In questa straordinaria sintesi è compendiata tutta la filosofia della “Dottrina della scienza” del filosofo idealista Fichte. L’ attività dello spirito è da intendersi come Geist, ossia come spirito del popolo. Epperò lo spirito del popolo non è una sostanza, una realtà in sé eterna ed immutabile, che lo trascende come un’idea platonica, prodotta magari da una fantasia che lo pone come impianto. Lo spirito del popolo è invece il prodotto, dice Gentile, di un io singolo, che trova in sé la volontà universale di un intero popolo: il Geist non è, quindi, la somma di tanti individui separati ed anonimi, ma il prodotto di un Io singolo che è al contempo Io-comunità, che è consapevole di essere consapevole, e cioè di essere autocoscienza. Lo stesso Hegel fa coincidere la nascita storica dello Stato con l’avvento-evento dell’autocoscienza. Lo Stato nasce nel momento in cui le Autocoscienze in uno scontro-incontro (vedasi la figura del servo-signore) decidono di organizzarsi socialmente secondo l’ordine (aperto) delle attitudini. Lo Stato è allora il risultato che gli Io-comunità producono. Esso diventa così quella famiglia in grande in cui nessun io è abbandonato a se stesso e al proprio destino: l’Io-comunità diventa l’atto che Fichte definisce come “Tathandelung”, cioè azione-agente, azione che si fa, in quanto lo spirito di un popolo si compie solo nella tensione che supera gli ostacoli (che Fichte chiama Non-io) al fine di raggiungere il bene comune, che non è solo quello economico, ma quello di un’etica che vuole l’armonia sociale. Lo Stato in cui l’Io sa di appartenere, per dirla in senso vedantico, al Sé.
di Flores Tovo
Nel dare una sua definizione
della politica, Giovanni Gentile così scrive: “La politica è l’attività dello
spirito in quanto Stato. Non perciò l’attività di una sostanza spirituale che
sia Stato, né di un ente oggettivamente sussistente di fronte all’individuo
umano. Un ente come tale è stato tante volte creato con l’immaginazione; ma è
stata una semplice astrazione alla quale soltanto la fantasia può dar corpo in
una ipostasi dotata di una qualsiasi attività. Per noi lo Stato è la stessa
autocoscienza del così detto singolo, ossia dell’uomo reale e positivo in
quanto volontà universale, e cioè stato”. (G.GENTILE, Genesi e struttura della
società, p.109, Gallone Ed., Milano 1997).
In questa straordinaria sintesi è compendiata tutta la filosofia della “Dottrina della scienza” del filosofo idealista Fichte. L’ attività dello spirito è da intendersi come Geist, ossia come spirito del popolo. Epperò lo spirito del popolo non è una sostanza, una realtà in sé eterna ed immutabile, che lo trascende come un’idea platonica, prodotta magari da una fantasia che lo pone come impianto. Lo spirito del popolo è invece il prodotto, dice Gentile, di un io singolo, che trova in sé la volontà universale di un intero popolo: il Geist non è, quindi, la somma di tanti individui separati ed anonimi, ma il prodotto di un Io singolo che è al contempo Io-comunità, che è consapevole di essere consapevole, e cioè di essere autocoscienza. Lo stesso Hegel fa coincidere la nascita storica dello Stato con l’avvento-evento dell’autocoscienza. Lo Stato nasce nel momento in cui le Autocoscienze in uno scontro-incontro (vedasi la figura del servo-signore) decidono di organizzarsi socialmente secondo l’ordine (aperto) delle attitudini. Lo Stato è allora il risultato che gli Io-comunità producono. Esso diventa così quella famiglia in grande in cui nessun io è abbandonato a se stesso e al proprio destino: l’Io-comunità diventa l’atto che Fichte definisce come “Tathandelung”, cioè azione-agente, azione che si fa, in quanto lo spirito di un popolo si compie solo nella tensione che supera gli ostacoli (che Fichte chiama Non-io) al fine di raggiungere il bene comune, che non è solo quello economico, ma quello di un’etica che vuole l’armonia sociale. Lo Stato in cui l’Io sa di appartenere, per dirla in senso vedantico, al Sé.
In questa straordinaria sintesi è compendiata tutta la filosofia della “Dottrina della scienza” del filosofo idealista Fichte. L’ attività dello spirito è da intendersi come Geist, ossia come spirito del popolo. Epperò lo spirito del popolo non è una sostanza, una realtà in sé eterna ed immutabile, che lo trascende come un’idea platonica, prodotta magari da una fantasia che lo pone come impianto. Lo spirito del popolo è invece il prodotto, dice Gentile, di un io singolo, che trova in sé la volontà universale di un intero popolo: il Geist non è, quindi, la somma di tanti individui separati ed anonimi, ma il prodotto di un Io singolo che è al contempo Io-comunità, che è consapevole di essere consapevole, e cioè di essere autocoscienza. Lo stesso Hegel fa coincidere la nascita storica dello Stato con l’avvento-evento dell’autocoscienza. Lo Stato nasce nel momento in cui le Autocoscienze in uno scontro-incontro (vedasi la figura del servo-signore) decidono di organizzarsi socialmente secondo l’ordine (aperto) delle attitudini. Lo Stato è allora il risultato che gli Io-comunità producono. Esso diventa così quella famiglia in grande in cui nessun io è abbandonato a se stesso e al proprio destino: l’Io-comunità diventa l’atto che Fichte definisce come “Tathandelung”, cioè azione-agente, azione che si fa, in quanto lo spirito di un popolo si compie solo nella tensione che supera gli ostacoli (che Fichte chiama Non-io) al fine di raggiungere il bene comune, che non è solo quello economico, ma quello di un’etica che vuole l’armonia sociale. Lo Stato in cui l’Io sa di appartenere, per dirla in senso vedantico, al Sé.
In questa definizione gentiliana
che riprende il pensiero dei grandi Idealisti, vi è contenuta la critica più
radicale riguardante non solo lo Stato moderno, ma anche la società che lo esprime.
Lo Stato non è più, oggi, la
sintesi di Io-comunità, ma soltanto lo somma di tanti io-generici od empirici,
la cui caratteristica è quella della solitudine anonima e nomade. Con l’avvento
del capitalismo, vi è stata infatti la distruzione totale di tutto ciò che
rappresentava un aspetto umano comunitario. Perciò l’epoca attuale può essere
anche letta come l’epoca della morte dell’uomo sociale aristotelico.
Tale distruzione è stata
preparata, filosoficamente, a partire da Guglielmo d’Ockham, il padre
dell’empirismo moderno, il quale ritenne che il solo sapere sensato fosse
appunto quello legato ai sensi, negando così qualsiasi valore al sapere
metafisico. Questo diventava allora vuota chiacchiera , incapace di esprimere
un qualsiasi valore rivelativo della verità. Tale svalutazione di fatto
riduceva l’uomo singolo, privato della parte più elevata del suo pensare, che è
l’intuizione intellettuale, ad essere poco più di una bestia, in quanto le
uniche verità possibili diventavano quelle di fatto, senza che esse avessero,
peraltro, alcun legame causalistico, verità che quindi erano di per sé
relative, mutevoli e precarie. Guglielmo perciò preconizzava l’uomo scettico di
oggi di oggi, che non ha riferimenti, ideologie, religioni: che possiede anzi
l’ideologia del vuoto nichilistico. E dopo Ockham, ci sono stati Montaigne,
Locke, Hume, in parte Kant, i positivisti, Stuart Mill, Wittgenstein, i
neo-positivisti, Popper e tutti gli pseudo-filosofi viventi, espressioni
dell’uomo morto e del dio morto.
Dall’altra parte tale io-empirico
è stato esaltato da un’altra corrente di pensiero, quella del razionalismo
meccanicista, che con Cartesio per primo ha ritenuto che tale uomo, ego
cogitans, privato di qualsiasi legame sociale (Cartesio viveva solo in una sua
stanzetta con una stufetta) fosse in grado di legiferare addirittura sulla
natura, alla quale applicava l’implacabile legge del meccanicismo, per cui gli
esseri viventi erano automi, e la natura in quanto tale era pura estensione
geometrica misurabile (res extensa). Una natura de-sacralizzata, privata di
qualità, considerata solo come mezzo per lo sfruttamento e il profitto (il
“Bestand” heideggeriano). Il pensiero dell’ebraismo e del cristianesimo
realizzato scientificamente.
La distruzione dell’Io-comunità si
è poi attuata sul piano economico con l’eliminazione graduale dei campi aperti
(gli open-fields) per far posto a quelli recintati (gli enclosers), con
la soppressione delle corporazioni e degli statuti, e con la liberalizzazione
selvaggia di tutto ciò che era pubblico (Adam Smith ne fu il principale
promotore). Le stesse rivoluzioni inglese, americana, francese devono
essere lette in base a questo filo conduttore che ha avuto lo scopo, in nome
della liberazione dell’individuo e dell’affermazione dei suoi diritti, di
distruggere in realtà ogni aspetto sociale comunitario che è la caratteristica
principale del mondo industrializzato. Sul piano politico Hobbes, Locke,
Montesquieu sono stati i teorici dell’individuo isolato che sia sotto un regime
assolutistico (Hobbes) o liberal-democratico-rappresentativo (gli altri due)
veniva concepito come il detentore di astratti diritti positivi naturali, tra i
quali veniva esaltata soprattutto la proprietà privata. Con le rivoluzioni
suddette l’uomo diveniva sì libero, però salariato, al servizio del
libero mercato e della sua legge aurea della domanda e dell’offerta. Bisogna
dire una volta per tutte che l’analisi marxiana scritta in quel capolavoro che
è “ Il capitale” rimane per tantissimi versi insuperata: la logica del
“plusvalore”, o meglio del più denaro, il feticismo delle merci in cui la
principale merce è la forza-lavoro umana, l’alienazione del lavoratore e la
distruzione del lavoro creativo artigianale, rappresentano la descrizione
perfetta della realtà di due secoli fa che è anche quella attuale. La stessa
caduta tendenziale del saggio di profitto, che sembrava costituisse la parte
debole della teoria di Marx, in realtà è stata confermata alla fine degli anni
Settanta del secolo scorso, causando uno spostamento enorme dei capitali volti
alla produzione a quelli finanziari (si veda il lavoro di A. DE BENOIST, Sull’orlo
del baratro, Arianna editrice). Il crollo del muro di Berlino nel
novembre del 1989 e la fine dell’URSS il 31 dicembre del 1991 sono le date
decisive del nostro tempo. Il capitalismo ha potuto, finalmente, diventare
assoluto (un assoluto che deve intendersi in senso hegeliano, in cui e con cui
finisce la storia). Nel suo percorso la volontà di potenza dell’io-soggettivo,
che aveva trovato la sua essenza o fondamento nella tecnoscienza e nel
capitalismo, aveva altresì incontrato diversi e temibili ostacoli, quali il
modello organicistico di ispirazione fichtiana ed hegeliana della Germania
bismarkiana (Bismark è stato l’inventore attuativo dello stato sociale moderno)
e dell’impero asburgico (Karl Lueger, sindaco di Vienna tra l’ ‘800 e il ‘900,
creò per primo il sistema delle municipalizzate), il comunismo sovietico
(espressione massima della radicalità anticapitalista), e, infine, gli stessi fascismo
e nazismo, che pur compromettendosi in parte col capitale perseguivano una via,
purtroppo liberticida e comunque insufficiente, in cui la comunità alla fine
doveva prevalere.
Il capitalismo assoluto, che
essendo in sé e per sé non si identifica più nemmeno con la classe sociale che
lo sosteneva, cioè la borghesia, sta eliminando ad uno ad uno tutti gli
ostacoli residuali del passato. Niente più lavoro sicuro, niente più pensione
garantita, niente più contratti nazionali di categoria, niente più sanità o
assistenza pubblica. Solo il privato è bello. Il pubblico deve sparire. Tutto
in nome delle libertà individuali e della democrazia, che viene a trasformarsi
così nella forma più anti-stato mai esistita, portando l’umanità ad una
condizione hobbesiana dell’ “homo homini lupus”, che nella realtà storica o
preistorica non è mai esistita, se non nel capitalismo delle degli inizi e
della sua attuale assolutezza, che sarà però anche la sua fine.
Questo sistema si sta palesando
il più totalitario, il più pervasivo e il più subdolamente violento di
tutti i sistemi, poiché toglie all’umanità il futuro, rendendo precario, quando
va bene, il presente che fra l’altro diventa l’unica dimensione temporale
vissuta. Il comunismo ed il nazismo, pur con la violenza, garantivano la
sicurezza sociale e prospettavano, in aggiunta, una veduta millenaristica
palingenitica esistenzialmente superiore. Il capitalismo sta invece annientando
il futuro, annichilendo di conseguenza anche il passato.
Heidegger chiamava, genialmente,
l’uomo Da-sein, Esser-ci. Con ciò intendeva dire che l’uomo co-appartiene
all’Essere, cioè alla natura e alla comunità. L’Esserci è
costitutivamente con-gli-altri (mit-sein), poiché se così non fosse non avrebbe
l’autocoscienza, che, come si è detto, è data dal rapporto consapevole che si
ha con gli altri. Ebbene oggi il Gestell (l’impianto tecnoscientifico) e il
mercato capitalistico hanno ridotto l’uomo ad un semplice Ci privato del suo
rapporto con l’Essere: un Ci senza storia, anonimo, parificato nel pensare e
nei costumi, meticcio, nomade ed incerto, né angelo, né bestia, senza
metafisica, religione o istinti. Un’ameba.
La domanda epocale a cui devono
rispondere gli uomini venturi è quindi semplice ed univoca: come ricostituire
nella libertà e nell’autorità l’Io-comunità ? Il Platone della “Repubblica”, il
Fichte dello “Stato commerciale chiuso”, lo Hegel dei “Lineamenti della
filosofia del diritto” sono, a parer nostro, i libri guida per coloro che,
consapevoli del pericolo, devono cercare un rivolgimento totale del mondo
moderno.
Flores Tovo
f.tovo@libero.it
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a cura di Ereticamente
A) Nella seconda parte del Suo splendido “EX ORIENTE LUX, MA SARA’ VERO?” Lei definisce il Cristianesimo “Colonizzazione spirituale”. Vuole spiegarcelo meglio? ?xml:namespace>
In effetti, non è molto complesso o arduo da capire: l'Europa è stata colonizzata, invasa dal cristianesimo che le è stato imposto perlopiù con la violenza: hanno cominciato gli imperatori “romani” rinnegati, Costantino e Teodosio, hanno proseguito Carlo Magno e i cavalieri Teutonici, poi ancora i crociati francesi che distrussero la Provenza per annientare il movimento cataro. I “sermoni” con cui l'Europa è stata convertita al cristianesimo sono consistiti principalmente in stragi, saccheggi, deportazioni.
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