di Mario M. Merlino
Le nevi eterne
le gelide aurore ai confini del mondo le navi a sfidare l’onda e l’abisso degli
oceani i tramonti rosso sangue e uomini e bestie in lotta fra loro e contro la
natura. Sopravvivere e dominare: non c’è altra legge, non se ne necessita
altra. Il fucile il coltello le zanne sono prioritarie al codice, alla Bibbia,
alla morale calvinista. Sono questi gli ingredienti per chi non ha prosciugato
il cuore e si è rifiutato di cercare rifugio in tiepide emozioni. Agli altri
fare spalluccia mentre s’infilano le pantofole tossiscono brontolano e
rimproverano moglie e figli perché s’impossessano del telecomando. Non che si
trovi disdicevole concepire nuove leve di guerrieri e condividere la solitudine
in due… L’importante è ricordarsi, come insegnava Leon Degrelle, che non siamo
nati per mangiare in orario o altre obbligazioni simili. E ricordarci, quando
sbraitiamo per l’ingorgo del mattino o qualcuno ci aromatizza con l’ascella
sudata in metropolitana che la nostra insofferenza non è altro che il surrogato,
civile e vile, dell’ascia del pugno del gusto per la rissa…
Ecco, in qualche
scaffale di libreria, nella nostra certo in vecchie edizioni A. Barion (inizio
anni Trenta) o della Sonzogno (inizio anni Cinquanta) con la caratteristica
copertina di cartoncino rosso. Ad esempio La figlia delle nevi, Martin Eden,
Smoke Bellew, Il vagabondo delle stelle, ristampato non molti anni fa
dall’Adelphi, e gli intramontabili Il richiamo della foresta, che io preferisco
da inguaribile ‘selvaggio’ all’addomesticato Zanna bianca. Autore Jack London,
pseudonimo di John Griffith. Un nome fascinoso per un personaggio da leggenda
ed avventura, nato nel 1876, abbandonato da adolescente dal padre, vissuto da
vagabondo e al confine della legalità, marinaio, dedito ai lavori più
disparati, sovente fra i più umili e degradanti, autodidatta ed eclettico nelle
letture – Darwin e Spencer, Marx e Nietzsche, ad esempio -, divenuto famoso
agli inizi del Novecento ricchissimo e morto suicida ad appena quarant’anni.
Chi non ha
ritrovato in qualche banalotta antologia scolastica le pagine dove Buck, il cane-lupo,
trascina la pesantissima slitta perché il suo padrone vi ha scommesso mille
dollari? Di quel giovane cane che, sottratto alla vita domestica, ritorna
all’originaria natura da cacciatore nelle plaghe del Grande Nord, in cui la
lettura di Darwin, quello amato da un certo Nietzsche, si traduce in
suggestioni richiami luoghi innevati distese di cupe foreste? Oppure il
principio evolutivo s’incarna in Zanna bianca, nel lupacchiotto che si
trasforma, attraverso le cure e l’affetto di una famiglia, in animale al
servizio dell’uomo? Film e sceneggiati hanno contribuito a tenere desta
l’attenzione del pubblico, non solo infantile.
Jack London fu anche riesumato nell’ambito di quella stagione, affascinante e
perversa, che, per citare una celebre espressione del ‘grande timoniere’ Mao,
regnava gran confusione sotto il cielo. Gli anni dove si leggeva di tutto ed il
suo contrario nel concorrere all’imminente palingenesi del mondo vecchio
corrotto grigio opprimente, insomma borghese. Naturalmente una rivoluzione di
giovani che finirono per diventare presto e tragicamente, molti di essi, vecchi
corrotti grigi oppressivi e spesso ferocemente brutali. Ecco Il popolo
dell’abisso, un crudo reportage sull’East End di Londra dove London visse
travestito da straccione per diversi mesi e che sembra capace di riportare le
pagine più vivide dell’Utopia di Tommaso Moro e di quell’inchiesta di Engels
sulla condizione della classe operaia in Inghilterra. E, soprattutto, Il
tallone di ferro, edito la prima volta nel 1907 e divenuto uno dei romanzi più
letti da generazioni di socialisti tanto da essere definito ‘fantapolitica
marxista’.
Si pensi come il
suo protagonista, Ernest Everhard, ha suggerito il nome di battesimo al futuro
Che Guevara e che Lev Trotzkij, in una lettera a Joan London datata 16 ottobre
1937, scriveva fra l’altro: ‘Questo libro ha prodotto in me, e non esagero, una
viva impressione. (…) Infine, niente colpisce maggiormente nell’opera di Jack
London che la sua previsione veramente profetica dei metodi che Il tallone di
ferro userà per mantenere il suo dominio sull’umanità calpestata. (…) Al di
sopra delle masse dei diseredati s’innalzano le caste dell’aristocrazia
operaia, dell’armata pretoriana, dell’apparato poliziesco onnipresente e
dell’oligarchia finanziaria che corona l’edificio’. Lo si volle leggere quale
descrizione del Fascismo – e perché no dello stalinismo? Misteri della fede e
dell’idiozia marxista! -, ma ci sembra che ben possano essere adattate ragioni
e immagini all’oggi. Il mundialismo la globalizzazione ‘il potere planetario
della tecnica’ il dominio finanziario…
E London fu ed è ancora altro. Il narratore incisivo dell’esistenza tra ghiacci
e boschi di individui alla ricerca del cibo e dell’oro. Lo scrittore che
avvertì, anche sulla propria pelle, l’esistenza amara ed abbrutita della
diseguaglianza sociale e del profitto nella logica del capitale che
nell’Inghilterra e negli Stati Uniti poi aveva attecchito ramificandosi nefasto
e maligno. Jack London fu ed è colui che sentì il rischio della decadenza – e
il suicidio fu, forse, il suo grido estremo folle e disperato -, la decadenza
dell’uomo quale destino storico di mettersi in cammino e creare un mondo a
misura del suo dominio in una civiltà ove i sogni gli ideali lo spirito
d’avventura il gusto di mettersi in gioco sarebbero stati tacitati in nome
d’una affermazione esclusivamente mercantile.
Scrive, ad
esempio, ne L’ammutinamento dell’Elsinore: ‘E allora conobbi l’ira. Non la
comune, ma la fredda ira ponderata. E mi passò nella mente la visione dell’alto
posto in cui noi sedemmo e comandammo nei secoli; in tutte le terre e in tutti
i mari. Vidi i miei simili, e le loro donne con essi, in situazioni disperate e
in imprese impossibili: assediati nei manieri, a marcire nella fitta jungla,
tagliati a pezzi, fino all’ultimo, sui ponti di navi. E sempre, le nostre donne
con noi, avevamo comandato sopra gli animali. Potremo un giorno scomparire, e
le nostre donne con noi; ma da vivi avremmo sempre comandato. Era una visione
regale che io avevo nella mia immaginazione: sì; e nella vividezza della
visione ne afferrai l’etica, che ne era l’essenza stessa. Era il sacro compito
della razza, l’eredità di dovere lasciatoci dagli antenati’.
Questo London,
che la critica marxista dileggiò e accusò d’involuzione, è quanto ci appare
ancora vivo e leggibile al di là di un momento di amena lettura. Perché, pur in
forme confuse e con discutibili commistioni con il mito americano del self-made
man, irrompe con la vitalità di quel tipo umano che mantiene alta la testa e ardito
il cuore. Con lo zaino in spalla, la spranga in mano, la polvere sugli
scarponi, faccia al sole e in culo al mondo…
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