, non importa cosa dicano in proposito Corano o Torah.
Cosa dice, che stia finendo il 'tempus tacendi' di poundiana memoria?
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