Si levano sempre più forti voci critiche nei confronti della BCE
di Luca Cancelliere
Fino ad alcuni
anni fa, parole d'ordine come "sovranità monetaria", "uscita
dall'Euro" e "ritorno alla Lira" erano relegate ad ambienti
marginali della politica e dell'informazione, restando esse totalmente prive di
riscontro nel mondo accademico.
La crisi
finanziaria internazionale, che dal sistema bancario si è propagata alle
finanze degli Stati nazionali, unitamente al fallimento della politica
economica restrittiva seguita dai governi europei, ha fatto venire allo
scoperto anche in ambito accademico voci critiche verso la linea economica
ufficiale della Banca Centrale Europea.
Si moltiplicano
i docenti di economia di varie università italiane, i cui interventi cominciano
ad essere ospitati sui quotidiani e nei programmi televisivi, che ritengono
deleteria la politica di drastico contenimento della spesa pubblica imposta
dall'Unione Europea all'Italia e ai cosiddetti "PIGS" (Portogallo,
Irlanda, Grecia e Spagna) e che propongono senza mezzi termini l'abbandono
dell'Euro e il ritorno alla Lira.
Tra questi il
più attivo è il professor Alberto Bagnai, fiorentino, classe 1962, professore
all'Università di Pescara, autore di vari studi e pubblicazioni su riviste
economiche internazionali e attivissimo conferenziere e divulgatore soprattutto
attraverso un sito (www.bagnai.org) e un blog (www.goofynomics.blogspot.it) su
Internet.
Ma accanto a lui
si devono ricordare anche Claudio Borghi Aquilini (Università Cattolica di
Milano), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio di Benevento), Sergio
Cesaratto (Università di Siena), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Lidia
Undiemi (Università di Palermo), Luca Fantacci (Università Bocconi di Milano).
Parallelamente a
questi accademici emergenti, quasi tutti di età compresa tra i 40 e i 50 anni,
anche un "mostro sacro" dell'economia italiana come il cagliaritano
Paolo Savona, già Ministro nel governo tecnico Ciampi del 1993 e proveniente dal
Centro Studi della Banca d'Italia, pur partendo da posizioni meno radicali di
quelle dei suoi colleghi più giovani, si è ripetutamente pronunciato a favore
della previsione di un "piano B", teso alla reintroduzione di una
valuta nazionale in caso di collasso dell'Euro, tanto in pubbliche conferenze
che nel suo ultimo libro "Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire
dalla crisi" (Rubbettino Editore, 2012).
Questa nuova
corrente di pensiero della scienza economica italiana sottolinea che è il
passivo nella bilancia dei pagamenti, e non la spesa pubblica, la vera causa
della crisi finanziaria in atto.
E che non a
caso, è proprio dal settore della finanza privata che la crisi si è propagata
al settore pubblico, causando la crisi del c.d. "spread". In risposta
a tali turbolenze, la peggiore scelta che si poteva fare è stata quella dei
tagli alla spesa pubblica, contravvenendo il basilare principio anticiclico
della politica economica postkeynesiana secondo cui in fase di crisi
dell'economia privata, è la spesa pubblica che deve sostenere la domanda
aggregata.
Le politiche
restrittive di bilancio imposte dall'Unione Europea agli Stati in crisi hanno
peggiorato sensibilmente il loro rapporto debito/P.I.L., non solo in Grecia ma
persino dove (Spagna, Irlanda) il rapporto debito/P.I.L. era più basso che in
Germania.
Ricapitolando,
il dissesto finanziario del settore privato discende dall'esistenza di un'area
monetaria che, per il fatto di non costituire una c.d. "Area Valutaria
Ottimale" (A.V.O., cioè un'area caratterizzata da requisiti macroeconomici
e di mercato del lavoro uniformi), penalizza le economie più deboli, collocate
alla periferia dell'Euro, costringendole a indebitarsi a vantaggio delle
economie più forti.
E senza il
meccanismo riequilibratore della svalutazione.
A fronte di
questo, la Germania ha ulteriormente incrementato il proprio vantaggio
competitivo comprimendo i salari interni ed aumentando così la sua
competitività esterna nei confronti dei “soci” europei.
Ma come sopra
ricordato, l’impossibilità per questi ultimi di procedere a svalutazioni per
riequilibrare la bilancia dei pagamenti, li ha costretti ad accettare i diktat
dell’Unione Europea sui tagli alla spesa pubblica.
Tagli che però,
lungi dal risolvere il problema del debito pubblico di questi Stati, avranno
solo l'effetto di trascinare sempre più l'Europa in una spirale depressiva,
fino all'inevitabile collasso finale.
Del resto,
questo gruppo di economisti italiani vede in queste vicende la conferma della
validità scientifica del c.d. "ciclo di Frenkel", dal nome
dell'economista argentino Roberto Frenkel, che ha dedotto questa ferrea legge
dallo studio della crisi monetaria del suo Stato e di altre economie negli
ultimi 30 anni.
Il "ciclo
di Frenkel" nasce dallo studio comparato di 10 esperienze storiche recenti
di unificazione monetaria (o adozione di cambi fissi con una valuta estera, che
concettualmente e in termini di effetti sostanziali costituisce la stessa
cosa): Cile (1982), Italia (1992), Messico (1994), Thailandia e Corea (1997),
Russia (1998), Brasile (1999), Argentina e Turchia (2001), Unione Monetaria
Europea (2010).
Le fasi del
"ciclo di Frenkel" sono le seguenti: 1) viene istituita un'area
valutaria, caratterizzata da un'unica valuta comune o da due o più valute con un
tasso di cambio rigido, di tipo "non ottimale" (con economie
fortemente differenziate dal punto di vista macroeconomico) e vengono
liberalizzati i movimenti di capitali; 2) capitali esteri affluiscono nella
periferia (economie meno forti) dell'area valutaria per investire nel settore
privato che offre rendimenti alti; 3) il suddetto afflusso di capitali provoca
crescita e inflazione nella periferia dell'area valutaria, il cui il debito
pubblico si riduce; 4) l'ulteriore aumento dell'inflazione finisce per
arrestare la crescita della periferia; 5) coloro che hanno investito nella
periferia, a fronte del blocco della crescita della periferia, ritirano i
propri investimenti; 6) gli Stati della periferia, per evitare l'emorragia
degli investimenti esteri, alzano i tassi d'interesse con cui vengono
remunerati i titoli del debito pubblico; la crescita del c.d.
"spread" fa esplodere il debito pubblico degli Stati della periferia.
Si tratta di un
disastro monetario annunciato, che dimostra ancora una volta che mai la storia
(neppure quella economica) è "magistra vitae".
L'unica
soluzione per l'Italia e per i PIGS, che stanno vivendo esattamente questo
scenario, è quella che Steen Jacobsen, capo economista di Saxo Bank, propone
per la Grecia: uscita a breve dall'area Euro e ritorno alla sovranità
monetaria, con controllo statale della domanda e dell'offerta di moneta e
possibilità di svalutazione del cambio con l'estero.
Di fronte a
questo scenario, l'unico rimedio per noi Italiani è il ritorno alla nostra
vecchia valuta nazionale e la restituzione alla Banca d'Italia del ruolo di
"lender of last resort".
Ciò implica che
non si tratta semplicemente di tornare alla situazione precedente
l'introduzione dell'Euro, ma alla fase storica anteriore all'introduzione dello
S.M.E. (sistema monetario europeo) e al c.d. "divorzio
Bankitalia-Tesoro", ripristinando pertanto l'obbligo per la Banca d'Italia
di acquistare i titoli invenduti (abolito nel 1981) e di fornire anticipazioni
al Tesoro (abolito nel 1993).
Assolutamente
non condivisibile è la tesi di chi, a fronte del fallimento dell'Unione
Monetaria Europea, propone di consegnare all'Unione Europea, oltre che la leva
monetaria, anche la leva fiscale, provvedimento la cui inutilità è confermata
dal fatto che con la nuova disciplina della contabilità pubblica, sono
praticamente concordate con l'Unione Europea.
L'unione
monetaria europea oggi costituisce un "patto leonino" utile solo alle
politiche mercantiliste della Germania e dannoso per tutti gli altri partner
europei.
Dietro questo
europeismo di facciata viene sacrificato il benessere delle Nazioni europee e,
a ben vedere, anche del popolo tedesco (che subisce una forte contrazione dei
consumi interni in ragione della compressione del livello dei salari) a favore
dell'elite finanziaria e industriale tedesca.
Alberto Bagnai,
il principale rappresentante degli economisti che sostengono il ritorno alla
sovranità monetaria, critica chi si illude di uscire dalla crisi con "più
Europa" o con il varo di un "grande sindacato europeo",
ricordando che "la sovranità nazionale un suo significato ce l'ha, perché
la Nazione, oggi, è lo spazio nel quale i cittadini possono esercitare un
controllo democratico sulle istituzioni".
Sabato 1°
dicembre 2012, presso il Dipartimento di Economia dell'Università di Pescara,
ha avuto luogo la giornata di studi "Euro, mercati, democrazia. Scenari e
proposte per superare la crisi", con la partecipazione del magistrato del
Consiglio di Stato Luciano Barra Caracciolo e dei docenti universitari Alberto
Bagnai, Luciano Zezza, Claudio Borghi Aquilini, Lidia Undiemi e Luca Fantacci.
Sono stati
inoltre presentati i seguenti testi: Marino Badiale, Fabrizio Tringali,
"La trappola dell'euro" (Asterios Editore, 2012); Massimo Amato, Luca
Fantacci "Come salvare il mercato dal capitalismo" (Donzelli Editore,
2012); Alberto Bagnai, "Il tramonto dell'euro", (Imprimatur Editore,
2012).
L'auspicio è che
le posizioni espresse nel convegno conquistino sempre maggiori consensi in
ambito accademico e soprattutto, quel che più conta, l'attenzione del
Parlamento e del Governo italiani.
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Ringraziamo per la gentile autorizzazione alla pubblicazione di questo articolo su Ereticamente l'associazione cagliaritana Vico San Lucifero
http://www.vicosanlucifero.it/
http://www.vicosanlucifero.it/excal/ex55spec.html
Sono totalmente d'accordo con queste analisi.Oltre questi economisti inserirei anche Paolo Barnard-e Marco Della Luna.
Mi sembra di aver letto ,forse due anni fa, che la Frau Merkel era preoccupata che l'area dell'Euro andasse a rotoli ,dato che potrebbe essere il principio di un'altra guerra programmata dalle menti sopraffine.Cosa pensate?