Ereticamente intervista il prof. Alberto B. Mariantoni

Alberto Bernardino Mariantoni è nato a Rieti, il 7 Febbraio del 1947. E’ laureato in Scienze Politiche e specializzato in Economia Politica, Islamologia e Religioni del Vicino Oriente. E’ ugualmente Master in Vicino e Medio Oriente. Politologo, scrittore e giornalista, è stato per più di vent’anni Corrispondente permanente presso le Nazioni Unite di Ginevra e per circa quindici anni sul tamburino di «Panorama». Ha collaborato con le più conosciute e prestigiose testate nazionali ed internazionali, come «Le Journal de Genève», «Radio Vaticana», «Avvenire», «Le Point», «Le Figaro», «Cambio 16», «Diario de Lisboa», «Caderno do Terceiro Mundo», «Europeu», «Evénements», «Der Spiegel», «Stern», «Die Zeit», «Berner Zeitung», «Il Giornale del Popolo», «Gazzetta Ticinese», «24Heures», «Le Matin», «Al-Sha’ab», «Al-Mukhif Al-Arabi», nonché «Antenne2», «Télévision Suisse Romande», «Televisione Svizzera Italiana», «Rinascita», «Nuovo Imperium», «Eurasia», etc. E’ esperto di politica estera e di relazioni internazionali, con particolare riferimento ai Paesi arabi e musulmani e dell’Africa centrale ed occidentale. Ha al suo attivo decine e decine di inchieste e di reportages in zone di guerra e di conflitti politici.

E’ autore di oltre trecento interviste ai protagonisti politici ed istituzionali dei Paesi del Terzo Mondo e della vita politica internazionale. Ha insegnato presso la Scuola di Formazione continua dei giornalisti di Losanna. E’ stato Professore invitato presso numerose Università Europee e Vicino-Orientali. Ha scritto: «Gli occhi bendati sul Golfo» (ed. Jaca Book, Milano 1991); «Le non-dit du conflit israélo-arabe» (ed. Pygmalion, Paris, 1992); con AA.VV., «Una Patria, una Nazione, un Popolo» (Herald Editore, Roma 2011); «Le storture del male assoluto» (Herald Editore, Roma, 2011). Dal 1994 al 2004, è stato Presidente della Camera di Commercio Italo-Palestinese. Nel 2009-2010, ha collaborato, come docente, con lo I.E.M.A.S.V.O – Istituto ‘Enrico Mattei’ di Alti Studi sul Vicino e Medio Oriente di Roma. Per maggiori informazioni, vedere: http://abmariantoni.altervista.org/http://abmariantoni.altervista.org/foto.htm
D. Dal 2008, il Mondo sta vivendo una crisi economica e finanziaria generalizzata senza precedenti. Per certi esperti, si tratterebbe di una crisi sistemica; per altri, invece, si tratterebbe di una semplice crisi ciclica del Capitalismo imperante. Qual è il suo punto di vista, in proposito? 
R. Più che parlare di “Mondo”, io parlerei piuttosto di una crisi che stanno vivendo un certo numero di Paesi dello “spazio economico” che include l’Italia e l’Europa, ed ugualmente gli USA ed il Giappone. Poi, per quanto riguarda la natura e la sostanzialità della crisi che stiamo subendo dal 2008 – conoscendo il modo di essere, di esistere e di agire che è insito nell’ “ideale” capitalista, nonché le finalità che ordinariamente persegue – posso senz’altro confermarle che, in tutti i casi, non si tratta affatto di una crisi di tipo straordinario. Ma di un’usuale situazione che rientra nella abituale logica, nell’ordinaria prassi e nel ricorrente funzionamento del Capitalismo medesimo. Un modo di “fare economia”, cioè, che prende origine da quella piccola ed apparentemente innocua idea malsana che è conosciuta, nel Mondo, con il nome di ideologia liberal-liberista (per maggiori dettagli, vedere: http://www.abmariantoni.altervista.org/economia/Liberismo_e_stupidita.pdf). Poiché, quando si parla di Capitalismo liberal-liberista, di ideologia si tratta, e non di economia! Ovviamente, nel corso di questa conversazione, avrò modo, diverse volte, di ritornare su questo argomento ma, per il momento, mi permetta di aprire una breve parentesi, per dare la possibilità al lettore di inquadrare il significato ed il senso di quella che solitamente chiamiamo “economia” (dal greco oikonomia  oikos = casa e nomos = amministrazione l’economia è soprattutto l’arte del ben gestire o del ben amministrare ciò di cui si dispone). Mi spiego. Quando molti anni fa iniziai a studiare l’Economia politica, il mio docente di allora, il prof. François Schaller dell’Università di Losanna, nella sua prima lezione di corso, ci indicò, tra le altre, due “chiavi di lettura” di questa materia. Dei parametri che personalmente ritengo siano fondamentali ed indispensabili, per dare modo a chiunque di individuare, circoscrivere, focalizzare e capire, una volta per tutte, il significato ed il senso dell’economia. La prima “chiave” che egli ci suggerì – e che sono felice, oggi, di condividere con il lettore – è la seguente: Nessuno guadagna, ciò che un altro non perde”. La seconda – che ovviamente è complementare ed integrativa della prima – è questa: La ricchezza non è un elastico. O ce l’ho io, o ce l’avete voi, o ce ne abbiamo un pezzetto ciascuno”. Una volta compresi questi principi di base, si capisce immediatamente che l’economia, intesa in senso capitalista – qualunque altra cosa vi possano continuare a raccontare sull’argomento, celebri o illustri  personaggi, da qualsiasi autorevole tribuna o da cattedre prestigiose – è sempre e comunque un’ideologia. E’ un credo, insomma, una fede, un convincimento filosofico o dottrinale che – dopo avere fissato il suo“ schema” soggettivo ed arbitrario, assoluto ed indiscutibile tende invariabilmente ad incitare i suoi discepoli a tentare, con qualsiasi mezzo ed espediente, di manipolare e/o di violentare la realtà, per cercare di poterla fare “combaciare” con i termini teorici ed astratti della sua preventiva e preconcetta costruzione intellettuale. L’estrema pericolosità e nocività di questa ideologia per la società umana, risiede, in modo particolare, nella sua prassi quotidiana. Una prassi che, se volessimo riassumerla in un solo concetto, altro non è – parafrasando Karl Philip Gottfried (ou Gottlieb) von Clausewitz (1780-1831), nella sua opera, “Vom Kriege” o “Della Guerra” – che il semplice prolungamento della guerra con altri mezzi”. Per giunta, con l’ignobile e vomitevole aggravante che il tipo di guerra che essa stessa preconizza e tende sistematicamente a privilegiare, è – parafrasando, in questo caso, Thomas Hobbes (1588-1679), nel suo “Leviathan”la guerra di tutti contro tutti”! Va da sé, dunque, che per i  più convinti seguaci o adepti del liberal-liberismo, i Popoli-Nazione e gli Stati – con la loro identità, indipendenza e sovranità – rappresentino il principale ostacolo che deve essere assolutamente rimosso ed eliminato sulla strada della loro ossessiva e maladiva ricerca del profitto per il profitto. Un’ultima precisazione. Come tutte le visioni ideologiche della vita e della Storia, l’ideologia liberal-liberista o “libero-scambista” che dir si voglia – nonostante sia stata più volte smentita e screditata (nel 1890; nel 1915; nel 1930) dal confronto che ogni volta ha avuto modo di avere con la realtà – possiede la particolarità di non accettare mai le sconfitte che subisce e di insistere caparbiamente nell’errore iniziale (errare humanum est, perseverare autem diabolicum…), in quanto – oltre a considerarsi l’unica portatrice della “verità” assoluta ed indiscutibile – tende ordinariamente a percepire il reale che ci contorna e ci ingloba, attraverso gli “occhiali deformanti” della sua “fede” e dei suoi dogmi, nonché illogicamente a pretendere che sia la realtà che debba inevitabilmente adattarsi ai suoi schemi preconcetti, e non l’inverso.  
D. E nel frattempo, continua a fare danni… Come mai, però, ogni volta, riesce comunque a rinascere dalle sue ceneri ed a ritornare in auge, come se fosse l’ultimo grido delle novità economiche? 
R.  Vede, senza dovere necessariamente rifare l’intera storia di quell’ideologia, diciamo, per riassumere, che l’ultima versione dell’idea malsana di cui stiamo parlando, è di nuovo riuscita a risorgere dalle sue ceneri – non perché nel Mondo, in qualche modo, se ne fosse economicamente sentito il bisogno, ma soltanto – grazie a tre situazioni storiche che l’hanno direttamente favorita e che nulla hanno a che vedere con l’economia: 1. la vittoria militare delle Potenze plutocratiche e reazionarie dell’Occidente nella Seconda guerra mondiale (guerra che esse stesse – come quella del 1914-1918 – avevano studiatamente ed interessatamente fomentato e scatenato); 2. il monopolio dell’informazione che gli USA sono riusciti ad imporre all’intero Pianeta, ed attraverso il quale, a partire dagli anni 1950/1960, hanno potuto facilmente ed interessatamente ricominciare a diffondere, come se nulla fosse accaduto prima, le “nuove” teorie liberiste della “scuola di Chicago” (Milton Friedmann, Feldstein, Moore, etc.), della “scuola della Virginia” (G. Tullock, Rothbard, David Friedman, etc.), nonché le “idee”, in proposito, di Friedrich August Von Hayek, James Buchanan, R.E. Lucas, J. Sargent, J.F. Muth, N. Wallace, etc.; 3. la caduta del “muro di Berlino” (9 Novembre 1989) ed il crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), nel 1992, che hanno inaspettatamente permesso agli Stati Uniti di ergersi ad unica Potenza militare planetaria, nel contesto di un Mondo unipolare.. E’ soltanto dall’inizio degli anni 1990, infatti, che il liberal-liberismo, dopo tutti i danni che già aveva provocato in passato, da semplice ed indimostrabile teoria ideologica quale è sempre stata, ha rincominciato a ritornare in auge e ad essere dogmaticamente imposto all’insieme dei Paesi del mondo come la sola “verità” economica assoluta ed indiscutibile, grazie soprattutto al concorso ed alla complicità volontaria ed interessata dei maggiordomi prezzolati, corrotti ed inamovibili della classe politica delle nostre Nazioni. Nella sua ultima versione, il liberal-liberismo è riuscito addirittura, con l’ausilio di tecniche imbonitrici molto più raffinate delle precedenti, ad “ipnotizzare” letteralmente la maggioranza delle élites dei nostri Paesi. Le quali, a loro volta, in completa contraddizione in termini con la realtà, sono riuscite a far credere all’uomo della strada che sia possibile e realizzabile una crescita economica infinita, all’interno di mondo finito quale è il nostro Globo terrestre. E per meglio riuscire a farlo credere (ai gonzi…), i principali settatori di questa ideologia si sono fortemente adoperati, attraverso una presunta ed elucubrata  “ingegneria finanziaria”, ad elaborarci una vera e propria “economia virtuale” o “derivata”: cioè, che deriva da quella reale, ma che non ha nessuna attinenza o correlazione con la prima, se non per danneggiarla, deteriorarla o affossarla. La danneggia, la deteriora e l’affossa, in quanto se l’investimento speculativo riesce a far credere di poter produrre maggiore profitto di qualunque altro investimento produttivo, nessuno sarà più invogliato a mettere un centesimo nell’economia reale, con le inevitabili e catastrofiche conseguenze che ci è dato di verificare e di subire nella vita di tutti i giorni. “L’economia virtuale”, inoltre, tendendo a creare della ricchezza virtuale”, produce inevitabilmente, a sua volta, delle “bolle finanziariereali che – non solo scombinano e neutralizzano l’economia reale, ma quando “esplodono” – producono, nei confronti di quest’ultima e dell’ordinaria vita dei cittadini, soltanto crisi e recessione, a ripetizione. E’ ciò che io chiamo una delle truffe più flagranti e scandalose del nostro tempo. Non è vero, infatti, che le crisi e le successive recessioni che i diversi Paesi del mondo subiscono ciclicamente da più di due secoli, siano degli “incidenti di percorso”, per giunta imprevisti o semplicemente provocati dalla cosiddetta speculazione finanziaria internazionale (come se quest’ultima fosse un “marziano” che, di tanto in tanto, scenderebbe sulla Terra, giusto per romperci le “uova” nel paniere!), ma l’ordinario, previsto ed indispensabile itinerario che il Capitalismo economico e finanziario, di stampo liberal-liberista, è obbligato incessantemente a percorrere, per tentare, ogni volta, di riuscire a mantenere i suoi abituali livelli di profitto e, se l’occasione si presenta, ad aumentarli in maniera esponenziale. In altre parole, quando uno spazio economico di produzione e di sfruttamento incomincia a saturarsi, i “gentlemen” di cui sopra, spostano altrove le loro “biglie” ed iniziano a mettere in aperta e sleale concorrenza il nuovo spazio economico con il precedente. E’ ciò che volgarmente chiamiamo la globalizzazione, le delocalizzazioni, i movimenti di capitali selvaggi da una borsa all’altra, etc. Come ho cercato di spiegare più volte nel corso dei miei interventi su questo argomento, il Capitalismo liberal-liberista agisce nei confronti dei diversi Spazi economici del mondo, come l’andirivieni inarrestabile ed incessante delle maree: vale a dire, ruba qui e porta lì; poi, ruba lì e porta qui; dopo ancora, ruba di nuovo qui e porta di nuovo altrove; etc. All’infinito! 
D. Ma allora, in definitiva, tutte le chiacchiere che ogni giorno ci propinano sulla crisi generalizzata che staremmo vivendo e che rischia di trascinarci tutti nel baratro, con i  vari corollari del possibile default dei nostri Stati e delle nostre banche, nonché degli inevitabili sacrifici che dobbiamo assolutamente fare per uscirne, sono tutte balle?  
R. Certo che sono balle! E’ la classica, proverbiale e farsesca rappresentazione da “Circo Togni”… Un circo dove le fandonie in questione sono quotidianamente recitate a soggetto e con il massimo “impegno professionale” da quei pagliacci della nostra casta politica-politicante che, al Governo, come all’opposizione, per meglio riempirsi le tasche a livello personale, continuano a gestire il Paese, per conto terzi (banche + finanza internazionale), nonché a danno e pregiudizio dei cittadini che pretendono rappresentare e tutelare. Quelle balle, come l’avrà senz’altro intuito, servono unicamente per stressarci, demoralizzarci, dividerci e disorientarci. Servono a distoglierci dalle reali intenzioni del liberal-liberismo e dalle effettive problematiche del Paese e, quindi, a farci volontariamente o obtorto collo trangugiare la “pillola” della recessione manovrata, per dosi omeopatiche successive e sempre più intense, per impedirci di potere immediatamente, collettivamente e violentemente reagire. Questo, fino ad estenuarci, convincerci a cedere per gradi e farci accettare, alla fine del “tunnel”, come male minore, i medesimi standard di vita che esistevano in Cina o nell’India, fino a qualche anno fa. Quando saranno riusciti a persuaderci che, per sopravvivere, dovremo necessariamente eguagliare quei livelli di vita (cioè, per fare un esempio, 18 o 20 dollari mese per il salario medio, e 100 o 150 dollari, per i tecnici specializzati o i quadri burocratici ed amministrativi), i “signori” di cui sopra rimetteranno in moto la loro furbesca e truffaldina “macchina” sfrutta-popoli e tenteranno di fare con la Cina e l’India ciò che, oggi, stanno facendo con l’Europa e, con minore accanimento e veemenza, nei confronti degli Stati Uniti, del Giappone e di alcuni Paesi del Sud-Est asiatico. Tenteranno, cioè, di rubare di nuovo lì, per riportare i loro investimenti in Occidente. Questo, ovviamente, è uno dei metodi, che i suddetti delinquenti in camicia e cravatta utilizzano per cercare di mantenere o di aumentare i loro profitti e, dunque, riuscire a prolungare sine die il loro potere di sfuttamento, di usura e di estorsione sul Mondo. L’altro metodo (quasi sempre complementare al primo) essendo quello di applicarsi – direttamente o indirettamente – a scatenare guerre o disordini generalizzati, ufficialmente incontrollabili, in tutti quei Paesi dove essi stessi – non soltanto sono in grado di far perdurare quelle situazioni d’eccezione per tempi lunghissimi (Viet-Nam, Afghanistan docent!), ma dove ugualmente – possono gratuitamente ed impunemente (in nome dei “principi” e della “morale”, dei “diritti dell’uomo” e della “democrazia”… e con la scusa di indispensabili ed improrogabili “cambiamenti” di regime) mettere le loro sporche mani, grondandi di sangue e di rapina, sulle specifiche risorse di Paesi produttori di petrolio, come l’Iraq o la Libia e, domani, quasi sicuramente della Siria e dell’Iran.  
D. Sulle reiterate “fregature” che il liberal-liberismo ci starebbe attualmente dando, ci potrebbe fornire qualche prova tangibile?? 
R. Certamente! Prendiamo tra le infinite prove disponibili, quelle più lampanti ed immediatamente comprensibili. Il 13 Ottobre scorso, il Presidente Napolitano, a Genova, dichiarava: “L’Italia deve investire in politica industriale”. Ora, pur ammettendo, per pura ipotesi, che l’Italia lo possa veramente fare, la nostra Industria come potrebbe davvero riuscire a rendere i suoi prodotti concorrenziali, rispetto a quelli, di simile qualità, che provengono dalla Cina, dall’India o dalla Turchia, dove i costi fissi e variabili delle imprese di quei Paesi – che incidono considerevolmente sul prezzo finale di vendita – sono, come minimo, inferiori di almeno i due terzi, nel confronto con i nostri? Vede, se io le dicessi che si può tranquillamente comparare un cavallo con un cavolo, oppure un traliccio della luce con un piatto di pasta, o ancora un cappello di paglia con un aratro, lei che cosa mi risponderebbe? Mi risponderebbe che – se non sto scherzando – sono sicuramente un pazzo, un bugiardo o un volgare impostore. Come mai, però, quando il personaggio di cui sopra, per far “contenti” (e coglionati…) gli operai genovesi lascia intendere loro che farà tutto il suo possibile per facilitare il “rilancio dell’industria italiana” (omettendo ovviamente di precisare loro che – per scelta politica, per convinzione personale e per lo stesso ruolo istituzionale che ha accettato di svolgere – è senz’altro favorevole alla globalizazione ed al mantenimento dei “vantaggi economici” del libero scambio tra Paesi di diverso tenore di vita e differente regolamentazione giuridica e sociale), nessuno si accorge della truffa che si cela dietro a quelle parole? L’economia, vede, come la vita di tutti i giorni, insegna che si possono comparare soltanto le cose comparabili. A maggior ragione i Paesi. E quando non se ne tiene conto (o si fa finta di non saperlo!), è assolutamente prevedibile ed inevitabile che – nel contesto di un qualsiasi libero mercato tra spazi economici disugualii prezzi tendano ad allinearsi su quelli più alti, ed i salari su quelli più bassi! Come potrebbe essere possibile, infatti, riuscire, da un lato, a rilanciare la nostra industria nazionale e, dall’altro, pretendere di dovere continuare a metterla in concorrenza, con la produzione di Paesi dove il salario medio dell’operaio-schiavo, come abbiamo visto, non supera i 18/20 dollari al mese, e dove non esiste per giunta nessuna protezione giuridica, sindacale, ospedaliera, infortunistica e sociale per i lavoratori? E questo, senza dovere correre il rischio di privilegiare apertamente, nello scambio, i suddetti Paesi produttori e penalizzare pesantemente ed ingiustamente i nostri? Prendiamo un altro argomento. In Italia, diverse forze economiche e sindacali ci dicono: Rilanciamo l’industria dell’automobile”… Ammettiamo, sempre per ipotesi, che lo si possa realmente fare. Magari, soltanto per il nostro mercato nazionale. E per facilitare quel “rilancio” – invece di far pagare quelle automobili, magari a prezzi bassissimi – si riuscisse addirittura a regalare un milione di vetture (tanto per cominciare…) ai primi Italiani che le reclameranno. A quel punto, dove le parcheggeremmo? E come potremmo riuscire ancora a circolare sulle nostre strade, visto che già, all’ora attuale, non riusciamo più a farlo? Cerchiamo di analizzare, ora, altre prove. Per rendersi conto della non volontà del Sistema di impegnarsi seriamente a risolvere i problemi che angosciano insopportabilmente la nostra Nazione, pensiamo, per averne un esempio, alla vergognosa e cialtronesca classe politica italiana (di qualsiasi tendenza politica, al governo, come all’opposizione) che da nota e prezzolata imbonitrice del “popolo sovrano” – benché sappia perfettamente che non può e non deve fare nulla, per evitarci la recessione – si permette quotidianamente il lusso di venire a fare la “passerella” in televisione ed a prenderci letteralmente per i fondelli, raccontandoci compitamente che per sormontare la crisi e rilanciare la nostra economia “bisognerebbe fare questo”, “bisognerebbe fare quest’altro”, “bisognerebbe fare quell’altro”, bisognerebbe, bisognerebbe, bisognerebbe… Ma dico, come mai nessun giornalista di regime – che ordinariamente assiste, in TV, a quelle loro farsesche rappresentazioni, non si accorge di quella loro flagrante presa in giro dei telespettatori e, magari, ha il coraggio di dire loro: ma brutti mascalzoni incalliti e patentati che non siete altro, chi, dunque, lo dovrebbe fare ciò che affermate che dovrebbe essere fatto, visto che voi e soltanto voi, e non certo “altri”, siete stati votati ed eletti per andarlo effettivamente a fare? Prendiamo un altro argomento…  Ultimamente, la BCE da ordinato al Governo italiano, ovviamente con una lettera raccomandata e confidenziale in inglese! (http://www.voltairenet.org/Letter-of-the-European-Central) – qui di seguito, la traduzione in italiano (http://www.corriere.it/economia/11_settembre_29/trichet_draghi_italiano_405e2be2-ea59-11e0-ae06 4da866778017.shtml?fr=correlati) – di anticipare il pareggio di bilancio dello Stato; di abolire le Province; di decurtare i salari dei dipendenti pubblici; di alzare l’età di pensionabilità per i cittadini; di vendere gli immobili e le proprietà demaniali dello Stato, nonché le partecipazioni azionarie che quest’ultimo possiede in diverse imprese italiane; di privatizzare le aziende municipalizzate; di praticare ulteriori tagli alle spese pubbliche (difesa, interni, ricerca, scuola, sanità, enti locali, etc.); di privatizzare ciò che ancora resta dell’industria strategica nazionale. Inoltre, in aggiunta a quanto sopra, il Sig. Mario Draghi, nella sua ultima conferenza stampa come Governatore della Banca d’Italia (prima di assumere la carica di prossimo Governatore della BCE) ha addirittura “consigliato” al Governo italiano, di reintrodurre l’ICI sulla prima casa. Allo stesso tempo, però, la medesima BCE – che da un lato ci obbliga a fare degli immensi sacrifici, dall’altro – ha l’incredibile faccia tosta di annunciare, con tanto di strombazzamento mediatico, un piano di stanziamento di circa 300 o 400 miliardi di euro (o di carta straccia?) per ricapitalizzare le banche (al momento, 3 banche europee su 4 necessiterebbero di essere ricapitalizzate!), nonché qualcosa come 2.000 o 3.000 miliardi di euro, per costituire un “fondo salva Stati” ed evitare il loro eventuale default. Ma come, mi chiedo io, in Italia ed in Europa, gli Stati e le banche affermano di non avre più un becco di un quattrino per sostenere le imprese o la povera gente che non arriva più nemmeno al 15 del mese per tentare di sbarcare il suo lunario, e la BCE, che è una banca privata come le altre, disporrebbe di tutti quei miliardi, per riuscire a salvare gli Stati e le altre banche? Ma per favore! Vede, Sig. Lamonica – a parte il fatto che non si sa dove la BCE potrebbe prendere quei soldi e, soprattutto, chi sarà realmente costretto a finanziarli e sborsarli – l’economia, non è la fantascienza. Due più due, in economia (quella reale, ovviamente!), fanno, e faranno sempre, quattro. E questo, nonostante i bei “racconti” che ognuno continua a declamarci sull’argomento! Ora, se io le dicessi che è economicamente possibile avere la botte piena, la moglie ubriaca ed i soldi del vino e della botte in banca, con l’aggiunta pure di qualche spicciolo in tasca per andare al cinema o al bar, lei che cosa mi risponderebbe? Senz’ombra di dubbio, mi risponderebbe – come sopra – che, se non sto raccontandole una barzelletta, ho delle forti possibilità di essere un matto o un imbroglione. Ed avrebbe ragione di farlo, in quanto, con il semplice buonsenso e senza bisogno di essere laureati in economia presso la Harvard University, ognuno capirebbe che sono delle procedure che per forza di cose, in economia, tendono inevitabilmente ad escludersi a vicenda. In altre parole, o ho la botte piena, o ho la moglie ubriaca, o ho i soldi del vino e della botte in banca, con magari qualche spicciolo in tasca per i miei svaghi o divertimenti. Come mai, allora, quando, da un lato, ci obbligano a decurtare le spese, i salari, le pensioni, ridurre i dipendenti pubblici, licenziare il personale delle aziende, etc.; e simultaneamente, dall’altro, ci impongono di fare dei “piani di rilancio dell’economia”, nessuno si accorge della truffa che si cela dietro quelle frottole? Come potrebbe essere possibile, infatti, rilanciare il processo produttivo di una Nazione, se la maggior parte dei suoi cittadini-consumatori non sono più in grado di disporre nemmeno del minimo vitale per continuare a viveve e, quindi, favorire direttamente o indirettamente quel “rilancio”, con il loro consumo, la produzione industriale ed allo stesso tempo, per potersi assicurare un qualsiasi lavoro? E gli Stati, come potrebbero mettere in piedi degli effettivi e concreti piani di rilancio dell’economia, senza aumentare ulteriormente il debito pubblico (o accrescere le tasse!), quando ognuno sa benissimo che questi ultimi per potere svolgere i loro compiti istituzionali o finanziare la spesa pubblica, sono costretti – emettendo BOT o CCT (che altro non sono che dei “pagherò”, con tanto di interessi da saldare alla scadenza!) – a chiedere quotidianamente in prestito dei soldi da banche private (la Banca d’Italia e la BCE questo sono!) o, ancora peggio, sul “mercato libero dei capitali”, provocando così un inestinguibile debito pubblico che è regolarmente “trasferito” sulle spalle del contribuente che, come sappiamo, è già super-oberato di innumerevoli e gravose tasse? Tasse e sacrifici che non servono affatto a cercare di estinguere gli iperbolici montanti del debito interno che ogni giorno che passa diventano più astronomici ed esponenziali, ma semplicemente – per permettere agli Stati di poterci puntualmente pagare gli ordinari interessi sul debito, agli usurai di cui sopra! E se anche gli Stati, come ci “consiglia” la BCE, riuscissero – vendendo l’insieme dei “gioielli di famiglia” industriali e demaniali che posseggono (dopo cosa venderanno?) – ad azzerare momentaneamente il loro debito pubblico, come potrebbero simultaneamente continuare a finanziare, a partire dal giorno dopo, il loro abituale funzionamento e la spesa pubblica, nonché rilanciare la “macchina” economica e produttiva dei loro Paesi, senza dovere essere obbligati ad indebitarsi di nuovo con i “soliti noti”? Nessuno lo sa: misteri della “fede” liberal-liberista… Ecco perché l’ora mi sembra venuta, per i cittadini italiani ed europei, di fare seriamente il punto della situazione e di porsi calmamente queste domande: che vogliamo fare, ci teniamo il Capitalismo liberal-liberista così com’è, con la sua continua e costante sequela di “maree” di rapina, e – smettendola una buona volta di lamentarci e piangerci vicendevolmente addosso – ci mettiamo tranquillamente l’animo in pace, nella speranza che, un giorno, certi delinquenti, con l’intervento di qualche “miracolo”, possano diventare, magari dei filantropi? Oppure, proviamo, tutti assieme, a cercare di liberarci – costi quello che costi – sia da quel mostro abominevole che ci sfrutta, ci taglieggia e ci opprime ad ogni pie’ sospinto, che dai noti e bene identificati favoreggiatori e manutengoli della casta politica dei nostri Paesi che gli facilitano quotidianamente le imprese, per cercare collegialmente di ricreare – in piena libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità – le condizioni naturali di una società civile e politica a misura umana? Ai cittadini d’Italia e d’Europa, la risposta! 
D. Secondo lei, per potere permettere ai cittadini italiani ed europei di rispondere adeguatamente alla prepotente e strafottente tirannia del liberal-liberismo ed alle sue infinite e reiterate rapine, il Marxismo potrebbe ancora essere l’antidoto o l’eventuale contrappeso? 
R. Molto spesso, quando si parla di Marxismo, buona parte dell’opinione pubblica dei nostri Paesi è portata a credere che si tratti di un’ideologia anti-capitalista. Invece, come ebbe giustamente ad affermare, già nel suo tempo, il sindacalista Angiolo Oliviero Olivetti (1874-1931), “il marxismo, in un certo senso, appare come la negazione del liberalismo, ma è una negazione di pura dialettica. In realtà, l’uno completa l’altro ed, a guardarli da vicino, il liberalismo ed il marxismo sono le due facce di un stesso sistema, la faccia concava e la faccia convessa, l’azione e la reazione, entrambe contenute nel cerchio limitato di un identico sistema di forze” (Annuaire 1928, n. 1, Social Editions, Bruxelles, 1928, pag. 96). Purtroppo, come lei ben sa, l’uomo della strada ha la memoria corta. E sarebbe inutile cercare di rammentargli che il Marxismo ma ugualmente i medesimi Marx e Engels (già nella loro opera, “l’Ideologia tedesca”), Lenin (Vladimir Ilitch Oulianov), Trotzkij (Lev Davidovic Braunstein), Antonio Gramsci (in particolare, nel fascicolo 22, V, del 1934, dei suoi “Quaderni del carcere”), Palmiro Togliatti (nei suoi discorsi da radio Mosca), Elio Vittorini (nell’Antologia Americana), etc. (per saperne di più su questo argomento, vedere: http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=2&id_news=82) – non è mai stato anti-capitalista, nel senso che oggi lo intendiamo o potremmo concepirlo. Anzi, si può tranquillamente affermare, senza tema di essere smentiti, che il Marxismo è sempre stato intrinsecamente ammirativo ed elogiativo del sistema di produzione capitalista. In particolare, per le tecniche socio-industriali messe in atto negli USA dal taylorismo e dal fordismo. Per poterlo scoprire e rendersene conto, è sufficiente riferirsi alle ricerche dello storico statunitense Thomas P. Hughes. Quest’ultimo, infatti – nel suo American Genesis: A Century of Invention and Technological Enthusiasm 1870-1970,  2nd ed., The University of Chicago Press, Chicago, 2004 – fornisce al lettore numerosi e sbalorditivi dettagli sull’ampio ed entusiasta connubio che si era stabilito, negli anni 1920/1930, tra l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) ed alcuni settori del Capitalismo Yankee. In quello stesso periodo, infatti, lo stesso Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili) non esitò affatto ad invitare a Mosca, a spese dei Soviet, una serie di esperti americani per fare istruire le maestranze del suo Paese alla tecnica delle catene di montaggio, nonché commissionare direttamente ad alcune imprese statunitensi, una larga parte delle strutture industriali e delle infrastrutture civili dell’allora URSS. Ovviamente, se questo banale esempio non bastasse per illustrare la naturale affinità che è sempre esistita tra Marxismo e Capitalismo, è sufficiente riferirsi alla Cina comunista di oggi: il primo e più sfrenato Paese liberal-liberista del nostro Pianeta, con la bandiera rossa comunista ben piantata a piazza Tien’anmen, a Pechino!  
D. Come mai? E come spiega quella contraddizione in termini di quell’ideologia? 
R. Vede, chi ha avuto modo di approfondire l’opera marxiana, sa perfettamente che il buon Karl Marx non era affatto un economista, ma un eccellente e validissimo sociologo. Un intellettuale, cioè, che ha effettuato una magistrale e dettagliata analisi della società del suo tempo e, a mio giudizio, una superba ed ineguagliabile descrizione dei meccanismi economici e dei fenomeni sociologici che tendevano a contraddistinguerla. Semplifico… ma Karl Marx, da buon sociologo – non possedendo una sua specifica formazione in economia, né una sua particolare sensibilità o intuizione in quella materia – non poteva e non avrebbe potuto, in nessun caso, rimettere completamente in discussione i sistemi economici della sua epoca storica, né tanto meno riuscire ad “inventarne” uno di sana pianta. Allora che ha fatto, il nostro Marx? Ha semplicemente preso per buone le “idee economiche” che, prima di lui, avevano già teorizzato, sia Adam Smith (da cui, addirittura, riprenderà integralmente la teoria del “valore lavoro”…) che David Ricardo. Per capire quello che sto affermando, poniamoci queste domande: nell’insieme dei suoi scritti, Karl Marx ha mai rimesso realmente in discussione il sistema di produzione capitalista? Ha mai contestato i tre fattori della produzione che, secondo i liberal-liberisti (e parimenti per i marxisti, anche oggi!), sono – ed ancora continuano ad essere… (purtroppo!) – il capitale, la tecnologia ed il lavoro umano? (Roba da pazzi: come se l’essere umano potesse, in qualche modo, essere paragonato ad un “tornio” o ad un “cassetto di soldi”!). Ha mai dichiarato, ad esempio, che il Lavoro è uguale al Capitale? Ha mai reclamato che le maestranze potessero ottenere – oltre che la loro partecipazione nei consigli d’amministrazione – la ripartizione degli utili netti all’interno delle imprese in cui lavorano? Ha mai preteso che l’essere umano – da semplice oggetto o “forza lavoro” – fosse considerato, non solo il soggetto di quella produzione, ma ugualmente lo scopo principale ed il fine logico dell’economia? A me non è sembrato… Anzi – come ebbe a confermare, a più riprese, il suo fedele compagno Friedrich Engels – si può tranquillamente affermare che Marx, intimamente convinto del ben fondato economico del sistema di produzione capitalista ed, allo stesso tempo, disgustato e preoccupato per le ingiustizie ed i drammi umani e sociali che quest’ultimo continuava a generare, da buonumanista” quale egli era (non dimentichiamo, infatti, le sue intense ed approfondite letture di Democrito, Epicuro, Spinoza ed Aristotele, nonché la sua intima ammirazione/disapprovazione per Hegel e la sua malcelata affinità con le idee di fondo di Feuerbach!), pensò bene di salvare capra e cavoli”, limitandosi esclusivamente a reclamare – non la fine del Capitalismo, ma – la semplice abolizione della proprietà privata dei suoi mezzi di produzione. Ecco, dunque, in qualche riga, la grandissima”, “pericolosissima e strabiliante idearivoluzionaria” (insieme con la dittatura del proletariato…) che continua ad emanare dalle sconfinate pagine della monumentale opera marxiana! Per buttarla sur ridere, potremmo dire che il buon Marx, dopo essersi follemente innamorato del “capitalismo”, ed avendo constatato che quel suo “amore” sotto sotto gli metteva le corna (cioè, creava drammi umani ed ingiustizia sociale), non trovò altro metodo – per cercare di “calmarlo” e ridurlo alla “ragione”, nonché poterselo comunque tenere ben stretto sul cuore – che quello di amputarsi volontariamente il “pisello” (vale a dire, l’iniziativa privata che è il “motore” del capitalismo), nel vano e farlocco tentativo di riuscire a trasformare quella volgare ed incallita “meretrice”, in una saggia, morigerata e fedele educanda da “manuale delle marmotte” di Disney! Risultato: dovunque il Marxismo è andato al potere ha invariabilmente creato miseria. Ivi compreso in Paesi come l’ex-URSS o l’attuale CEI che continua ad essere, da un punto di vista merceologico e minerealogico, uno dei più ricchi del nostro Pianeta. Questo, per la semplice ragione che, invece di cercare di sanare pragmaticamente il “male capitalista” che affliggeva quelle società, si è semplicemente intestardito a somministrare dogmaticamente una “medicina” (il marxismo) che era di gran lunga peggiore e più funesta della “malattia” che pretendeva curare. Allora, dobbiamo ancora chiederci, per quale ragione il Marxismo non è mai stato e non sarà mai in grado di essere il reale antagonista ed il possibile affossatore del Capitalismo? 
D. La risposta all’arroganza ed alle rapine del Capitalismo, potrebbe venire dal movimento dei cosiddetti Indignati?   
R. Ho i miei dubbi… Soprattutto, quando sento i vari Obama, Soros, Draghi, Ban Kimoon… dichiarare pubblicamente che la gente ha “ragione” (sic¨) di protestare e di manifestare contro la crisi economica che sta attanagliando i Paesi dell’Occidente. Pur aggiungendo, però, un attimo dopo, le rituali e moralistiche parole di ferma condanna per le violenze che alcuni dimostranti hanno praticato. Attenzione, non dico che la popolazione dei nostri Paesi, ridotta ormai sul lastrico dalle gangsteristiche e vili rapine liberal-liberiste, non abbia ragione di esprimere in qualche modo la sua rabbia. Dico semplicemente che il metodo che ha incominciato ad utilizzare (e non mi riferisco alle violenze!), per far sentire il suo dissenso contro l’attuale Sistema, a me sembra fondamentalmente sbagliato. Chi come me, infatti, ha vissuto gli anni 1968-1980, sa perfettamente che non serve praticamente a nulla organizzare delle proteste collettive con delle adunate oceaniche e dei cortei chilometrici. Il Sistema che ci opprime, infatti – che non è affatto composto e gestito da imbecilli – ha appreso, già da quegli anni, come potersi difendere e contrattaccare nei confronti di qualsiasi tipo di contestazione. Lo scenario di base, infatti, ieri come oggi, continua ad essere sempre lo stesso. E la manifestazione di Roma del 15 Ottobre scorso, all’insaputa della maggiorparte dei veri manifestanti, non è stata altro che una delle tante, attese e previste repliche dell’abituale e monotono “teatrino” di sempre! Come il solito, infatti, centinaia di migliaia di manifestanti pacifici (e quasi sempre non organizzati) si radunano in qualche luogo. Incominciano ad inscenare la loro giusta protesta, magari con un corteo. Poi, tutto ad un tratto, come per incanto, ecco sorgere dal nulla dei provocatori mascherati e ben organizzati (oggi, li chiamano Black Bloc…) che, come da copione, incominciano a spaccare, rompere, incediare, bastonare, etc., Al punto tale che la Polizia – per cercare di “proteggere” i cittadini inermi – si vede “costretta” ad intervenire con altrettanta violenza (ma soltanto contro i pacifici dimostranti, s’intende!), mandando praticamente all’aria (o screditare fortemente) – con quel loro intervento – il significato ed il senso dell’iniziale manifestazione di protesta. E guarda caso, ogni volta, ieri come oggi, senza che nessuno degli effettivi responsabili di quelle violenze gratuite venga mai interpellato, arrestato, identificato. Curioso, no? E se quei Black Bloc – come i provocatori di tanti anni fa – fossero unicamente dei “contractors” che, come negli “anni di piombo”, preferiscono segretamente agire in nome e per conto del Sistema che lasciano ufficialmente intendere di volere sicuramente combattere? Difficile dirlo! Se così fosse, però, il Sistema, con quel suo eventuale e super-conosciuto stratagemma, avrebbe simultaneamente preso quattropiccionicon una solafava”! Avrebbe, cioè, ieri come oggi, screditato i dimostranti iniziali di quella manifestazione e messo in secondo piano i reali motivi della loro protesta; avrebbe ugualmente persuaso una parte dei partecipanti al corteo, a non infilarsi più in certe pericolose avventure. Avrebbe parimenti convinto il “popolo bue” (che ordinariamente resta passivo o attendista al balcone di casa sua ad osservare gli avvenimenti che si svolgono sotto le sue finestre) che è senz’altro meglio continuare a “stringere la cintura” e seguitare a pagare quel che c’è da pagare, piuttosto che incoraggiare o subire le violenze che risultano da quel genere di proteste; Infine, avrebbe altresì avuto l’occasione (come poi ha fatto o sta facendo!), per irrigidire ancora di più la sua legislazione repressiva e fare arrestare e perquisire, al passaggio, un certo numero di “teste calde” (che comunque esistono nel nostro Paese!), ma che nulla hanno a che fare o a che vedere con quella manifestazione, né con le specifiche violenze che “altri”, a quanto sembra, hanno liberamente praticato. In tutti i casi, tanti anni fa, era quasi sempre questo il triste e monotono scenario della maggior parte delle manifestazioni anti-Sistema che si svolgevano nel corso della “gloriosa” epoca democristiana. Ieri come oggi, infatti, l’importante, per il Sistema, è che esso stesso continui a restare in “sella”, come prima e meglio di prima. E che dire dell’altro possibile scenario che potrebbe risultare da un’oggettiva imposssibilità, per i provocatori di turno, di svolgere il loro “lavoro”? Il Sistema, ieri come oggi, non potrebbe che esserne felicissimo. Quest’ultimo, infatti, con l’appoggio incodizionato dei Media embedded che sono ordinariamente al suo servizio – non riuscirebbe soltanto a mettere un’ampia e ben preordinata “sordina” agli eventuali clamori di quella manifestazione, ma addirittura – arriverebbe a farla perfino inquadrare ed “ingurgitare” dall’opinione pubblica, come la solita e sconclusionata protesta “bon enfant” di qualche migliaio di sfaccendati o di fannulloni.   
D. Ma allora, i cittadini defraudati e burlati da questo Sistema che cosa dovrebbero fare per avere una qualunque speranza di potersi liberare dalle tentacolari e venefiche spire dell’Idra di Lerna del Capitalismo liberal-liberista?  
R. A mio giudizio, sarebbe necessario, prima di ogni altra cosa, prendere individualmente e collettivamente coscienza del fatto che noi cittadini che subiamo quotidianamente le prevaricazioni, le vessazioni e le ingiustizie dell’attuale Sistema – al di là delle nostre rispettive storie personali, delle nostre individuali preferenze politiche o partitiche o religiose, dei nostri specifici punti di vista e delle nostre distinte e variegate “fisse” ideologiche o dottrinali – siamo tutti prigionieri della medesimagabbia”: quella che, da 66 anni, è stata voluta, predisposta, allestita e tenuta in quotidiana e funzionale efficienza dai nostri cosiddetti “liberatori”. In secondo luogo, sarebbe indispensabile che ci rendessimo finalmente conto che – fino a quando non verrà risolto il problema centrale del recupero o della riconquista della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione e della sovranità politica, economica, culturale e militare del nostro Stato – qualsiasi altra battaglia politica, economica, sociale e culturale, individuale o collettiva, per tentare di cambiare qualcosa alla degradante ed umiliante situazione di asservimento e di sfruttamento in cui vive il nostro Paese, è tempo perso. In terzo luogo, dovremmo ugualmente capire che – per potere riuscire a liberarci dalla suddettagabbia” e ridare libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare al nostro Paese – abbiamo necessariamente bisogno di unire (e non dividere o continuare a frazionare…), l’insieme delle forze che si oppongono alla disonorevole ed avvilente sudditanza della nostra Nazione da potenze straniere e/o da organismi sopranazionali.  
D. Per fare che cosa?  
R. Per cercare di organizzare una vera e propria RIVOLUZIONE (etimologicamente, dal verbo latino revolvo, is, revolvi, revolutum, revolvere che significa: rivoltare, nel senso di ribaltare completamente). Una RIVOLUZIONE NAZIONALE, POPOLARE, SOCIALE E PACIFICA, MA SEMPRE E COMUNQUE UNA RIVOLUZIONE: qualcosa, cioè,  che – con la strategia dell’aggregazione individuale, orizzontale, molecolare ed esponenziale e la tattica della continua e costante disobbedienza civile collettiva – dovrebbe senz’altro riuscire a mettere in scacco il Sistema che ci opprime, creando simultaneamente i presupposti di nuove sintesi ideali e di un’effettiva e tangibile rerum mutatio o completa mutazione della situazione. Dipende esclusivamente da ognuno di noi. Nessuno, infatti, ci regalerà mai i beni più preziosi che un Popolo-Nazione possa possedere: la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità politica, economica, culturale e militare. O proviamo, tutti assieme, a riconquistarci quei “beni” con le nostre forze; o continuaiamo a rimanere impotenti, signoreggiati e schiavizzati ad vitam aeternam, all’interno della “gabbia” che conosciamo. A noi la scelta.Tertium non datur!
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Categorie: Intervista, Mariantoni

Pubblicato da admin il 19 ottobre 2011

Commenti

  1. Anonymous

    Una competente ed illuminante analisi che rende accessibile e comprensibile il mondo “economico” nel quale (purtroppo) viviamo e contribuisce a far “schiudere gli occhi” anche a coloro che non posseggono sufficienti nozioni per comprendere i meccanismi che sono all’origine delle innumerevoli ingiustizie e tragedie quotidiane che sono involontariamente costretti a subire. Complimenti ed un grazie di cuore all’autore di questa Lectio magistralis!

  2. Anonymous

    assolutamente non d’accordo. molte contraddizioni

  3. Anonymous

    Eccezionale intervista! Straordinaria presentazione dei meccanismi dell’economia e delle continue e costanti balle che ci propinano ogni giorno. Tanto di cappello al prof. Mariantoni!

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