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John R. R. Tolkien, un “maestro della tradizione”?

John R. R. Tolkien, un “maestro della tradizione”?
Di Fabio Calabrese

“Tradizione” e “tradizionalismo” non sono affatto la stessa cosa, non fosse altro perché il tradizionalismo è un atteggiamento moderno che non si riscontra in quelle che possiamo chiamare società o culture tradizionali.

Per capire quanto profonda sia la frattura fra questi due concetti, forse la cosa migliore da fare, è quella di esaminare in quale misura il grande mitologo della nostra epoca, John R. R. Tolkien, l’autore del Signore degli anelli, abbia frainteso la mitologia tradizionale che ha utilizzato in larga misura nelle sue opere. Tolkien è anche un esponente direi classico di quell’orientamento di pensiero che chiamiamo tradizionalista, e dunque è possibile allargare il discorso ed esplorare lo scarto che esiste fra tradizione e tradizionalismo.

Le culture tradizionali, ha osservato qualcuno, sono quelle in cui non esistono tradizionalisti; ci si potrebbe spingere più in là affermando in modo provocatorio che sono quelle dove non esistono neppure tradizioni. Quello che esiste sono consuetudini, usi, modi di pensare, valori etici e persino estetici largamente condivisi che connotano a colpo d’occhio le varie culture e sono fatti propri dalla pressoché totalità dei loro membri. Il concetto di tradizionalismo nasce precisamente nel momento in cui questa unità si rompe.

Un esempio paradigmatico in questo senso è rappresentato dallo scintoismo. Per secoli, forse per millenni la religione tradizionale giapponese non ebbe neppure un nome: era semplicemente l’insieme dei culti riservati agli dei, agli antenati, alla figura dell’imperatore, figura-ponte di origini divine fra la Terra e il Cielo. Fu solo con l’arrivo dei missionari buddisti nelle Isole Nipponiche, che si coniò il termine “shinto” per indicare la “vecchia fede”, la tradizione, l’insieme delle credenze tradizionali in opposizione alla nuova dottrina.

Il concetto di tradizione nasce nel momento in cui seguire i valori e i costumi degli antenati non è più una consuetudine spontanea semplicemente perché non si concepisce un orizzonte alternativo a essi, ma diventa una scelta consapevole.

Nella nostra epoca moderna si può, si deve, inoltre parlare di tradizionalismo nel momento in cui la scelta e il riconoscimento della tradizione alla quale si appartiene diventano problematici, quando tocca confrontarsi con tradizioni in conflitto o con idee di tradizione in contrapposizione talvolta inconciliabile.

John R. R. Tolkien era, e questa è una chiave di lettura della sua personalità e della sua opera che non può essere omessa, un cattolico, uno dei rari cattolici britannici, e chiaramente in conseguenza di ciò, un cristiano. Vale a dire che egli può bensì essere considerato portatore di un pensiero “tradizionalista”, ma non assolutamente tradizionale, poiché, a parere di chi scrive, sebbene la “tradizione cristiana” sia divenuta maggioritaria nel cosiddetto “mondo occidentale” (che comprende oltre all’Europa, e oggi in posizione dominante, le Americhe, vale a dire l’anti-tradizione incarnata se mai ve n’è stata una) essa rimane nondimeno rispetto alle nostre radici europee una “tradizione” spuria.

In uno scritto pubblicato nel 2005 sul n. 13  della rivista “Minas Tirith” della Società Tolkieniana Italiana, l’antropologo Mario Polia definiva a modo suo Cos’è la tradizione, e – sorpresa – essa a suo dire coinciderebbe esattamente con “l’insegnamento” della Chiesa cattolica, anche se, ammetteva a denti stretti:

“Esiste, inoltre, un “tradizionalismo” in senso lato nel quale si riconoscono appartenenti singoli o gruppi, diversi in quanto a impostazione e tendenze, ma accomunati da un pronunciato antagonismo nei confronti del mondo moderno (…).

E’ comune alle varie tendenze del “tradizionalismo” (cultural -politico e/o spiritualista) la tensione verso il recupero di un’identità “spirituale” dai contorni in genere mal definiti, non-confessionale, caratterizzata dal sincretismo in campo religioso e, spesso, da una componente marcatamente anti-cristiana”

[Mario Polia: Che cos’è la tradizione, “Minas Tirith” n. 13, Società Tolkieniana Italiana, Udine 2005].

Per l’ennesima volta, a lato delle parole di Polia metterei quelle contenute nel Documento controverso per eccellenza che ho tante volte citato, la famosa intervista di Maurizio Blondet a Massimo Cacciari:

“Il Cristianesimo è stato dirompente rispetto ad ogni ethos” (…). Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (…). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell’Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L’ethos antico era una religione civile (…). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l’uomo”.

 

E soprattutto, con ancora più forza e convinzione, le parole di Richard Wagner:

“Per quanto l’innesto sulle sue radici di una cultura che le è estranea possa avere prodotto frutti di altissima civiltà, esso è costato e continua a costare innumerevoli sofferenze all’anima dell’Europa”.

Parole che dovrebbero essere incise in bronzo su ogni muro!

Tanto per avere le idee ancora più chiare a questo proposito, cito una circostanza riferita dal giornalista Corrado Augias nel libro I segreti del Vaticano: l’Opus Dei, la potente organizzazione cattolico-affaristica raccomanda ai suoi affiliati la lettura del Signore degli anelli.

Da un certo punto di vista, la faccenda è o dovrebbe essere molto chiara: Mario Polia è un cattolico, i tolkieniani sono cattolici, John R. R. Tolkien era un cattolico; dunque si tratta di cristiani che nulla possano avere a che fare con noi.

In realtà la questione è un po’ più complessa di così; rimangono quanto meno da spiegare i motivi per i quali l’articolo di bigotteria tolkieniano è riuscito a esercitare sugli ambienti umani “nostri” una fascinazione che ha dell’incredibile.

L’opera di Tolkien approdò in Italia nei primi anni ’70, più o meno in coincidenza con la dipartita del suo autore da questa valle di lacrime, e la sinistra, una sinistra che allora si credeva egemone e trionfante, attuò nei suoi confronti un ostracismo e un boicottaggio feroce. Non parve vero ad alcuni dei “nostri” di aver trovato un nuovo padrinato intellettuale, soprattutto a quanti si facevano conquistare da facili slogan, che non erano consapevoli o non riuscivano ad accettare il fatto che la via che abbiamo scelto, in questa nostra epoca è necessariamente minoritaria. Fu l’epoca in cui si arrivarono a chiamare i raduni della nostra parte politica “campi hobbit” e simili.

A quell’epoca, Giuseppe Lippi, attuale direttore della mondadoriana “Urania” pubblicò sulla rivista “Aliens” delle edizioni Armenia di cui era allora redattore, un articolo il cui titolo era tutto un programma: Camerata elfo.

 

Per trasformare Tolkien in un maestro del pensiero “nostro”, occorreva chiudere gli occhi su di un numero impressionante di questioni, sul suo cattolicesimo ostentato (se invece che un inglese fosse stato un italiano, non ci sarebbe stata alcuna difficoltà a definirlo un clericale), la sua profonda e radicale avversione verso l’Asse, il disprezzo tutto britannico verso gli Italiani (identificati nel Signore degli anelli con gli Haradrim, gli alleati meridionali di Sauron – immaginate allora Sauron chi è, e Mordor, il suo dominio, il regno del “male assoluto” a cosa corrisponde; fra gli alleati umani di Sauron, poi, oltre ai “meridionali” Haradrim vi sono gli Esterling, abitanti di una remota terra orientale, ma davvero avete bisogno di indicazioni più chiare di queste?), l’antipatia di Tolkien per il mondo celtico inteso come cultura radicalmente europea non tributaria in alcun modo di influssi mediorientali e che i Celti odierni fanno finta di dimenticare, da parte di un animo piamente cristiano che in fondo di europeo aveva poco. E’ noto che Tolkien ha negato rabbiosamente più volte che Il signore degli anelli avesse a che fare con alcunché di celtico, ispirandosi invece al finnico Kalevala.

Altro fatto su cui si doveva glissare alla grande, è che la biografia di Tolkien non ce lo fa vedere come un “maestro della tradizione” molto credibile, ci rivela piuttosto un uomo la cui personalità ha mantenuto dei marcati tratti infantili. Quando lui e la donna che poi sposò erano fidanzati, pare che il loro maggiore divertimento consistesse nel sedersi ai tavolini di un bar e lanciare zollette di zucchero contro i passanti. Non parliamo delle prodezze di Tolkien al volante; pare che la sua filosofia automobilistica consistesse in: “I pedoni, quando li punti si scansano”.

Altra circostanza che i “camerati” che hanno eletto Tolkien a maestro e guida fanno spesso finta di aver dimenticato, è che la sinistra che oggi non si sente più egemone come negli anni immediatamente successivi al ’68, successivamente ha cercato in ogni modo di porre rimedio all’errore “recuperando” Tolkien con risultati invero grotteschi; si è cercato ad esempio di far credere che egli, che era nato in Sud Africa da famiglia inglese temporaneamente lì stabilita, avesse partecipato alle manifestazioni contro il regime dell’apartheid (oggi grazie alla vittoria della democrazia, provvidenzialmente sostituito dal regime del genocidio della popolazione bianca, ma di questo – ovviamente – si parla molto di meno).

Fosse stato vero, l’autore del Signore degli anelli avrebbe dimostrato davvero una precocità straordinaria, poiché quando la famiglia rientrò in Inghilterra, aveva solo due anni. Il punto non è tanto che la sinistra non abbia il senso del ridicolo, lo sapevamo già da un pezzo, ma il fatto che se si è pensato di “recuperare a sinistra” Tolkien, questi deve quanto meno presentare delle ambiguità. Forse che qualcuno ha mai cercato di imbastire un’impresa del genere su Drieu La Rochelle, Brasillac, Celine, Ezra Pound o anche Gabriele D’Annunzio?

A gettare sul tutto una luce ancora più strana, è il fatto che negli stessi anni in cui in Italia Tolkien era scoperto dai “camerati” che facevano i “campi hobbit”, Il signore degli anelli riceveva negli Stati Uniti una “lettura” decisamente di sinistra e diventava “la bibbia” degli hippy californiani.

Bisogna però essere onesti e spezzare una lancia a favore dei camerati che non sono così ingenui come forse sembrerebbe. Che Tolkien sia stato così mal accolto dalla sinistra quando la sua opera apparve in Italia, non è certo il solo motivo del fascino che subito esercitò sul fronte opposto, “nostro”. Per capirlo, basta scorrere l’introduzione di Quirino Principe alla prima edizione (Rusconi) del Signore degli anelli. Quel riferimento a “valori atemporali, eterni e quindi più presenti a noi del presente”, smuoveva leve potenti nell’animo di ciascuno di noi. C’era di che restarne affascinati; solo una più attenta lettura del romanzo, una conoscenza del resto dell’opera dello scrittore anglo-sudafricano e una robusta preparazione basata su elementi precedenti e differenti, potevano far sospettare che le cose stessero in una maniera un po’ diversa, che – come dice il proverbio – non è tutto oro quello che luccica.

Penso che quello che ho da dire non sarà gradito ai tolkieniani, ma io credo che sia difficile trovare uno scrittore o un uomo qualsiasi in più profonda contraddizione con se stesso di quanto non lo fosse John R. R. Tolkien. Egli dichiarava avversione per il celtismo, eppure elementi celtici emergono in quantità dalla sua narrativa; si professava cristiano, eppure il tipo di visione del mondo e di etica che è possibile desumere dai suoi romanzi, è tutto meno che cristiano.

Del celtismo che interpretava solamente come separatismo scozzese, gallese, nord-irlandese, Tolkien aveva un’idea ristretta, e da leale suddito britannico, lo detestava, eppure tutta la sua narrazione rigurgita di elementi celtici: non sono solo le figure di elfi, nani, orchi e troll direttamente provenienti dalla mitologia celtica attraverso il folclore popolare; c’è anche la figura di Gandalf, straordinariamente simile a quella di un druido, e si pensi all’anello di Sauron, un Graal di segno capovolto, non da trovare ma da perdere o distruggere.

L’etica di Tolkien non è cristiana, è di tipo eroico, tradizionale, guerriero, indoeuropeo, che non comanda di porgere l’altra guancia ai nemici, ma di combatterli con le armi in pugno. Tuttavia l’astuzia tolkieniana consiste proprio in questo, nel presentarla costantemente mescolata con simboli e concetti cristiani, in modo da esercitare una fascinazione su chi per inclinazione naturale sarebbe portato a rifiutare il deleterio e anti-vitale spirito del cristianesimo, così ben evidenziato ad esempio da Nietzsche.

Se esaminiamo nel Signore degli anelli la figura di Gandalf, vediamo facilmente che è modellata su quella di Merlino, e assomiglia molto di più a un druido che non a un sacerdote cristiano.

Consideriamo un attimo il rapporto fra Gandalf e Aragorn, è una relazione che implica la pari dignità dell’autorità sacrale “druidica” di Gandalf con quella regale e guerriera incarnata da Aragorn. Questa concezione va contro il cristianesimo che non ammette che le altre funzioni, diverse da quella sacerdotale, possano avere una dignità e tanto meno una sacralità autonoma, ed è invece consonante con la tradizione indoeuropea e celtica. Questo diverso segno si vede bene nella parole del Merlino di Excalibur di John Boorman (diamo per scontato che Merlino è l’erede della tradizione druidica e che Boorman ha reso bene quanto meno lo spirito del personaggio) che incoraggia Artù dicendogli: “Eppure hai estratto la spada dalla roccia, io non avrei potuto farlo”.

Il potere magico-druidico ha dei limiti che la regalità sacrale può oltrepassare. Artù e Aragorn sono, come il re celtici “figli di Lugh”, portatori di una regalità sacrale che Merlino e Gandalf possono riconoscere e garantire, ma non creare attraverso una consacrazione.

In diversi precedenti articoli mi è capitato di definire Tolkien un “celta suo malgrado”, un giudizio che non vedo alcun motivo di modificare. Per quanto ciò possa dispiacere ai moderni esegeti di Tolkien di impostazione cattolica, considerando i tratti druidici della figura di Gandalf e la concezione della regalità sacrale incarnata dalla figura di Aragorn, potremmo dire che l’autore del Signore degli anelli è stato anche un pagano suo malgrado. Sicuramente questo paganesimo che emerge a dispetto dell’intenzione cosciente di Tolkien, è alla base del successo che Il signore degli anelli continua a riscontrare negli ambienti “nostri”, perché un camerata che è davvero tale è un “pagano istintivo” anche se talvolta può non esserne consapevole. Tuttavia c’è l’ambiguità complessiva del messaggio e anche quella che non saprei come definire altro che la perversità di Tolkien. Può essere che quest’uomo che detestava ferocemente l’Asse ben al di là di quello che possiamo pensare fosse l’effetto della propaganda di guerra, non si rendesse conto, non fosse mai colto dal sospetto né durante il conflitto né dopo, che proprio questo nemico odiato fosse l’ultima chance di quell’ordine tradizionale dell’Europa che mostrava di amare così tanto e che ha letterariamente incarnato nei cavalieri di Gondor e di Rohan, e che invece la coalizione tra capitalismo americano e comunismo sovietico si apprestava a stritolare?

Sulle ambiguità di Tolkien, questi signori “cattolici tradizionalisti”, i vari Mario Polia, Adolfo Morganti, Paolo Gulisano e – a sentire Augias – tutta l’Opus Dei, ci sguazzano, poiché loro stessi sono degli ossimori viventi. “Cristianesimo”, infatti, è un concetto che fa a pugni con quello di “tradizione”: “cristianesimo” è e rimane il proto-bolscevismo che ha affondato l’impero romano e ridotto le tradizioni europee (quelle vere, che conosciamo complessivamente con il nome di “paganesimo”) sull’orlo dell’estinzione. (ce l’hanno quasi fatta, ma hanno mancato l’obiettivo definitivo: dopo due millenni siamo ancora qui, e ci saremo ancora in futuro, saranno loro a sparire!).

A dire il vero, tanto per la cronaca, l’intellettuale i cui scritti sono maggiormente pubblicati sulle riviste della Società Tolkieniana Italiana, l’ideologo (o forse il cappellano) del gruppo, quello che Paolo Paron fondatore e presidente della STI ha varie volte accostato a Gandalf, non è né Morganti, né Gulisano, né Polia, bensì tale padre Guglielmo Spirito, frate francescano, e penso che già questo dica tutto.

Se tuttavia facessimo risalire agli interpreti italiani di Tolkien tutte le colpe, credo che saremmo fin troppo generosi con questo tutt’altro che limpido personaggio. Occorrerebbe essere un etnologo oltre a conoscere l’opera di Tolkien in dettaglio approfondito per cogliere in maniera sistematica tutti i travisamenti che Tolkien ha compiuto sul patrimonio mitologico e folclorico della tradizione europea, tuttavia al riguardo qualcosa si può dire.

Parliamo ad esempio di una figura del folclore europeo che è diventata centrale nella pseudo-mitologia tolkieniana, quella dell’elfo. Lo scrittore americano ma di origine scandinava Poul Anderson è stato forse l’unico ad avere il coraggio di mettere in rilievo il fatto che Tolkien l’ha del tutto travisata.

“Apprendiamo che quando le navi da guerra [vichinghe] stavano per rientrare nei porti di partenza, si provvedeva a togliere le teste di drago che ornavano le prue, affinché gli elfi non si offendessero. Possiamo così vedere questi esseri quali erano inizialmente: cioè divinità.

(…)

Tolkien volle raffigurarli non solo come esseri bellissimi e sapienti, ma anche saggi, posati, rispettabili, buoni, vere incarnazioni dei migliori sentimenti nei confronti d’ogni cosa vivente (…).

[Ma] fino al IX secolo gli elfi e gli dei avevano un’indole ben diversa”.

Poul Anderson, La spada spezzata, introduzione.

Cosa curiosa, davvero una coincidenza significativa nel senso dato da Karl Gustav Jung a questa parola: pochi giorni prima di ricevere dall’amico Steno una pressante e accorata richiesta di spendere qualche parola di chiarezza sulla persistente fascinazione che l’autore anglo-sudafricano continua a esercitare nei nostri ambienti, mi era capitato di imbattermi in questa questione per tutt’altri motivi, stavo scrivendo un articolo di tutt’altro genere per un sito affatto diverso da “Ereticamente”, un articolo sulle non frequenti tracce celtiche nella musica leggera italiana e, se non si possiede il dono della scienza infusa, quando si fanno certe cose, è sempre meglio prima documentarsi, il che può portare a fare delle scoperte interessanti.

Tra le non molte cose che esistono in questo settore, c’è da menzionare la notissima Scarborough Fair trasformata in un successo mondiale da Simon e Grafunkel, che ha avuto anche una versione italiana ad opera di Angelo Branduardi. Essa deriva da un’antica ballata scozzese, The Elfin Knight (“Il cavaliere elfo”). Ora, la cosa curiosa della versione originale è proprio il fatto che le prove impossibili imposte alla fanciulla (cucire una camicia senza usare ago e filo, lavarla in un pozzo asciutto), lei le deve superare allo scopo di evitare l’accoppiamento con il cavaliere elfo; nel folclore tradizionale gli elfi sono visti come portatori di un elemento soprannaturale che può essere sia benevolo sia ostile, ma con il quale è meglio evitare di contaminarsi.

A questo punto, mi è scattato una sorta di flash mentale: in Tolkien un simile amplesso e l’ibridazione che ne può conseguire sembrano essere qualcosa di estremamente ambito (si pensi a Beren e Luthien, Earendil e l’origine dei re numenoreani, a Elrond, Arwen e Aragorn). Da questo punto di vista, non è difficile scorgere l’analogia con uno dei più irritanti veicoli di propaganda democratica e mondialista (malamente) mascherato da serie di fantascienza televisiva e cinematografica, Star Trek di Gene Roddenberry dove umani e alieni puri sono quasi una minoranza rispetto ai mezzi-questo e mezzi-quello (mezzi vulcaniani, romulani, klingon e via dicendo), anche se noi sappiamo benissimo che il giorno che per ipotesi dovessimo venire in contatto con specie aliene, le probabilità di un incrocio fecondo fra esseri con una storia evolutiva del tutto separata sarebbero inferiori alla possibilità di un incrocio fertile fra un uomo e una carota.

Fuori di metafora, tutto ciò che cos’è se non una perorazione a favore del mescolamento razziale?

Naturalmente, Tolkien non può essere ritenuto direttamente responsabile degli ulteriori fraintendimenti, dell’ulteriore liquidazione della tradizione europea, dell’ulteriore americanizzazione che si riscontra nella versione cinematografica del Signore degli anelli operata da Peter Jackson, ma diciamo che – quanto meno – il messaggio tolkieniano è abbastanza ambiguo da permettere interpretazioni di questo genere, che mirano solo a colpire a morte quanto rimane dello spirito tradizionale europeo, il tutto naturalmente ben impacchettato dentro un’ingannevole confezione “epica” ed “eroica”.

La prima cosa che si nota, è la deformazione in senso femminista della figura di Arwen. E’ un discorso che occorre ampliare, perché non rappresenta per nulla qualcosa di isolato: da un lato, sebbene Jackson sia neozelandese, nella versione cinematografica emerge la tendenza molto americana a deformare con facilità eccessiva, senza alcun rispetto per la verità, i testi letterari nelle varie trasposizioni, ma anche la pura e semplice verità storica, dall’altro la vera e propria invasione che le femministe hanno compiuto nel campo della letteratura di heroic fantasy, che ha come fil rouge l’idea che la donna conquisti la parità con l’uomo se la si suppone equivalente al maschio sul piano della pura forza muscolare, cosa che sappiamo bene che non è, da qui l’inverosimile pullulare di guerriere, di virago armate, da Jirel di Joyry a Xena, a Relic Hunter e ora anche Arwen, e le qualità specificamente femminili, dove sono andate a finire? Queste femministe credono forse di nobilitare la figura femminile trasformandola in una caricatura di maschio e inventando una presenza femminile sui campi di battaglia che obiettivamente è sempre stata del tutto assente fino a tempi molto recenti di guerra tecnologica.

Un altro elemento che si nota subito vedendo la pellicola di Jackson, è che gli hobbit hanno costumi ottocenteschi (anche se poi si trasformano, dovendo indossare mantelli, elmi, spade e corazze), mentre tutti gli altri personaggi sono abbigliati in fogge medievali. Perché questa differenza? Ovviamente, perché nell’Età di Mezzo l’America non era ancora stata scoperta. Una cosa che fortunatamente “si perde” nella versione italiana, è che gli hobbit di Jackson parlano con un accento yankee che differisce da quello britannico degli altri. Perché gli hobbit dovrebbero essere yankee? Io credo che qui il “messaggio” di Jackson amplifichi quello già presente in Tolkien, un messaggio tanto più pericoloso quanto più subliminale.

Gli hobbit per Tolkien sono i piccoli che intervengono a contrastare i Nazgul e a portare l’anello di Sauron al suo destino, quando le mani dei grandi sono impegnate altrove, sono coloro che non hanno una percezione chiara della situazione, ma agiscono seguendo il cuore e l’istinto. Per Jackson devono essere americani per lo stesso motivo per cui lo è Forrest Gump, incarnano il plain man che non comprende ma ha “buoni sentimenti”, pronto a farsi guidare, nella realtà non dagli Istari ma dagli stregoni del potere mediatico.

Un’altra “correzione” di Jackson rispetto a Tolkien è la cancellazione del personaggio di Tom Bombadil. Questa figura che Tolkien ha introdotto quasi per scherzo nel suo romanzo (ispirata a un pupazzo con cui giocavano i suoi figli) è in realtà un’importante archetipo: l’uomo a pieno contatto con la natura, contatto che non ne fa un selvaggio, un uomo ferino, ma un essere semi-divino, che è totalmente immune dall’anello di Sauron e ha il potere di sconfiggere gli Spettri dei Tumuli, una sorta di druido auto-iniziato o un rex nemorensis. Io credo che Tolkien, con le ostie sugli occhi com’era, fosse ben lontano dal comprendere il reale significato di ciò che andava trattando, ma ha evocato comunque una figura “pericolosa” che Jackson ha prontamente censurato dalla versione cinematografica e politicamente corretta, ulteriormente democratizzata del Signore degli anelli.

Di questi ulteriori fraintendimenti Tolkien non ha una responsabilità diretta, tranne per il fatto di essere l’autore di un’opera sufficientemente ambigua da consentire simili interpretazioni, ma in particolare la sua perorazione del connubio interrazziale uomini-elfi ci lascia intravedere la sostanziale continuità fra il “vecchio” cosmopolitismo mondialista cristiano e quello “nuovo” marxista e democratico, non è in nessun senso ciò che ci aspetteremmo da un maestro della tradizione.

Di Tolkien tutti quanti, anche quelli che non hanno letto nemmeno un rigo della sua opera, conoscono una frase famosa: “Le radici profonde non gelano”. Vale la pena di rifletterci un po’. Nella storia europea, appena il cristianesimo ha smesso di essere imposto con la forza, con l’inquisizione, le torture e i roghi degli eretici, è iniziato un processo di scristianizzazione, lento ma inesorabile e con ogni probabilità irreversibile. Le “radici cristiane” dell’Europa gelano; forse non sono molto profonde, forse non sono nemmeno quelle vere.

Per riprendere il discorso iniziale e la distinzione fra tradizione e tradizionalismo, io credo che il discorso di Mario Polia vada esattamente rovesciato. Ai cattolici, Tolkien compreso, forse si può riconoscere un orientamento in qualche modo tradizionalista, ma “la tradizione”, quella vera, ciò che definisce l’identità, le radici inestirpabili di un popolo, di una cultura, di un continente, è altro e altrove, le radici che stanno fuori, oltre, prima e – ne sono assolutamente convinto – DOPO il cristianesimo. Quelle radici per le quali, in riferimento alla propria storia e alla propria cultura, i Giapponesi hanno inventato il bel nome di Shinto, ma che noi, in riferimento a noi stessi possiamo chiamare con un nome inventato per scherno dai nostri nemici, ma che noi abbiamo rialzato e inalberato come la nostra bandiera: PAGANESIMO.

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Categorie: Tolkien

Pubblicato da Fabio Calabrese il 6 Luglio 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Milo Dal Brollo

    Mi scusi signor Calabresi, è da un po’ che la leggo e rimango spesso perplesso di alcuni giudizi che lei da a certi personaggi solo perché cattolici.

    Ad esempio, dire che gli Haradrim sarebbero i “terroni d’Europa” cioè noi, mi può dire dove l’ha letto o da cosa lo deduce? Se Tolkien si ispira alla mitologia nordica, mi sembra anzi piuttosto scontato che il nemico possa trovarsi in un altro punto cardinale, guarda caso a Sud…

    Tolkien avrebbe più volte “rabbiosamente” detto di essersi ispirato alla mitologia finnica piuttosto che a quella celtica. A parte che non vedo perché ciò sia una colpa, ma poi potrebbe citare almeno un caso o una testimonianza prima di dire che faceva come il solito inglese che crede che i negri siano da La Manica in giù, per favore?

    Poi Tolkien non sarebbe un maestro della tradizione perché “Quando lui e la donna che poi sposò erano fidanzati, pare che il loro maggiore divertimento consistesse nel sedersi ai tavolini di un bar e lanciare zollette di zucchero contro i passanti”… Embè? Dico, non ci si può divertire facendo delle cretinate ogni tanto? O perché andava veloce in macchina… Allora Ettore Muti girava in motocicletta come un demone, ma per questo vogliamo dire che non era un degno fascista? Ma dai, non facciamo i talebani.

    Insomma, lei fa tanto l’anticristiano e l’anticlericale, ma a volte mi sembra proprio che si atteggi da pretino del paganesimo, con tutto il rispetto.

    Tenterò di finire l’articolo, ma già in partenza mi sembra decisamente svenevole.

  2. Anonymous

    Caro Amico:
    Io non mi atteggio a pretino. Certo che si ha il diritto di fare ogni tanto delle cretinate, ma io ho voluto sottolineare questo fatto perché contrasta con l’immagine un po’ troppo ieratica di Tolkien vendutaci dai suoi interpreti cattolici.
    “Solo perché cattolici”, a mio parere non è un difetto di minor conto. Consideriamo che la Chiesa cattolica ha estirpato le genuine radici dell’Europa (il cosiddetto paganesimo), ha distrutto l’impero romano, ci ha imposto quindici secoli di divisione e sudditanza allo straniero, imposto un millennio di durissima persecuzione di ogni forma di pensiero indipendente, ostacolato in tutti i modi l’unità nazionale, e oggi favorisce l’immigrazione che porterà alla sparizione del nostro popolo per imbastardimento, e poi mi dica, in tutta sincerità chi sono i talebani?
    Fabio Calabrese

  3. Anonymous

    io invece ho trovato interessante il lungo articolo ed in più ho letto tutto perfino il commento del Milo del Brollo che se il ricordo mi sostiene, aveva anche su Effedieffe, sempre qualcosa da ridire.
    Ma è un camerata,forse toscanaccio.
    Devo confessare che nel mio profondo,sono stato anche io sempre pagano, colpa di Omero? rinus

  4. Milo Dal Brollo

    Signor Calabrese, certo che la Chiesa ha fatto dei danni imponendosi con la forza, pertanto con l’espressione “Ma dai, non facciamo i talebani” non volevo certo esautorarla dalle sue responsabilità storiche (anche se ad essere sincero guardo più al presente che al remoto passato, per lo più messo sull’altarino esattamente come Tolkien, come dice lei), l’ho fatto per evidenziare il fatto che lei ragiona da manicheo e che vede da una parte il bianco e da una parte il nero, divisi da una linea netta che non bisogna superare, pena l’apostasia. Insomma, tutti rischiano di talebanizzarsi, dato che non siamo esseri perfetti ma uomini.

    Non voglio fare un lungo discorso, perché mi manca il tempo e quant’altro, ma mi permetto di elencarle alcuni punti che lei trascura enormemente in qualunque sua esplicazione, perché evidentemente è accecato al solo pensiero del nemico.

  5. Milo Dal Brollo

    1) Tutto è destinato a finire, non esiste nulla di eterno se non l’esistenza dell’Universo in sé, le cui parti sono mutevoli. Infatti Niente non è e pertanto non lo può neppure diventare, pertanto nulla può scomparire, ma ciò non significhi che non muti e cambi (e, forse, ritorni).
    2) Fra ciò che muta e muore ci sono anche le civiltà e le tradizioni. L’impero romano è morto perché era già marcio, la civiltà cristiana crollerà perché è già completamente marcia; la tradizione classica è crollata perché s’era già offuscata, confusa, obliata e non risuciva più a comunicare niente, stessa cosa per quella cristiana. Vedremo cosa si riproporrà, ma qualunque cosa si riproporrà è destinata a crollare pertanto è inutile mettere sull’altarino un’immagine fissa di qualcosa necessariamente mutevole, non si fa altro che condannare il proprio cuore ai peggiori sentimenti di odio eterno verso le cause e alla sofferenza autoinflitta.
    3) Perché le cose decadono e muoiono è un mistero; è il divino gioco di Dio – chiamatelo in altro modo se volete.
    4) Questo implica anche che l’atteggiamento del “duro e puro ad ogni costo” è totalmente inutile: alla fine tutto muore, alla fine tutto e tutti perdono contro la morte. Perfino un Dio creduto come persona (infatti l’abbiamo ammazzato non credendoci più: è un Dio per chi, se nessuno gli si rivolge?).

  6. Milo Dal Brollo

    5) Per battere sul suo chiodo fisso, cioè il cristianesimo distruttore, le faccio notare questo. Lei ha una visione storica e dottrinale estremamente distorta del cristianesimo in quanto: a) lei crede che la Chiesa moderna, pretesca, melensa, pettegola e buonista, sia sempre stata anche quella primigenia, alto e basso medievale, rinascimentale e quant’altro. Basta vedere i fatti per constatare che lo spirito degli uomini, in generale, era estremamente diverso e s’è diversificato nei secoli; vorrei vedere lei se ha il coraggio di fare il pellegrinaggio dalla Danimarca a Roma o da Bari a Santiago a piedi e fra i predoni pronti a scannarla; b) lei crede che il cristianesimo sia una religione per inetti, deboli e sfigati lamentosi. Non è affatto vero, in quanto è (meglio, sarebbe) molto responsabilizzante anch’essa dal momento che, almeno una volta, la salvezza della propria anima era nelle proprie mani e bisognava impegnarsi assai per trovare Dio nel proprio cuore e convergere alle sue voci interiori. Tutta la tradizione esicasta era ed è ancora sul Monte Athos – forse l’ultimo luogo veramente ancora minimamente cristiano – centrata sulla preghiera del cuore, in cui bisognava risvegliare l’uomo interiore e divinizzarlo, cioè elevarlo verso Dio sullo stesso livello degli angeli, per cui il fattore sociale e caritatevole era solo uno strumento per i laici al fine di ammorbidire il cuore dell’uomo e renderlo più penetrabile alle voci sottili della Divinità; ma immagino che lei non abbia mai aperto le braccia nella sua impotenza, che non è fisica né morale bensì sapienziale, chiedendo aiuto pure al Diavolo basta che gli venisse concessa una briciola di sapienza per non essere condannato alla confusione e all’oscurità mentale, prima di tutto qui sulla Terra, la qual cosa avviene per Grazia della disperazione, e non abbia mai avuto un moto di commozione per un mutilato che chiede l’elemosina perché altro non può fare, senza chiedersi “e se fosse capitato a me?”, per rendersi conto di queste cose e sputarci sopra; c) lei crede che solo la Chiesa sia corrotta, quando in realtà il problema della corruzione è universale e s’infiltra in qualunque struttura umana, tanto più se permette grandi manovre sugli esseri umani. Il problema fondamentale quindi è di uomini, non di strutture, le quali possono essere usate sia nel bene sia nel male; d) lei crede che il cristianesimo si sia affermato sollevando alla rivolta tutta la peggio gentaglia contro le autorità dell’Impero romano solo per appropriarsene ed esercitare il potere sulle folle a proprio vantaggio. Una visione francamente marxista, ma al di là di questo, è che non vedo perché, allora, non dovrebbe valere anche per la romanità e qualunque altra cosa. In realtà il cristianesimo s’è affermato per due semplici ragioni, ovvero perché ha apportato le novità, rispettivamente etica e sapienziale, dell’amore e della salvezza dell’anima. Le due cose non erano contemplate nella religione classica. La prego di non credere che l’amore da me menzionato sia l’affetto che va bene più per i bimbi che per gli adulti, tanto osannato oggi, bensì la misericordia, la pena per la condizione tormentata degli altri, in cui chiunque di noi può essere catapultato perfino dalla nascita. La religione romana era ormai sfinita e si riduceva a formalismi nei confronti di divintà da acquietare e salamelecchi al divin imperatore. Come pensa che la fatale domanda sul senso dell’universo, della vita e della coscienza umana che sa di esso, possa essere risolta in questo modo? Il cristianesimo s’è affermato perché ha semplicemente avuto gioco facile, perché è affondato come una lama rovente nel burro, cosa che dovremmo aspettarci anche per la Chiesa contemporanea;

  7. Milo Dal Brollo

    e) lei crede che la Chiesa abbia compiuto per la prima volta nefandezze incredibili. Mi sembra di ricordare, invece, che le deportazioni e la riduzione in schiavitù anche di interi popoli fosse già praticata da millenni. Forse non conosce, almeno a gradi linee, le storie militari di popolazioni come Egizi, Ittiti, Assiri… oppure non sa che i Romani letteralmente spazzarono via la casta dei druidi della Gallia per ragioni politiche ma anche etiche, dal momento che praticavano i sacrifici umani, cosa vietata e vista con orripilanza a Roma? Non facciamo di tutta l’erba un fascio, cameratescamente parlando; f) lei crede che lo Stato della Chiesa abbia frazionato l’Italia in una logica di divide et impera coscientemente perseguita. Mi sembra di ricordare, invece, che nei nostri secoli abbiamo ricevuto qualche vigorosa invasione, che appunto ha frazionato l’unità politica dell’Italia con la forza delle armi… si ricorda Longobardi, Vandali, Goti di vario tipo, Arabi, Normanni, i quali costituirono ducati, sultanati e staterelli a cui la Chiesa dovette far fronte barcamenandosi sui vari fronti… non so, che avrebbe fatto lei al suo posto?
    6) Immagino che si chiederà, in ultima istanza, come mai allora esiste la sofferenza se Dio (in qualunque modo lo si intenda) è buono. Faccio l’avvocato del Diavolo. Il fatto che Dio sia buono è una stronzata assurda propagandata dagli smidollati di oggi: Dio non è buono, al massimo è misericordioso con chi s’è sinceramente pentito, ma soprattutto è giusto. E si può essere giusti pur nella condanna, non potendo che condannare pur provando pena per il condannato. Ma c’è ben di più: la sofferenza è lo strumento divino per eccellenza per tagliare la cresta a chi si sente onnipotente e per ricordare agli uomini la loro caducità. Se non ci fosse sofferenza, decadenza e morte, noi saremmo come gli Dei olimpici che niente gl’importa, e si fanno guerricciole per vanità senza mai correre ver pericolo, e restando attaccati a queste sciocchezze impedendosi di cogliere la verità(lo so che è una visione popolare e ne sono cosciente, infatti legga sotto cosa gli chiederò). Sì, perché la ricerca della Verità inizia quando sei a pezzi, quando il gioco della vita ti ha sfinito, stufato, distrutto, macerato. Allora sorge l’estrema domanda: Cos’è tutto questo? Che cosa significa? E si può pure bestemmiare per insopportazione, non è un gran problema (Gesù stesso diceva che si può bestemmiare il Padre e il Figlio, cioè lui in persona, ma non lo Spirito Santo, perché è la forza dello spirito che si risveglia in queste situazione disperate e ci da la vera forza, questa sì divina, sovrumana, non nicciana, cesaresca o superumana, di fare l’estrema domanda), tanto la Verità non s’offende.

  8. Milo Dal Brollo

    Che dire? Secondo me, lei dovrebbe torvare un vero maestro che gli insegni la vera preghiera, non le 5 Ave Maria di consolazione, invece che farsi maestro di sé stesso. La tradizione, qualunque essa sia, si pro-trae tra generazioni, non spunta fuori dal nulla.

    Inoltre vorrei tanto sapere dove ha preso l’informazione del “primo campo di concentramento cristiano” di Skytopolis in Asia Minore, di cui non ho trovato fonte alcuna se non accenni come i suoi. Oppure come fa a credere che Gesù non sia mai esistito, dal momento che c’è una qualcosa chiamata Sindone, che è stata analizzata per 3 volte con risultati stupefacenti, che non si è riusciti a riprodurre in nessun modo, e che è stata fatta inutilmente passare per un falso medievale quando le datazione a C14 erano completamente sballate causa incendio e il contraffattore avrebbe divuto conoscere il negativo della fotografia, per non subirne l’onta.

    Inoltre vorrei sapere precisamente (sottolineo) che cosa intende lei per paganesimo. Perché non l’ha mai specificato (al massimo, da copione tradizionalista, s’è dedicato a congruenze ed analogie simboliche, in cui ognuno ci può vedere di tutto, pure gli alieni). O dà per scontato tutto ciò che dice Evola, la qual cosa mi rende perplesso perché la vaga ripetizione di concetti altrui non è sinonimo della loro comprensione, oppure intende un mondo antropologico e folklorico fatto di usanze, costumanze e modi a cui lei s’è affezionato. Cosa che posso capire, visto i vili esempi correnti, ma che mi sembra un po’ poco per riscoprire le famose radici che non gelano mai: per fare civiltà e cultura ci vogliono dei fondamenti, non delle divagazioni, e lei deve vederli, assaporarli, saperli, non pensarli e ricamarci sopra, altrimenti fa romanzi fantastici. E cosa vorrebbe mai dire che la vera religione pagano-indoeuropea è razionale??? Mentre il cristianesimo è sciamanico??? Cioè, lei crede che l’orfismo sia razionale, o che la greco-romanità fosse razionale perché si era standardizzata in rituali precisissimi e complicati, o perché i pitagorici credevano “nei numeri” o i platonici “nelle idee”? Ma lei crede, per caso, che la nostra capacità di distinzione delle singolarità sia un atto razionale e controllabile invece che un mistero assoluto? Mi spieghi come, per favore.

    Sempre con rispetto parlando. Vado dritto al sodo senza convenevoli, spero che legga questa lettera senza sentirsi offeso, ma messo in gioco, quello sì.

    Per la cronaca, l’articolo l’ho letto tutto e sono un bolognese (un po’ isolato in terra rossa).

  9. Milo Dal Brollo

    Il limite per cui non si può scrivere un commento più lungo di 4.000 e qualcosa caratteri non è molto pratico; non si può eliminare?

  10. Anonymous

    Caro Dal Brollo:
    Meno male che ha esordito dicendo che non voleva dilungarsi. Io non mi offendo, e mi sento sempre rimesso in gioco.
    Le risponderò con calma, magari con un articolo apposito.
    Fabio Calabrese

  11. Milo Dal Brollo

    Bè, ho solo usato mezz’oretta durante il pranzo.

  12. Anonymous

    Io temo che a destra,si stia rinunciando a Tolkien con un pò troppa leggerezza,consegnandolo a una Sinistra che si è ben organizzata per manipolarne il pensiero,con campagne meditiche durissime(vedere gli attacchi continui a De Turris e altri,più articoli ad effetto come”le grinfie fasciste su X o su Y”etc)…Errore gravissimo a mio parere!.
    E’ vero che Tolkien fosse contro le potenze dell’Asse e il Nazismo in particolare,ma oltre che per il suo essere cattolico anche(e soprattutto)perchè era un fedele suddito britannico(e subiva le bombe tedesche,con il figlio Christopher che combatteva nell’esercito inglese).Inoltre la sua avversione al nazismo non credo fosse dovuta a questioni inerenti il Paganesimo,ma perchè ne rintracciava le origini profonde nel Socialismo,mentre Tolkien era profondamente monarchico.
    Giova ricordare però anche il profondo anticomunismo dello scrittore inglese,tanto da lasciarsi andare a commenti durissimi contro Stalin in piena seconda guerra mondiale in un momento in cui i Russi erano alleati degli inglesi.Così come l’appoggio continuo e convinto alla causa Franchista durante la guerra di Spagna(posizione quasi isolata tra gli intellettuali inglesi del periodo)…E su un altro scrittore inglese filo-franchista Roy Campbell,il buon Tolkien forgerà la figura di Aragorn…Gli Haradrim dalla pelle scura poi,mi sembrano decisamente modellati ,più che sugli italiani, sulle popolazioni arabe o mediorientali o addirittura nere(vasti deserti,olifanti,etc).Del resto sarebbe stato singolare un disprezzo per gli italiani,data la fede cattolica di Tolkien.
    Apprezzo profondamente un intellettuale di spessore come Fabio Calabrese,ma mi auguro che non contribuisca a una presa di distanze a Destra da Tolkien,perchè farebbe solo il gioco di Ming Who e company…

  13. Anonymous

    I parte – condivido gran parte di ciò che dici. ma come spesso mi accade con i tuoi articoli, ci sono delle precisazioni che ci terrei a fare.
    tolkien è un cattolico in contraddizione con sé stesso, come tu giustamente fai notare, in quanto con le sue opere riprende ampiamente una forma pensiero ancestrale, pagana. e, senza dubbio, lo fa perchè crede che molti valori ancestrali abbiano come trovato il loro corrispettivo, o la loro più autentica realizzazione, nel cristianesimo! per questo fonde insieme le due cose, materiale pagano con elementi cristiani: penso ad esempio, al concetto tutto cristiano, del ‘Maligno’, applicato a Sauron, o alla caratterizzazione quasi angelica che a volte, purtroppo, egli attribuisce agli elfi. sono d’accordo che, in linea di principio, questa fusione ‘non s’abbia da fare’.
    tuttavia – sarebbe sbagliato e sciocco sostenere che le sue opere non abbiano nulla a che fare col nostro mondo.
    ho letto tutti i suoi libri, il ‘signore degli anelli’ tre volte, e questo perchè raramente è dato di trovare opere MITOPOIETICHE e di tale assoluto valore. Quando cominciai per la prima volta il ‘signore degli anelli’ ricordo che, vista la mole, speravo di riuscire a finirlo. Quando effettivamente giunsi all’ultima pagina avevo le lacrime agli occhi, non potevo credere che tale ‘storia infinita’, che appare quasi auto-generatasi, questo universo, capace di creare, al suo interno, altri molteplici universi, fosse giunta al termine. Per questo l’ho riletto, perchè non volevo che la storia infinita finisse. il ‘signore degli anelli’ è indimenticabile, e lo è soprattutto per qualcuno che abbia la nostra sensibilità. Parla a corde antiche dell’animo occidentale, per questo affascina vecchi e giovani….è la forza del mito che riemerge potentemente. Sì, lo fa attraverso uno scrittore cattolico. Ironia della Ruota del Tempo. Vi sono momenti e situazioni, anche nei nostri tempi cupi, in cui per vie sotterranee, riaffiora un antico retaggio, al di là delle singole situazioni e delle singole persone. Esse possono esserne consapevoli come no – spesso non lo sono. Ciò nondimeno, il retaggio riaffiora. E’ la metastoria, capisci. Non fermarti ai dati fenomenici, all’esame della fede religiosa di questo scrittore o delle contraddizioni della sua personalità. Vai oltre. La storia è il ponte verso la metastoria. Io sono per l’Asse, non ci piove; Tolkien era contro? Chi se importa. ciò non sminuisce il valore mitopoietico, come ho detto, della sua opera, degna di stare a fianco degli antichi poemi.
    Non è vero che Tolkien piace nei nostri ambienti solo per motivazioni politiche legate agli anni ’70.
    Tu ricordi quando i Rohirrimi cavalcano verso Minas Tirith assediata e il loro re li esorta ‘Per il signore e per la terra!’ ? Poche volte in vita mia leggere qualcosa mi ha dato una simile scossa. Ha detto tutto. Questo è lo spirito degli antichi trasfigurato in una narrazione, per Diana! E’ solo un esempio tra i tanti: potrei ricordare il meraviglioso Barbalbero, le realistiche minacce di Saruman ‘Il vecchio mondo cadrà e tutto brucerà tra le fiamme dell’industria’. Non è forse accaduto? E il tema alchemico del viaggio iniziatico? E Frodo che riesce nell’impresa proprio perché la intraprende contro ogni logica e senza avere niente in cambio? E alla fine del Viaggio non è più lo stesso. E il viaggio che non finisce e lo conduce ancora Oltre, fino a Valinor/Isola delle Fate… Pura Tradizione….

    (segue)

  14. Anonymous

    Per tutte queste ragioni non sono d’accordo con te quando dipingi la personalità di tolkien come un quella di un potenziale idiota. Intanto perchè un idiota mai potrebbe arrivare anche solo a concepire un’opera monumentale e di straordinario valore come il ‘signore degli anelli’, figuriamoci se un idiota potrebbe concepire la creazione, addirittura!, di una lingua ex-novo. E il discorso filologico è molto importante in chiave di recupero della Tradizione (nomen omen). Ancora un altro versante su cui il lavoro di Tolkien si accosta al nostro mondo.

    Inoltre vi sono considerazioni di tolkien sulla valenza del mito che chiunque di noi potrebbe sottoscrivere: il suo amico Lewis argomenta ‘Che sono i miti? Alla fine sono solo delle belle bugie’. Tolkien fa una pausa. ‘No, non sono bugie. Guardiamo gli alberi, e li chiamiamo “alberi”, dopo di che probabilmente non pensiamo più alla parola. Chiamiamo una stella “stella”, e non ci pensiamo più. Ma bisogna ricordare che queste parole, “albero”, “stella”, erano (nella loro forma originaria) nomi dati a questi oggetti da gente con un modo di vedere diverso dal nostro. Per noi un albero è, semplicemente, un organismo vegetale, e una stella semplicemente una palla di materia inanimata che si muove lungo una rotta matematica. Ma i primi uomini che parlarono di “alberi” e di “stelle” vedevano le cose in maniera del tutto differente. Per loro, il mondo era animato da esseri mitologici. Vedevano le stelle come sfere di argento vivo, che esplodevano in una fiammata in risposta alla musica eterna. Vedevano il cielo come una tenda ingioiellata, e la terra come il ventre dal quale tutti gli esseri viventi sono venuti al mondo. Per loro, tutta la Creazione era intessuta di miti e popolata di elfi.’

    Questa è Tradizione o bigotteria cattolica?!

    Sui rimandi alla Tradizione celtica, Tolkien indubbiamente riprende molto da essa, a cominciare, dall’amore sacrale per gli alberi, alle figure degli elfi, alla figura del druido Galdalf/Merlino.
    Scrivi che egli preferiva dire di essersi ispirato al Kalevala. Posso semplificare le cose? Che importanza ha se in un dato punto della sua opera si ispira più al Mabinogion o più al Kalevala o più all’Iliade o più a Beowulf? Nessuna. Perché tutte queste fonti sono ‘tradizionali’ e tutte sono presenti nel ‘Signore degli anelli’, a volte a livello di rimando voluto e preciso, altre a livello di leit-motiv, di citazione implicita, o di influsso sotterraneo. E non solo perché lui aveva studiato tutte questi materiali, ma perché, come ho detto, l’eredità tradizionale riaffiora, come un fiume carsico, anche al di là della consapevolezza che la persona può averne. Il ‘signore degli anelli’ non può essere sminuito come l’opera di un cattolico bigotto. Passa sopra alle infiltrazioni cristiane, ignora i riferimenti al Maligno, se ti da fastidio fa finta di non vedere gli Haradrim …che m’importa se Tolkien davvero li intedeva come terroni? In questo caso peggio per lui e fine del discorso, io non sono e non mi sento terrona quindi non è un problema per me, intanto ‘aiutanti’ del principio negativo/Kali Yuga (io Sauron lo interpreto così, come il Nulla che fagocita ogni cosa) ci sono sempre stati e ci saranno sempre, a Sud, come a nord, a est e a ovest. Non è importante, sono dettagli, guardiamo la sostanza. A volte la valenza di un’opera oltrepassa quella della singola persona.
    Tolkien è, come dici giustamente, un ‘pagano suo malgrado’. E menomale che questa coincidenza di destini si è verificata: forse certe forze del mondo antico hanno preso a prestito la sua penna per avere l’opportunità di rivivere, anche nella cultura dei videogiochi. Il Sogno non tramonterà.

    Cordiali saluti. Pubblicatelo per favore… grazie tante!

  15. Anonymous

    (segue)
    ps circa la caratterizzazione delle figure femminili nel film di Jackson condivido che Arwen sia stata un po’ storpiata e che alla sua storia con Aragorn sia stata attribuita un’importanza eccessiva, unicamente per rendere la storia più allettante per lo spettore del XXI secolo.

    per quanto riguarda la donna e l’atto del combattere, invece, c’è da discutere. nelle società tradizionali è vero che erano soprattutto gli uomini a combattere, ma in certe circostanze anche gli uomini hanno conciato pelli, per esempio, e le donne combattuto. Ce la ricordiamo la regina Budicca? Del resto, ogni persona che si riconosca nella Tradizione, uomo o donna, giovane o vecchio, ricco o povero, è l’artefice del suo destino e della sua Via verso l’Assoluto. Voglio dire, lasciamo che sia ciascun Individuo a dire che cosa è specifico o no del suo modo d’essere. Il combattere è innanzitutto un moto dello spirito.

    coi migliori saluti.

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