Il 1 novembre 1972 si spegneva a Venezia il poeta
americano Ezra Pound. Pochi coloro che seguono il feretro all’isola di San
Michele, dove viene sepolto vicino alle tombe di Stravinskij e di Diaghilev.
Altri più e meglio di me sapranno vorranno scriverne un doveroso ricordo. Io lo
feci nel decennale con un piccolo e modesto(!) libro dal titolo Ezra Pound
testimone e poeta. Anni dopo, era il 2004, con l’amico Rodolfo Sideri
pubblicammo Inquieto Novecento, dove indicavamo con agili capitoli figure del
secolo trascorso che furono ‘tentate’ dal Fascismo. Non poteva mancare l’autore
dei Cantos. Rimando a questi due libri, soprattutto al secondo per l’esito
positivo di giudizi e vendita, per chiunque desideri approfondire la genialità
in scrittura e contenuti del mago Merlino…
Qui propongo qualcosa di inusuale. Il recitativo a lui
dedicato per una serie dal titolo Eresie Letterarie che, nel cassetto della mia
scrivania, attende la vittoria su una certa pigrizia e le numerose distrazioni
culturali e non che affollano il linguaggio della mente e quello del corpo.
Maria –
che sono tutti questi strani libri? Ehm, Pound, ti piace Pound?
Annalisa – se si eccettua il fatto che quella vecchia faccia
di stronzo ha storpiato il nome di Li Po chiamandolo con il suo nome giapponese
e altre simili enormi fesserie, era un buon diavolo, anzi è il mio poeta
preferito.
Camilla – Pound? Chi è che vuol fare di quel matto
presuntuoso il suo poeta preferito?
Annalisa - Poi scendemmo alla nave, - e la chiglia tagliò il
mare divo – drizzammo l’albero e le vele della nave negra, - …- poi sedemmo
sulla nave, correndo col vento – a vele tese sino a sera…
Maria - …iniziammo la discesa giù per la vallata, in una
pura luce lunare, era abbastanza facile scendere danzando di masso in masso, le
rocce erano candide come neve, con chiazze d’ombra nero cupo. Tutto era d’una
pura candida bellezza nella luce di luna. A volte si scorgeva il balenio
argentato del torrente. Giù lontano i pini del prato con la radura e la conca
dello stagno.
Camilla - Non scrivo sulla sabbia, scrivo su l’acqua. Ogni
parola tracciata si dilegua, come nella rapina d’una corrente oscura. A
traverso la punta dell’indice e del medio mi sembra di vedere la forma della
sillaba che incido. È un attimo, accompagnato da un luccicore come di
fosforescenza. La sillaba si spegne, si cancella, si perde nella fluida notte.
Quello che veramente ami rimane, - il resto è
scorie – quello che veramente ami non ti sarà strappato – quello che veramente
ami è la tua vera eredità – il mondo a chi appartiene, a me, a loro. – o a
nessuno? – prima venne il visibile, quindi il palpabile – elisio, sebbene fosse
nelle dimore dell’inferno, - quello che veramente ami è la tua vera eredità.
Annalisa - Foglia di lingua – albero lungo e fronzuto –
nessuno ti capiva ti amava – lingua di babele che dissolve per sempre, - nuova
Inghilterra – prati immensi d’oceano – l’erba di Whitman – la presunzione degli
scaltri – cemento al posto della terra.
Maria - L’albero mi è entrato nelle mani, - la linfa mi è
salita nelle braccia, - l’albero mi è cresciuto nel petto – fin nel profondo, -
i rami escono da me come braccia. – sei tu l’albero, - tu il muschio, - tu le
violette carezzate dal vento. – sei una fanciulla – alta così – e tutto questo
per il mondo è follia.
Camilla – un vento lieve udii che mi cercava – dentro quiete
foreste, - un vento lieve vidi e mi cercava – sopra il mare sereno. – e dentro
boschi oscuri – mi sono incamminato. – e su acque silenziose, notte e giorno, -
cercando il vento lieve.
Maria - Non ebbero denaro – l’oro serviva per fare la
lucertolina – e non monete – gli ornamenti – che splendevano come fuoco – alla
luce del sole o dei falò – le immagini degli dei – e delle donne che amarono –
e non monete – migliaia di fucine luccicanti nella notte delle Ande – e con
abbondanza d’oro e d’argento – non ebbero denaro – seppero – fondere laminare
saldare incidere – l’oro e l’argento – l’oro: il sudore del sole – l’argento:
le lacrime della luna – fili chicchi filigrane – spille – pettorali – sonagli –
ma non denaro – e siccome non ci fu denaro – non ci fu prostituzione né furto –
le porte delle case le lasciavano aperte – ne corruzione amministrativa né
ammanchi…
Annalisa – con usura nessuno ha solida casa – di pietra
squadrata e liscia – per istoriarne la facciata, - con usura – non v’è chiesa
con affreschi di paradisi – harpes et luz – e l’annunciazione dell’angelo – con
l’aureole sbalzate, con usura – nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine – non
si dipinge per tenersi arte – in casa, ma per vendere vendere – presto e con
profitto, peccato contro natura, - il tuo pane sarà straccio vieto – arido come
carta, - senza segale né farina di grano duro, - usura appesantisce il tratto,
- falsa i confini, con usura, - nessuno trova residenza amena.
Camilla - Io vengo con sonora musica, - con trombe e con
tamburi – non per suonar le marce dei vincitori illustri, - ma per cantar la
gloria – degli uomini vinti e caduti. – vi hanno detto che era bene vincere la
battaglia? – io vi dico che è bene altresì – soccombere, e che le battaglie –
si vincono e si perdono – con identico cuore! – io faccio rullare i tamburi –
per tutti i morti, e per essi – faccio squillare le trombe – in tono alto e
lieto! – viva coloro che caddero, - viva chi perde i propri vascelli! – viva
coloro che affondano con essi – e non perdono l’onore! – viva tutti i generali
sconfitti – e tutti gli eroi schiacciati – cui la sconfitta – non può togliere
la gloria!
Maria - Questi combatterono in ogni caso – e alcuni con
fede, pro domo, in ogni caso… - alcuni presti nelle armi, - alcuni per
avventura, - alcuni per paura di essere biasimati, - alcuni per amore di
strage, in immaginazione, - imparando in seguito… - alcuni per paura, imparando
l’amore per la strage, - morirono alcuni pro patria, non ‘dulce’ e non ‘et
decor’… - camminarono immersi fino agli occhi nell’inferno – prestando fede
alle memorie dei vecchi poi sfiduciati. – tornarono a casa, a casa, presso la
menzogna, - a casa e a molti inganni, - a casa, a vecchie menzogne e a nuova
infamia; - all’usura, come il tempo antica e come il tempo spessa, - e ai
pubblici mentitori – audacia mai veduta, scempio mai veduto. – sangue giovane e
sangue nobile, - rosse guancie e bei corpi; - vigore mai veduto – sincerità mai
veduta, - disinganni mai detti in passato, - isterismi, confessioni di trincea,
- risa dai ventri morti. – morirono a migliaia – e i migliori fra quelli, - per
una vecchia cagna sdentata, - per una civiltà rattoppata, - fascino che fioriva
in sorriso dalla bocca mite, - occhi vivi scomparsi sotto le palpebre della
terra, - per qualche centinaio di statue rotte, - per qualche migliaio di libri
a brandelli.
Annalisa - Tra le rughe di Ezra passeggia il vento – solo. – e
lì, tra i solchi d’aratro, mormora. – spandendo profumo di terra riarsa… -
anche se l’onore – degli ultimi seguaci – ballava nelle cantine – con la divisa
ubriaca – e le ossa – di uomini e donne – giacevano ancora – tra i denti della jena.
Camilla - Sul bordo metallico della tettoia di un
distributore di benzina…dei corpi…appesi a testa in giù, come bestie macellate.
Mi colpì…la delicatezza di due gambe femminili nude, dalle esili caviglie
legate ai ferri con una fune…erano le gambe di colei che aveva voluto seguire
il duce fino all’ultimo destino…accanto a lei, appiccato ugualmente per i
piedi…
Maria - L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del
contadino – Manes! Manes fu conciato e impagliato, - così Ben e la Clara a Milano – per i
calcagni a Milano – che i vermi mangiassero il torello morto – digenes,
digenès, ma il due volte crocefisso – dove lo trovate nella storia? – eppure
dite questo al possum: uno schianto, non una lagna, - uno schianto, non una
lagna, - per costruire la città di Dioce che ha terrazze color delle stelle.
Camilla -C’erano molte facce impietrite in mezzo a quella
gente sulla piazza, ma la gran massa vociava e tumultuava imbestialita verso
quel macabro palco…s’accostava e premeva per dar calci e sputare sulle
salme…quasi schiacciato nella calca e dominando a stento il raccapriccio,
riuscii ad alzare il braccio destro come per districarmi, e così a tenderlo un
attimo in un estremo saluto.
Annalisa - L’essenza mi rimane nelle mani – solo quando è
cenere, - ma è tanto già quando questo succede – per aversene a male. – e a
quella cenere rara – oggi bisogna erigere – il monumento delle piramidi – e i
giardini di Babilonia, - in suo onore far squillare – tutte le trombe
d’argento. – sì, oggi per poca cenere – vale far tutto, - perché è così raro –
averne un po’ in mano.
Camilla – m’amour, m’amour – cos’è che amo e – dove sei? -Ho
perso il mio centro – a combattere il mondo. – i sogni cozzano – e si
frantumano – e che ho cercato di costruire un paradiso – terrestre.
Maria – ho provato a
scrivere il paradiso – non ti muovere, -
lascia parlare il vento – così è paradiso
Annalisa – aver raccolto dal vento una tradizione viva – o da
un bell’occhio antico la fiamma inviolata – questa non è vanità. – qui l’errore
è in ciò che non si è fatto, - nella diffidenza che fece esitare.
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a cura di Ereticamente
A) Nella seconda parte del Suo splendido “EX ORIENTE LUX, MA SARA’ VERO?” Lei definisce il Cristianesimo “Colonizzazione spirituale”. Vuole spiegarcelo meglio? ?xml:namespace>
In effetti, non è molto complesso o arduo da capire: l'Europa è stata colonizzata, invasa dal cristianesimo che le è stato imposto perlopiù con la violenza: hanno cominciato gli imperatori “romani” rinnegati, Costantino e Teodosio, hanno proseguito Carlo Magno e i cavalieri Teutonici, poi ancora i crociati francesi che distrussero la Provenza per annientare il movimento cataro. I “sermoni” con cui l'Europa è stata convertita al cristianesimo sono consistiti principalmente in stragi, saccheggi, deportazioni.
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