di Mario M. Merlino
Sul retro di una cartolina, in
fondo ad uno scatolone, trovo vergata da mano femminile una considerazione del
Petrarca, tratta dal Secretum: ‘Sentio inexpletum quoddam in praecordiis meis
semper’(confido nella capacità del lettore di tradurne il senso). E’ il
Petrarca migliore, quello che s’è abbeverato alle Confessioni di Sant’Agostino,
entrambi qui strattonati dal richiamo dello spirito e dal desiderio della
carne, in cui l’errore e l’errare si insinuano quale dimensione della
condizione umana, tolta la maschera del verso nitido e rasserenante, da certa
arroganza dogmatica ex cathedra. Di quella inquietudine avviluppatasi e resasi
tutt’una alla domanda, quel domandare a fondamento d’ogni ulteriore possibile
interrogazione, Urfrage direbbero i tedeschi, tesa a dissolvere e mettere al
bando l’ultimo orizzonte, un confine avvertito più quale gabbia limitativa e
non arena aperta alla sfida alla scommessa al gioco e al contrasto.
Questa insoddisfazione, questo
essere eterno dubbio e ricorrente interrogarsi, si ritrova ad esempio nel libro
di Giuseppe Rensi La filosofia dell’assurdo, pubblicato nel 1937 e ristampato
negli anni ’90 nella Piccola Biblioteca dell’Adelphi. C’è stato in quegli anni
un momento di scoperta rinnovata e notorietà di breve durata. Un giovane
camerata trasse da La filosofia dell’autorità ispirazione per la sua tesi di
laurea. Libro, quello del Rensi, va subito riconosciuto, inficiato da alcuni
assiomi perchè, pur volendosi collocare nell’alveo del pensiero denunciante,
sottoscrivono un non so che di possesso della verità, una certa sdegnosa
presunzione, che infastidiscono ed impongono cautela, un legittimo e doveroso
irrigidirsi, quando il no si ammanta ed ammicca ad essere esso stesso premessa
di un sì. Problema questo apertissimo: un sì e un no contrapposti e, al
contempo, necessitanti l’uno dell’altro, a cui forse solo il silenzio potrebbe
legalizzare i crismi della coerenza.
L’intesero bene gli scettici al
volgere dei grandi sistemi di Platone ed Aristotele quando la polìs greca si
preparava ad inchinarsi all’espansione dei macedoni. Non simile al volo
dell’uccello caro ad Athena, come s’espresse Hegel, ma di pari intensità. Per
questo i filosofi si stizzirono tanto, consapevoli che senza proposizioni
affermative finivano per essere nudi, e li ricacciarono a fondo, al margine,
simili ai parenti poveri che non possono negarsi di fronte all’anagrafe ma si
può evitare la presenza al banchetto dei ‘saggi’. Si pensi a quell’odioso
figuro del Cartesio, così vanesio e falsa modestia che si dilettò in ironia e
giochi di prestigio contro lo scetticismo, donandoci una ragione onnivora,
premessa della ghigliottina dei giacobini e di quella dea portata nelle piazze
e strade di Parigi e identificata con l’assoluto bene.
Filosofo il Rensi che, vissuto in
epoca d’imperante neo-idealismo e inviso al Gentile, si trovò alla periferia
dell’ufficialità culturale ed accademica. E perse la cattedra e dovette
emigrare in Svizzera, se non ricordo male, proprio perché il padre
dell’attualismo gli scagliò contro anatemi ed ira funesta nonostante avesse
coltivato alla sua corte di Pisa e dintorni figure notorie per il dissenso al
Regime e favorito figuri, quali ad esempio il latinista Concetto Marchesi, che
lo ripagarono mandanti del suo assassinio nell’aprile del ’44. Ciò lo colloca,
limiti compresi, all’interno di quel pensiero ‘unzeitgemaess’, di cui è
consapevole tanto da riportare un passo del figliolo prediletto, Zarathustra,
del nichilista per eccellenza: ‘Libera dalla felicità degli schiavi, svincolata
da dei e da adorazioni, impavida e formidabile, grande e solitaria: tale è la
volontà del veritiero. Nel deserto dimorano sempre i veritieri, i liberi
spiriti, come signori del deserto; ma nelle città dimorano i ben pasciuti illustri
saggi – le bestie da tiro’.
Così egli recupera ‘la filosofia
del sospetto’ di Schopenhauer e appunto di Nietzsche. Di due pensatori che, in
quegli anni, venivano dispregiati ed esclusi dal novero dei filosofi perché non
‘sistematici’… Certo egli include anche dei positivisti, l’Ardigò, creando così
una dubbia compagnia e rendendo ‘l’assurdo’ assurdo e premessa di ‘altre
inquisizioni’, per citare l’Omero argentino. Ci piace, però, quando scrive
‘quando l’uomo vede che la sua idea è prostrata e trionfa quella contraria alle
sue più profonde convinzioni (cioè l’assurdo), che il velo di maya gli si
squarcia ed egli scorge che il mondo è irrazionale’. Senza fare una facile
commedia sulla sconfitta nobile e solitaria – certe sconfitte sono mediocri
meritate indecenti -, la condizione del vinto suggerisce l’oltrepassamento da
ogni ordine costituito, cioè dal terreno del razionale del bene della felicità
e d’ogni forma consolatoria in cielo e in terra.
Scrive ancora: ‘La storia non è
che un continuo voler uscire dal presente ed uscire di fatto (…) C’è storia
perché di fronte all’assurdo e al male presente balena innanzi agli uomini
nell’avvenire un razionale ed un bene che vogliono rendere presente. Ma, appena
reso presente, esso diventa ancora assurdo e male di fronte a un nuovo
razionale e bene che sta ancora davanti, nell’avvenire. (…) O il mondo, così
com’è, e sempre fu e sarà, o il nulla. O questo mondo, o il nulla’. La storia
terreno aperto e disvelto alle contraddizioni in contrapposizione alla storia
recinto protetto dal vero e dal bene. Sarà… ma, se questo vero è qui e questo
bene è ora, perché avvertiamo l’impulso a metterci in cammino? La nostra
inquietudine e il nostro interrogarci ci trasformano in viandanti, dell’assurdo
forse, e per questo osteggiati dalla sicumera di troppi viaggiatori… Noi con il
rischio certo di finire su ‘sentieri interrotti’, gli altri nel deragliare.
Attratti, sempre noi, dalla luce – in tedesco Lichtung equivale al contempo
alla luminosità e alla radura – e avvinti sovente dalle ombre.
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a cura di Ereticamente
A) Nella seconda parte del Suo splendido “EX ORIENTE LUX, MA SARA’ VERO?” Lei definisce il Cristianesimo “Colonizzazione spirituale”. Vuole spiegarcelo meglio? ?xml:namespace>
In effetti, non è molto complesso o arduo da capire: l'Europa è stata colonizzata, invasa dal cristianesimo che le è stato imposto perlopiù con la violenza: hanno cominciato gli imperatori “romani” rinnegati, Costantino e Teodosio, hanno proseguito Carlo Magno e i cavalieri Teutonici, poi ancora i crociati francesi che distrussero la Provenza per annientare il movimento cataro. I “sermoni” con cui l'Europa è stata convertita al cristianesimo sono consistiti principalmente in stragi, saccheggi, deportazioni.
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